di Federico Rendina

ROMA
Un quesito sull’inequivocabile orientamento “anti” o pro” degli italiani sull’atomo? Niente affatto. Il referendum proposto dall’Italia dei valori con il placet giunto dalla Consulta assomiglia molto, moltissimo (e per la verità non può essere altrimenti) alla vecchia chiamata referendaria del 1987 che ha portato alla chiusura delle nostre centrali atomiche.
Ecco le mine normative per demolire minuziosamente il dedalo di norme (una settantina) messe in campo dal governo Berlusconi per spianare la strada al ritorno dell’atomo elettrico. Dall’articolo 7, comma 1, lettera d della legge 133/2008 (che delega il governo a congegnare l’operazione), a quelle della legge 99/2009 (la “sviluppo” varata in agosto che fissa i criteri base per autorizzare gli impianti atomici e impegna lo Stato ad una «opportuna campagna di informazione»), fino alla polpa del conseguente decreto legislativo n.31/2010 che traccia i criteri per la localizzazione degli impianti e le compensazioni alle popolazioni.
Il quesito referendario salva solo la delega al governo per la disciplina per lo stoccaggio del combustibile irraggiato, dei rifiuti e del deposito nazionale delle scorie. Nella consapevolezza, evidentemente, che di rifiuti nucleari ne dobbiamo in ogni caso gestire parecchi: quelli vecchi delle quattro centrali atomiche ancora in dismissione, quelli nuovi comunque prodotti dall’attività medica e scientifica.
Ciò non impedirà né potrà impedite al governo di legiferare nuovamente, ricostruendo da capo la base normativa per il ritorno all’atomo. Ma tutto, in caso di successo del referendum, dovrà iniziare da capo. Compreso l’allestimento della neocostituita (ma ancora non funzionante) Agenzia per la sicurezza nucleare affidata alla guida di Umberto Veronesi.
Obiettivo della compagine antinuclearista che si va aggregando attorno all’Italia dei valori è ora la propaganda per il sì, ma soprattutto (elemento critico, visti gli ultimi referendum) il raggiungimento del quorum della metà più uno degli elettori.
Obiettivo per nulla scontato, rimarca anche il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. Che incita gli “anti” a organizzarsi subito, costituendo un «comitato ampio e partecipato che raccolga tutte le realtà politiche, civili, associative, produttive, sindacali, e i singoli cittadini». Destinate, inutile nasconderlo, ad evidenziare spaccature trasversali che renderanno la gestione referendaria non meno ingarbugliata dei suoi quesiti.
Che dire della presenza di Cisl e Uil, ma non della Cgil, tra i membri del Forum nucleare protagonista della controversa campagna pubblicitaria, formalmente neutrale ma palesemente nuclearista, che popola in questi giorni i media? In tutto ciò il ministro dello Sviluppo Paolo Romani si augura che questo referendum «di difficile comprensione» porti comunque ad «un dibattito sereno con l’esito finale del ritorno dell’Italia all’atomo».

Fonte: sole 24 ore

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