L’ex capo della Protezione Civile nelle intercettazioni dell’inchiesta Rompiballe: aprirla è una vera porcheria.

SALERNO — Non c’era bisogno di fare prelievi di percolato a Macchia Soprana. Il liquido che usciva dalla vecchia discarica comunale era nero e ben evidente nelle fotografie. Eppure delle analisi, che confermassero la presenza di materiali pesanti nel vecchio sito, l’ex commissario all’emergenza rifiuti in Campania, Guido Bertolaso, ne aveva bisogno. Per vincere la sua battaglia contro l’allora ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, e per mettere le mani sul sito di Valle della Masseria. Era il 17 maggio 2007. Al Governo c’era Romano Prodi, Napoli viveva la sua prima grave emergenza e in tutta la regione si cercavano altri siti da destinare a discariche. L’ex premier stava per emanare l’ordinanza che avrebbe cancellato il sito di Valle della Masseria per inserire quello di Macchia Soprana, diventato il compromesso di una guerriglia tra gli abitanti di Serre e Pecoraro Scanio, in prima fila, e Guido Bertolaso. Ma prima di autorizzare l’uso della vecchia discarica confini con il comune di Postiglione c’era bisogno di bonificare zona, anche se era stata già provata la presenza di percolato che aveva invaso le acque del fiume Sele. Pur di uscire dall’emergenza, Macchia Soprana a Serre doveva riaprire.

Non però per Bertolaso. Che aveva studiato nei dettagli un piano per impedirne la realizzazione e puntare dritto sul sito a pochi passi dall’oasi del Wwf. E il piano di Bertolaso, come rivelò l’inchiesta «Rompiballe» (che vede a giudizio l’ex sottosegretario all’emergenza, il suo ex vice Marta Di Gennaro e l’ex prefetto di Napoli, Alessandro Pansa), si concentrava unicamente sulla prova che a Macchia Soprana ci fosse il percolato. Tutto finì in un dossier, «la relazione Rinaldi», dove confluirono prelievi di liquido nero e analisi mandate a sviluppare a Colonia o ad Amburgo che avrebbero accertato la pericolosità e l’inidoneità del sito. Perché, dalle intercettazioni telefoniche tra Bertolaso e Marta Di Gennaro, emergeva chiaramente che il «vero scempio ambientale, la porcheria epica» era riaprire la discarica di Macchia Soprana. Bisognava lavorare con «gente fidata», diceva Bertolaso, in silenzio, con qualcuno che avesse un ruolo: «un carabiniere, uno dei nostri» .

E bisognava lavorare con un solo obiettivo: sputtanare i tecnici del ministero dell’Ambiente» che, al contrario, puntavano su Macchia Soprana, abbandonando le mire su Valle della Masseria. Del resto, dicevano gli intercettati, quando il sito di Macchia Soprana era una semplice discarica comunale aveva accolto ogni genere di rifiuti. E anche quando era stato aperto un sito di stoccaggio, più volte i Noe di Salerno avevano accertato che camion provenienti da ogni parte della regione, e non identificati, avevano sversato materiale ferroso, diverso dai rifiuti solidi urbani (gli unici autorizzati ad essere depositati nel sito).

Nel piano di Bertolaso era stato individuato anche qualcuno che sarebbe stato disposto ad inviare un esposto in Procura sull’inquinamento ambientale: Carmine Cennamo, ex sindaco di Postiglione. Così il sito sarebbe stato sequestrato e anche il ministero si sarebbe dovuto piegare di fronte alla scelta di Valle della Masseria. La «relazione Rinaldi» fu preparata, ma nell’ordinanza dell’ex premier Prodi, l’unica discarica da riaprire rimase quella di Macchia Soprana. Bertolaso perse la sua battaglia contro Pecoraro Scanio. Ma le tracce di inquinamento non sono mai state cancellate e, dopo tre anni, Macchia Soprana rischia di riaprire. Con o senza percolato.

A. C.

Fonte: corriere del mezzogiorno

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