di Antonio Galdo

La condanna dell’Italia per lo scandalo dei rifiuti in Campania, da parte della Corte di giustizia europea, non è scritta sulla sabbia. A parte le parole durissime scolpite nella sentenza («danni e pericoli per l’ambiente» e «rischio certo per la salute della popolazione»), a parte la stangata da brividi per l’intera economia della regione (500 milioni di euro di fondi strutturali congelati), nella decisione dei giudici del Lussemburgo c’è la sintesi di un manifesto, scritto con la bussola delle leggi e con l’indignazione di chi ha visto calpestare perfino il buon senso, sull’incapacità di governare e quindi sulle precise responsabilità di un intero ceto politico locale. Lo scenario fotografato e censurato dalla Corte di giustizia, in pratica, è questo: in Campania è stato messo un tappo sull’emergenza rifiuti, quella che nel Natale del 2007 significò la tragedia e la vergogna di una Napoli sommersa da 7mila tonnellate di spazzatura sparsa per le strade, ma ancora non si vede un sistema integrato che dia garanzie sullo smaltimento e sul ritorno alla piena normalità di un settore vitale per l’amministrazione del territorio. Passando alle responsabilità, bisogna essere chiari, partendo proprio dai contenuti della sentenza. Il governo, grazie innanzitutto allo straordinario lavoro dell’ormai ex commissario Guido Bertolaso, è riuscito a prendere in mano una situazione precipitata nell’abisso e, sferzando le amministrazioni locali (regione, province e comuni) fino a costringerle a una leale collaborazione istituzionale, ha ottenuto risultati molto concreti: discariche messe a norma, impianti attivi, e un termovalorizzatore, quello di Acerra, finalmente in funzione. Fine dell’emergenza, appunto. Con un dividendo, in termini di consensi, incassato dall’attuale governo e con un conto molto salato che, però, resta ancora sulle spalle dei cittadini della Campania: i quindici anni di gestione commissariale (con amministrazioni regionali di centrosinistra e anche di centrodestra), ricordiamolo, si sono chiusi nel dicembre scorso accumulando un debito di oltre un miliardo di euro. Una cifra spaventosa, che se fosse stata spesa con i criteri del buon governo e dell’interesse generale, non solo avrebbe consentito di risolvere il problema dei rifiuti in modo definitivo, ma avrebbe fornito una spinta formidabile allo sviluppo e al cambiamento virtuoso della regione. Quei soldi, invece, sono stati in gran parte sprecati e dispersi nei mille rivoli del clientelismo e del malaffare, spesso a vantaggio esclusivo della criminalità organizzata in versione Spa. Uscendo di scena, una volta compiuta la sua missione, è stato lo stesso Bertolaso a ricordare come «adesso la partita è nelle mani degli amministratori locali, che non hanno più alibi, e degli elettori chiamati a votarli». I segnali sul campo, a distanza di pochi mesi dalla fine della gestione commissariale, non sono certo incoraggianti. Diversi sindaci sono inadempienti rispetto agli impegni presi; nuovi e fondamentali impianti, come quello di cui si discute nella zona di Napoli Est, sono tornati nella nebbia delle opere bloccate dai veti incrociati e dalla mancanza di autorevolezza e di responsabilità degli amministratori; i cittadini napoletani continuano a stentare nello sforzo di aumentare la raccolta differenziata, oggi attorno al 20 per cento, una percentuale quattro volte più bassa di tante città del Centro-Nord. Non c’è l’emergenza, ma per il futuro si rischia qualcosa di peggio: la rinuncia collettiva alla normalità. La certificazione di quanto una classe dirigente sia incapace di (almeno) provare a conquistarla. E qui la Corte di giustizia europea con la sua sentenza, senza alcuna invasione di campo e con una trasparente affermazione di regole e obiettivi sanciti in sede di Unione, mette dei paletti. Laddove avverte gli amministratori locali della Campania che non possono cavarsela, per giustificare la loro inettitudine, con gli alibi delle proteste popolari, degli inadempimenti contrattuali da parte delle imprese chiamate a realizzare le opere, e della soffocante pressione della criminalità sul territorio. Questi sono ostacoli, anche ingombranti, ma la responsabilità di una classe dirigente è quella di superarli, e non di utilizzarli per nascondere la sua incapacità o, peggio, la sua opacità. Alla vigilia di un voto che darà un nuovo assetto al potere e alle amministrazioni locali, a partire della regione Campania, i candidati, e gli elettori, sono avvertiti.

Fonte: il mattino

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