di Valerio Ceva Grimaldi

CASERTA. A Napoli e provincia è ancora crisi. Intanto, a pochi chilometri il moderno complesso Le Calorie possiede tecnologie innovative per il riciclo. Dopo un’indagine, giace inutilizzato.
Le immagini dei sacchetti d’immondizia, a Napoli e nella sua provincia, continuano tristemente a fare il giro del mondo. Ogni giorno, il conto è sull’ordine delle migliaia di tonnellate per le strade. Solo a Capodanno una breve schiarita. Ma non basta. Non sono stati sufficienti le promesse, gli slogan, finanche l’intervento dell’esercito. Finché non arriveranno soluzioni strutturali, il ciclo dei rifiuti rimarrà sempre estremamente fragile. Soluzioni indicate nel binomio discariche-termovalorizzatori. Entrambi impattanti, inquinanti e, per molti, affatto obbligate. Di tecnologie alternative ce ne sarebbero, eccome. Ma sono lasciate a marcire, forse perché estranee a quel lungo filo rosso che lega rifiuti, politica, camorra, affari e imprenditoria spregiudicata. Una prova di questo dannato paradosso è la storia de Le Calorie, un grosso centro di ricerca e innovazione nato nella zona industriale di Caserta, ad un tiro di schioppo da Napoli. Che giace, inutilizzato. Capannoni, tecnologie, enormi piazzali, impianti costosissimi, quintali di materie prime necessarie alla lavorazione dei rifiuti indifferenziati ancora chiusi dei sacchi trasportati qui per l’inaugurazione. Tutto ovattato in un silenzio irreale, mentre da mesi centinaia di camion trasportano su e giù l’immondizia per tutta la regione alla ricerca disperata di un posto dove sversare (e dove riciclare, ma questo sarebbe troppo…), qui ci sono spazi ed impianti enormi. Ma è tutto fermo. Chiuso. Come imbalsamato.

«Questa struttura nasce come impianto di riciclaggio di rifiuti all’inizio degli anni 90», spiega l’ingegnere Ferdinando Campagnuolo, che accompagna Terra in un sopralluogo in questa sorta di cattedrale nel deserto. All’entrata, campeggiano i loghi delle università che qui partecipano ad alcune sperimentazioni. Il centro è così vasto che per visitarlo tutto occorre girarlo in auto. «Nel 96 è stato presentato al finanziamento europeo e licenziato. Poi, però, la regione Campania è stata commissariata». A questo punto, i rifiuti sono stati “sottratti” al mercato. Con conseguenze che si sarebbero, poi, pagate per anni. «Qui non solo si sarebbe riciclato il sacchetto indifferenziato, ma anche recuperato il materiale in entrata. L’impianto, infatti, è articolato in più sezioni per il riciclaggio. Il primo capannone che s’incontra entrando in questo grande complesso produce mattonelle in cotto con un contenuto di vetro riciclato. In più, da qui sarebbero usciti metallo, acciaio, alcune plastiche, carta e cartone e frazione organica».

Tutto questo ben di dio (il paradigma rifiuto=risorsa qui avrebbe avuto una sua efficientissima applicazione pratica) sarebbe stato interamente trattato a Le Calorie. Un’idea imprenditoriale innovativa, nata proprio qui, nella Campania martoriata dai rifiuti, già negli anni 90. Il cuore di questo Centro di ricerca sta, o meglio starebbe, nel suo impianto chimico, dove si trasforma la cellulosa (dalla carta e dall’umido) da biomassa (l’impianto può ricevere tra le cinquanta e le cento tonnellate al giorno di questo materiale) in acido levulinico. «Dalla cellulosa – racconta l’ingegnere – si estrae l’acido levulinico che, a seconda del suo grado di qualità e quindi di purificazione, viene utilizzato nel campo dei combustibili e dei solventi biodegradabili. Questa sostanza è altamente biodegradabile (98/99%) ed ha una serie di caratteristiche, come essere un antidetonante. Certo, costa un po’ di più. Ma se si potenziasse il mercato, naturalmente i costi scenderebbero presto». Emissioni inquinanti? Zero. Per produrre il levulinico non si attua alcuna combustione. «La trasformazione è chimica e avviene in un luogo chiuso. Il residuo solido, la lignina, una specie di carbonella, può essere trattato in un impianto di gassificazione – sempre senza combustione, e sempre all’interno del complesso Le Calorie – che produce energia elettrica e gas sintetico». Una soluzione al dramma rifiuti, poco invasiva e molto efficiente, dunque ci sarebbe. Ma il paradosso è dietro l’angolo.

«Purtroppo al momento tutti gli impianti sono fermi, tranne la parte sperimentale portata avanti con l’Amra (Centro di Competenza per l’Analisi e Monitoraggio del Rischio Ambientale), una Spa costituita da Regione Campania e Università Federico II di Napoli che ha una collaborazione con la facoltà di Scienze Ambientali della Seconda Università di Napoli e cinque atenei regionali. Qui, infatti, è in corso una sperimentazione nel trattare per conto di alcune società che oggi hanno la responsabilità della raccolta, come il Conai, alcuni rifiuti e quindi valutarne le capacità di recupero energetico senza effettuare alcun tipo di combustione, con procedimenti più efficienti e meno costosi». Un impianto che sarebbe pronto per la produzione industriale. Ma che lavora solo per sperimentazioni. Il resto è tutto fermo. Dunque: qui a Caserta, dal 2002, ci sono un impianto industriale per la produzione di acido levulinico da rifiuti solidi urbani indifferenziati, uno di gassificazione per l’autosmaltimento del residuo solido, poi un impianto di produzione di mattonelle con vetro riciclato, un impianto sperimentale di gassificazione di altro tipo e un piccolo biodigestore sperimentale. Tutto bloccato. Possibile? Ma perchè mai? Il tono degli interlocutori, d’improvviso, si trasforma. L’entusiasmo del racconto di ciò che si sarebbe potuto fare si tramuta, in un battito di ciglia, nel disincanto di non aver potuto farlo. «Innanzitutto perché mancava la materia prima», esordisce il responsabile della società, Mario Pagano Granata. Ma in realtà un’altra ragione c’è.

«Un’indagine ha riguardato quest’impianto, che ha beneficiato dei finanziamenti della legge 488. Finanziamento che, come si può vedere, è stato rigorosamente rispettato», assicura. Gli impianti, quantomeno, ci sono. E sembrano completati. «Un’indagine che, naturalmente, ha influito sullo start up aziendale, nata con un pm che ha fatto richiesta di sequestro e di revoca dei contributi nell’ottobre del 2007, proprio quando stavamo partendo». L’accusa? «Una gestione poco chiara (truffa, ndr) dei fondi erogati per la 488. Nell’aprile 2009 c’è stata l’udienza preliminare per discutere di questo sequestro, e il pm di turno ha ritirato l’istanza dando il gip il non luogo a procedere». Dopo due anni. Non luogo a procedere. Ventiquattro mesi di stop. Che, in termini di avvio d’impresa, in questo caso chimica, sono moltissimi. «Per alcune accuse alle persone, datate 2004, ancora si deve svolgere la prima udienza. E io, comunque», assicura l’imprenditore, «rinuncerò alla prescrizione».

Un errore, un cortocircuito burocratico o la giustizia che deve naturalmente fare il suo corso? Si vedrà. Intanto, però, le strutture sono lì. E sarebbero potute essere utili. «Io non porto rancore», puntualizza Pagano Granata. «Ma il problema di questo territorio è che non c’è cultura d’impresa, e questa mancanza genera sospetto. Noi stessi abbiamo avviato quest’iniziativa perché gestivamo il servizio di raccolta rifiuti a Caserta da dieci anni. Abbiamo quindi intuito che lo smaltimento dei rifiuti sarebbe stato un interesse imprenditoriale e un’esigenza sociale. Abbiamo investito su tecnologie, sulla fase biologica, non sull’incenerimento. Abbiamo accordi con Shell, Basf, Dupont, con società americane. Qui, a Caserta. Accordi che inevitabilmente si sono bloccati con l’indagine e il sequestro. Provvedimento che, per quanto riguarda lo stabilimento, è stato archiviato». Dunque, l’azienda può certamente riprendere.

«Certo è che rimettere in moto un meccanismo del genere non è affatto semplice. Noi, però, ora non possiamo più occuparci di rifiuti. Con questo settore non vogliamo avere più nulla a che fare: in questo territorio non c’è un clima adatto». Un procedimento giudiziario ha fermato lo start up. Per un tempo, da un punto di vista di “rischio d’impresa”, troppo lungo. E la conclusione è amara. Chiuderete? «Stiamo spostando la nostra mission verso direzioni di materia prima diversa dai rifiuti». Insomma: tutta l’attività verrà ricalibrata, e il break even della società dovrà essere necessariamente rimodulato. Intanto, Le Calorie sta avviando dei centri di ricerca al nord, a Milano, dove si sperimentano nuove tecnologie per il revamping e l’adeguamento della nuova linea aziendale. Lontano da Caserta, e dalla Campania.

«Io ho denunciato i camorristi nel 2004 quando giravano con tranquillità nel territorio», ricorda con orgoglio Pagano Granata, «però bisogna creare un clima di fiducia tra impresa e mondo istituzionale. Stiamo parlando di un caso, Le Calorie, in cui, comunque, il finanziamento pubblico è pari al 30% e quello privato del 70. L’azienda ha dovuto ricorrere ad un mutuo di 15 milioni di euro presso il Monte dei Paschi di Siena, che è stato erogato, a supporto di perizie che le stesse banche hanno svolto riscontrando la qualità dell’intervento, la capacità degli imprenditori, le realizzazioni che sono state fatte. Ora, dopo lo stop, stiamo rinegoziando con le banche i tempi di rientro…».

Se foste arrivati a regime, quante persone avreste potuto impiegare? «Oltre 200». Oggi quanti dipendenti avete? «Venticinque avvocati. E dieci dipendenti per uffici, manutenzione, controlli». Quanti rifiuti sarebbero potuti entrare? «L’intero flusso del consorzio Caserta 3, quelli prodotti da 300mila abitanti e che attualmente vanno in discarica». Intanto, la Campania soffoca nell’ennesima emergenza. E, certo, vedere questo enorme complesso inutilizzato, nella Campania alla ricerca forsennata di un luogo dove trattare i rifiuti, fa una certa impressione. Ma ora è costretto a cambiare mission. Per ragioni aziendali, certo, ma anche per mancanza di certezze, di interlocutori istituzionali affidabili. E di strategia. «Nella fase dell’emergenza di due anni fa – spiega ancora l’ingegnere Campagnuolo – presentammo un progetto integrato con la certificazione in fase di progettazione, di costruzione e di gestione degli impianti da parte dell’Amra, al Commissario straordinario all’emergenza, al subcommissario, al terzo e al quarto commissario… nessuno ci ha risposto. Nemmeno per dirci “no grazie”.

La nostra proposta non prevedeva nessun esborso pubblico ma semplicemente che fosse conferita una certa quantità di rifiuti con la garanzia di un costo dello smaltimento che sarebbe stato meno della metà di ciò che, ancora oggi, si spende”. I rifiuti, invece, presero la via dell’esportazione fuori regione, stipati nei treni della speranza del pattume. Proprio come avviene (ancora) oggi. Un centro che avrebbe potuto sviluppare sinergie, innovazione e sviluppo di tecnologie in un territorio difficile. «Si figuri che abbiamo messo a garanzia le case dove abitiamo per fare questo stabilimento», allarga le braccia il presidente Pagano Granata. «Abbiamo creato occupazione qualificata come periti chimici, dirigenti. Forse siamo l’unico stabilimento al mondo che attua questo tipo di processi. Siamo su pubblicazioni americane come Chemical, abbiamo vinto premi internazionali”, dice mentre mostra al cronista le certificazioni. «Quanto rammarico». Intanto, a Le Calorie funziona solo la parte scientifica sperimentale. Il resto rimarrà chiuso. Per sempre. Al più, riutilizzato in minima parte, e comunque mai più per i rifiuti. Insomma: una Ferrari che va come una 500. E che pian piano investe altrove, sposta il suo know how a Milano, dove il clima, metereologia a parte, è assai diverso. «Evidentemente abbiamo sbagliato posto». Dall’ufficio del presidente Pagano Granata s’intravedono alcuni camion che trasportano immondizia. Che vanno lontani da qui. Alla ricerca dell’ennesima, improvvisata, maleodorante discarica.

Fonte: terranews.it

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