Nelle intercettazioni i raid pensati e quelli messi in atto da parte degli indagati
di DARIO DEL PORTO

«DOBBIAMO dare una risposta, mo’ che escono i camion andate ad appicciarli», diceva Salvatore Fiorito in una delle intercettazioni ambientali allegate agli atti dell’inchiesta sui raid contro i mezzi di Enerambiente. Il presidente della cooperativa Davideco Scarl, ora accusato di tentata estorsione e altri reati come devastazione e incendio, parlava tranquillamente in ufficio e meno al telefono.

La talpa. Era più cauto perché, emerge dalle motivazioni dell’ordinanza, era stato informato già ad ottobre, vale a dire meno di un mese dopo l’assalto al deposito di via De Roberto, che i cellulari erano ascoltati dalla Digos. «C’è questa tarantella», lo avverte infatti un interlocutore non ancora identificato, che fa capire di aver parlato con una persona che «aprì la schermata del computer. Tutti con il telefono sotto controllo», aggiungendo però di non aver visto il numero di Fiorito. «Sicuramente pure io», replica il presidente di Davideco.

Le raccomandazioni. Secondo l’accusa Fiorito pensava anche a individuare la strada per ottenere assunzioni nelle società, subentrate nei nuovi appalti Asia. Scrive il giudice: «Fiorito sa bene che pretendere con minaccia, senza avere alcun diritto, di essere assunti costituirebbe delitto di estorsione. Ma per aggirare il problema la sua idea, per la verità ingegnosa, è quella di comprendere i reconditi meccanismi in base ai quali sono state effettuate determinate attenzioni» e pretendere lo stesso trattamento.

La mano tesa ai clan. Un altro aspetto all’esame degli inquirenti riguarda i riferimenti ai tentativi, peraltro falliti, di coinvolgere nella vicenda ambienti camorristici, come il clan Sarno di Ponticelli. In realtà, i pm coordinati dal procuratore aggiunto Giovanni Melillo sono propensi a ritenere che si sia trattato di vanterie, piuttosto che di reali collusioni, se non addirittura di auspici determinati dalla paura di ritrovarsi disoccupati, come nella conversazione nella quale Fiorito afferma che anche gli esponenti del clan dei Casalesi, se gli dessero lavoro, diventerebbero amici suoi. Al momento agli indagati non viene contestata alcuna aggravante collegata a possibili rapporti con la camorra.

I compensi a Davideco. Il gip evidenzia come la cooperativa abbia beneficiato del pagamento di fatture per importi maggiori rispetto al compenso forfettario previsto dal contratto con Enerambiente. Richieste di compensi «aggiuntivi» iniziate nel giugno 2009, ritenute dai magistrati «non giustificate da alcuna specifica documentazione e tuttavia liquidate con regolarità fino a febbraio 2010 e cresciute a dismisura» nei mesi successivi: 260 mila euro ad aprile, 230 mila a maggio e giugno, 330 mila a luglio e agosto. Ecco perché il proprietario di Enerambiente ha detto ai magistrati di sentirsi vittima di un «ladrocinio» da parte di chi all’epoca «avrebbe avuto il compito di verificare la contabilità e la legittimità delle pretese della Davideco».

I raid teppistici. Fra le intercettazioni allegate agli atti emergono numerosi riferimenti agli assalti a mezzi di Enerambiente o di altre aziende attive nel settore della raccolta dei rifiuti. Traspare l’aspettativa di chi ritiene di avere diritto al pagamento dello stipendio arretrato proprio per aver preso parte a uno di questi raid. Come l’interlocutore che sottolinea: «Ho bruciato il capannone, ho sfondato i camion e adesso me ne dovrei andare con una mano davanti e una indietro?». Molti sono realmente disperati e ripetono: «Siamo persone che hanno famiglia. Ho tre figli, devo avere i soldi perché ho lavorato». In un dialogo fra Salvatore Fiorito e Rosario Buonomo si parla dell’irruzione nell’autoparco di via De Roberto: «Lo sai quanto durò tutto? Quattro minuti. Se la pianificavamo, non riusciva così. In cinque, sei di loro a prendere le porte dei camion e a sbatterle. Ma poi lascia stare che i camion già si dovevano buttare. Hanno detto che li abbiamo messi fuori uso, che addirittura non possono circolare». Resta un unico “rammarico” espresso da Buonomo: «Una cosa che mi ha fatto arrabbiare è che nessuno ha sfondato la macchinetta dove stavano il caffè e i biscotti».

L’incendio. Ma colpisce anche la ricostruzione che un altro interlocutore non identificato fornisce di una delle azioni che hanno caratterizzato gli ultimi mesi di tensione sul fronte dei rifiuti e dell’emergenza lavoro. «Quella sera eravamo ancora in pieno caos…allora, voi andate di qua, voi di là…non ci dividiamo…facciamo una cosa, appicciamo un paio di cumuli…sai dove, sul rione Materdei. Io lo guardai e dissi: veramente proprio sopra casa mia. E dissi: non li vuoi appicciare dentro alla Sanità perché ci abiti e hai paura». Poi però il piano fallì perché quella notte i camion viaggiavano scortati dalla polizia e il commando rinunciò a colpire.

Rischio escalation. «Se non lavoriamo noi non lavora nessuno», si ascolta in numerose conversazioni intercettate. Riferimenti che inducono il giudice a temere «una escalation delle manifestazioni di violenza, palesi o occulte, con ulteriori disagi nella raccolta dei rifiuti e ingenti danni per le società e soprattutto per la città».

Fonte: repubblica.it

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