di Giuseppe Chiellino

Quando ne parla, a Sandro Buzzi brillano gli occhi dell’entusiasmo di chi è convinto di aver trovato una soluzione, sia pure parziale, ad un paio di grosse questioni globali: il risparmio energetico e la gestione dei rifiuti.

È il “carbonverde”, o CBV, un nuovo combustibile da rifiuti che da maggio del 2010 la Buzzi Unicem sta sperimentando nella cementeria di Robilante (Cuneo), in collaborazione con il consorzio per la gestione dei rifiuti di Alba e Bra (55 comuni della provincia granda, 170mila abitanti) che produce il CBV nell’impanto di preselezione a Sommariva del Bosco. L’obiettivo è «trasformare tutti i rifiuti solidi urbani che oggi vanno in discarica in energia: ho fatto anche una scommessa con Giuseppe Natta» chimico, fondatore di Ecodeco e figlio di Giulio, premio Nobel nel 1963 grazie al brevetto del polipropilene.
«L’energia non si spreca» continua a ripetere Buzzi: sa bene quanto combustibile serve nelle oltre 35 cementerie sparse in tre continenti, che bruciano circa 3,5 milioni di tonnellate all’anno di polverino di carbone o pet coke. «I rifiuti solidi urbani – spiega a fianco di Bernardo Arecco, il direttore d’esercizio del gruppo a cui è affidato il progetto – contengono un potenziale energetico pari a tutto l’idroelettrico italiano, a 20 milioni di tonnellate di carbone, 14 milioni di petrolio. Il nostro obiettivo è valorizzare questo potenziale e perciò abbiamo sviluppato un processo di trattamento e microtriturazione dei rifuti indifferenziati, quelli che restano dopo la differenziata che si fa nelle famiglie. Escludendo quindi plastica, vetro e l’organico, nei forni delle nostre cementerie, con alcune modifiche di impianto, si può bruciare tutto il resto, con un processo perfettamente pulito e controllato». I vantaggi li spiega Gianni Ranieri, presidente di Str, la società trattamento rifiuti controllata al 100% dal consorzio Alba-Bra. «Così si può utilizzare fino al 95% dell’indifferenziata per produrre energia: non serve più la discarica se non in misura marginale». Secondo Buzzi si può arrivare anche al 100% «comprendendo nella macinazione ultrafine anche l’umido dell’indifferenziata; il separarlo comporta operazioni complesse e fornisce un terriccio di scarsa qualità». Ma ci sono almeno altri tre o quattro argomenti a favore del processo che la Buzzi potrebbe anche decidere di brevettare: «Le cementerie che usano il CVB possono ridurre al 20-10% l’uso di carbon coke – spiega ancora Ranieri – sostituendolo con un combustibile a costo zero. Non solo: la sperimentazione ha dimostrato che le emissioni sono uguali se non minori rispetto al coke. Inoltre, le alte temperature dei forni delle cementerie (1.400-1.500 gradi contro gli 800 dei termovalorizzatori) si annulla il rischio di emissioni di diossine e polveri sottili. Infine, le ceneri residue sono nulle perché diventano parte del clinker da cui si ottiene il cemento».
Str, afferma Ranieri, «ha avviato lo studio di fattibilità di un impianto di produzione di 30-35mila tonnellate all’anno di CBV, ma non abbiamo ancora deciso nulla». Tra un mesi o due dovrebbero essere pronti i risultati, ma Ranieri evita fughe in avanti: vuole essere certo che tutto funzioni alla perfezione e vorrebbe anche convincere chi è contrario che «riciclare il 100% dei rifiuti è un’utopia». Pesa anche l’incertezza su chi dovrà autorizzare l’attività.
Al CBV si arriva in quattro fasi: miscela dei rifiuti solidi urbani con il 25% di rifiuti industriali, biostabilizzazione aerobica, riduzione del cloro per non compromettere il processo produttivo di clinker, macinazione spinta alla finezza di 0,2-5 mm. Per Buzzi-Unicem, quotata a Milano, l’innovazione è un netto taglio dei costi, «ma non si può parlare di diversificazione. Non vogliamo entrare nel business dei rifiuti. Siamo utilizzatori di questo combustibile nazionale, ne cerchiamo altri e siamo già in contatto con l’Enel, ma ci fermiamo qui».

Fonte: sole 24 ore

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