di Giorgio Santilli

Lo chiamano «referendum sulla privatizzazione dell’acqua» ma la vulgata e il marketing referendario in questo caso non corrispondono a verità o, almeno, non a tutta la verità. Perché il quesito numero 149, il più pesante in termini di fatturato economico fra i quattro ammessi dalla Consulta mercoledì, non riguarda solo il servizio di acquedotto e di erogazione dell’acqua al rubinetto, ma anche tutti gli altri servizi pubblici locali «di rilevanza economica». Anche per bus, metropolitane, depurazione, fognatura, raccolta dei rifiuti la vittoria del sì nella consultazione che si terrà in primavera si tradurrebbe in uno stop a liberalizzazioni e privatizzazioni.
Il quesito referendario propone, infatti, la cancellazione dell’intera «riforma Fitto» sui servizi pubblici locali, varata nel settembre 2009, e non solo delle norme sull’acqua. Per gli appassionati del diritto vale la pena ricordare che a essere abrogato dal voto popolare sarebbe l’articolo 23 bis del decreto legge 112/2008 (prima riforma dei servizi pubblici locali da parte del governo Berlusconi) come modificato dall’articolo 15 del decreto legge 135/2009 (meglio noto come «riforma Fitto»). In un colpo solo si affondano entrambe le riforme del centro-destra e i relativi correttivi.
I referendari avrebbero potuto concentrarsi solo su alcune norme più estreme della «riforma Fitto», per esempio quelle che impongono all’ente locale di cedere almeno il 40% del capitale, quando rifiuta di fare le gare e lascia il servizio nelle mani della sua spa. Il Forum dell’acqua – che raccoglie movimenti ambientalisti e della sinistra – è però convinto di poter travolgere l’intero impianto legislativo.
La cancellazione dell’intera riforma produrrebbe un balzo indietro di molti anni, un ritorno all’epoca dell’in house, dello strapotere delle aziende pubbliche controllate dagli enti locali. È stato l’articolo 15 varato nel 2009 a cancellare la legittimità dell’affidamento in house. Cancellando il divieto, l’in house ritorna in campo.
Di questo passo si tornerebbe a un’altra epoca. Era il settembre 2003 quando in Parlamento passava un «lodo Buttiglione» (allora ministro per le politiche europee) che legittimava gli affidamenti alle aziende pubbliche locali senza più bisogno di svolgere neanche una gara informale. Affidamento diretto e a trattativa privata dai comuni alle proprie spa controllate al 100%: il trionfo del conflitto di interessi per un ente locale proprietario, regolatore ed erogatore del servizio, con distribuzioni massicce di poltrone e gettoni (con parentopoli annesse).
A volere la legittimazione del regime dell’in house era stata allora la Lega che difendeva, non senza una certa rozzezza, le prerogative della politica nei comuni che governava. Era un altro centro-destra rispetto a quello di oggi che su questi temi ha scelto una posizione opposta, di apertura del mercato: liberalizzazioni e privatizzazioni. C’è voluto un via libera esplicito di Umberto Bossi a Giulio Tremonti per avallare questo cambio di rotta.
Dal 2003 al 2008 fu un dilagare dello strapotere pubblico: una formula cui non si sono sottratte amministrazioni di destra, sinistra e centro, al nord come al sud. Un caso emblematico del dilagare dell’in house fu il rinnovo del servizio del trasporto romano a Trambus per sette anni, deciso da Walter Veltroni nel 2005, quando proprio le giunte romane di centro-sinistra guidate da Francesco Rutelli avevano sperimentato l’apertura ai privati su un pezzo consistente della rete degli autobus. Pure le cronache di questi giorni ci riportano – con la parentopoli – agli effetti dello strapotere politico sulla gestione delle società capitoline.
Anche nell’acqua si è andata affermando una diffusione crescente delle gestioni pubbliche. Dove le gare sono state fatte e il servizio idrico integrato è stato affidato sulla base della legge Galli (1994), si è preferito quasi sempre il trascinamento di vecchie gestioni. Il sistema dell’in house resta per oltre il 50% delle gestioni mentre nel complesso le gestioni a prevalenza pubblica restano il 90%.
Tutto concentrato sulle gestioni idriche è invece l’altro quesito referendario ammesso dalla Consulta, il numero 151. Qui si interviene sulla tariffa idrica, eliminando nella formazione del prezzo la componente della remunerazione del capitale. Una norma che renderà di fatto impossibile il finanziamento delle opere idriche da parte di soggetti privati. Bersaglio del referendum in questo caso il principio affermato già dalla legge Galli del 1994 del full cost recovery, che consente la copertura di tutti i costi di gestione (compresi gli investimenti) mediante la tariffa e la bancabilità dei progetti.
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I QUESITI

Gestione dell’acqua
Nei due quesiti referendari ammessi sul tema dell’acqua, si chiede l’abrogazione del già richiamato art. 23-bis della legge 166 del 2009 (servizi pubblici locali di rilevanza economica), e l’eliminazione del comma 1, dell’art. 154 (tariffa del servizio idrico integrato) relativa sempre al dlgs n.152 del 2006, limitatamente alla parte in cui si parla di «adeguatezza della remunerazione del capitale investito». Bocciato invece dalla Consulta il quesito formulato dall’Idv per abrogare parzialmente le norme che regolano la gestione del servizio idrico introdotta dalla cosiddetta legge Ronchi, e uno dei tre quesiti promossi dal Comitato “Siacquapubblica”, per cancellare le norme riguardo a forme di gestione e affidamento alle Società per azioni.
Nucleare
In caso di vittoria dei sì, il referendum sul nucleare abrogherebbe buona parte dell’impianto legislativo in materia. In particolare: l’articolo 7, comma 1, lettera d della legge 133/2008 (che delega il governo a congegnare l’operazione), la legge 99/2009 (la “sviluppo” varata in agosto che fissa i criteri base per autorizzare gli impianti atomici e impegna lo Stato ad una «opportuna campagna di informazione»), fino al fulcro del conseguente decreto legislativo n.31/2010 che traccia i criteri per la localizzazione degli impianti e le compensazioni alle popolazioni.

Fonte: sole 24 ore

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