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Claudio Meloni

Mese

gennaio 2011

L’inchiesta, il Sistema / Super N, patto segreto sulle grandi emergenze

Abruzzo, G8, Emergenza Campania, nomi ricorrenti
di Rosaria Capacchione

Si chiama Super N, associazione segreta ma non troppo, mai formalmente costituita e che pure esiste e opera da almeno vent’anni. Ha la struttura di una loggia massonica. A voler utilizzare un termine ormai abusato, di una cricca. Vi aderiscono uomini dell’amministrazione dello Stato, chiamati di volta in volta a risolvere le emergenze del paese: terremoti devastanti, alluvioni, vertici internazionali, surplus di rifiuti che non si sa dove smaltire. Vanno a braccetto, quelli di Super N, con professionisti e imprenditori di strettissima osservanza, agiscono con i poteri straordinari conferiti dai governi, utilizzano le norme in scioltezza in nome, appunto, dell’emergenza. È la Super Nomenklatura che compare in tutte le inchieste più recenti, dalla ricostruzione in Abruzzo all’ospitalità alla Maddalena per i partecipanti al G8 fino, ovviamente, a quelle sui rifiuti in Campania: Corrado Catenacci, che da indagato nell’inchiesta Rompiballe viene nominato al vertice della società provinciale dei rifiuti di Napoli; Claudio De Biasio, che da imputato diventa consulente di Bertolaso alla Protezione Civile e che rientra in ambito regionale fino a diventare il liquidatore del Commissariato per le acque. Oppure Marta Di Gennaro, capo Innovazione al ministero della Salute. Sempre gli stessi nomi, sempre le stesse facce, competenza non necessariamente comprovata oppure messa al servizio, senza remore, «degli illeciti intenti di funzionari pubblici infedeli», come scrivono i giudici Bruno D’Urso, Francesco Chiaromonte e Luigi Giordano (che domani inizieranno gli interrogatori degli arrestati) nell’ultima misura cautelare sull’attività del Commissariato straordinario dell’emergenza rifiuti. Un apparato deviato? Piuttosto una sovrastruttura, spiegano alcuni dei magistrati che si sono avvicendati nelle inchieste napoletane, a partire da quelle sul consorzio Ce4, su Impregeco e su Nicola Cosentino, passando per la gestione della Fibe e la costruzione del termovalorizzatore di Acerra. Ciò che emerge dagli atti d’indagine firmati, nel tempo, da Raffaele Cantone, Alessandro Milita, Giuseppe Narducci, Paolo Sirleo, Giuseppe Noviello, Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodkock, Francesco Curcio è, appunto, la prova dell’esistenza di quel sistema gelatinoso di cui si è parlato a proposito degli appalti all’Aquila e alla Maddalena. Melassa, l’ha definita recentemente il giudice Cantone, nella quale trova spazio anche la camorra che «utilizzando schermi formali di consorzi o associazioni temporanee di imprese e, soprattutto, l’attenuazione dei controlli tipico dei momenti di emergenza, sono riuscite a ritagliarsi una parte cospicua della torta di finanziamenti pubblici». In Campania, ed è qui il paradosso sorprendente, è però in posizione subordinata a Super N, alla burocrazia commissariale o regionale che detta tempi e tempi degli interventi. Così come la politica, che si accontenta di ritagliarsi spazi di gestione clientelare (o meramente affaristica) senza però riprendersi il ruolo che le compete, cioè quello di programmazione. Ed è da questa valutazione che arriva, infatti, la denuncia del Procuratore Giovandomenico Lepore della mancanza di volontà, da parte degli amministratori, di risolvere i problemi. La sovrastruttura burocratica ha operato in tutta la gestione dell’emergenza rifiuti, sin dalla nascita del business delle ecomafie. Ai suoi albori, alla fine degli anni Ottanta, era una emanazione diretta della massoneria toscana e di Licio Gelli. Documentati nell’inchiesta Adelphi del 1993 (e successivamente dal pm antimafia Milita, nel 2006) i rapporti con il capo della P2 e con altri «fratelli muratori» collegati a Cipriano Chianese, avvocato di Parete e uomo chiave nei rapporti con il clan dei Casalesi, da lui chiamati nel 1988/89 a risolvere il problema del reperimento delle aree da adibire a discarica dei rifiuti tossici e nocivi che arrivavano dal Nord. La mentalità lobbistica è stata fatta propria dalla nomenklatura chiamata a gestire le emergenze e che, nel tempo, è diventata autoreferenziale e necessaria a se stessa. Per sopravvivere ha bisogno, quindi, che l’emergenza sia continua e mai risolta, a meno che non se ne crei un’altra più redditizia ancora.

30/01/2011

Fonte: IL MATTINO

SULLE SPIAGGE DELLA “MUNNEZZA”. I LIDI SVENDUTI ALLA CAMORRA

di Goffredo Buccini

Appena oltre la collina dell’Acropoli e l’antro della Sibilla, l’acqua del canale ha ancora un pessimo aspetto: schiuma bianca, bollicine grigie, giù così fino alla spiaggia fangosa, tagliando per canneti e boschi dove chi passa scarica quello che gli pare e scappa via. «E adesso va anche meglio, dovevi vedere prima!», mormora uno degli operai dell’impianto Hydrogest («Niente nomi, sono tempi brutti»), un sindacalista battagliero che coi colleghi ci accompagna fin qui, alla foce dei veleni, dove il percolato versato nei depuratori ha trasformato l’acqua del Golfo in una pozzanghera mefitica e le estati dei napoletani in una roulette russa («Quest’anno ci ammaliamo o no?»); dove i gabbiani becchettano tra carcasse d’auto, sacchetti di mondezza, scheletri di tv incrostati di alghe, rigagnoli non identificati; dove «potrebbe essere un paradiso e invece guardi un po’ che razza d’inferno è diventato», spiega triste il procuratore Aldo De Chiara, coordinatore dell’inchiesta che ha mandato in galera l’ultima combriccola dei Cagliostro vestiti da travet. «Aggiustate il mare, l’estate mi voglio fa’ o’ bbagno!», scrive un blogger di dodici anni. Ormai non è facile aggiustare niente, nemmeno nei prossimi mesi. In questa dozzina di chilometri filati di lungomare da bandiera nera (ma sono una quarantina i chilometri di costa in agonia) gli stabilimenti da Varcaturo al lago di Fusaro e a Bacoli denunciano perdite dal 5o all’8o per cento: la crisi dell’estate 2009 — coni liquami che sgorgavano dal depuratore cumano e si riversavano in acqua o per strada — è stata l’ultima 14 Gli ordini di arresto nell’inchiesta campana sullo scarico abusivo di rifiuti in mare q magistrato De Chiara: «In quattro grandi inchieste sui rifiuti, troviamo sempre gli stessi soggetti e gli stessi comportamenti» mazzata a un’immagine traballante e maleodorante. Salvatore Scotto gestisce il Lido Vittoria di Licola ed è una delle voci dell’associazione ambientalista Costa dei Sogni. Mastica amaro, ce l’ha con dirigenti e professoroni della Regione bassoliniana ora nei guai: «Ci sentiamo traditi. Noi facevamo denunce, esposti… Gente come Schiavone e Melluso veniva da noi. Ci dicevano “vogliamo il litorale pulito come Io volete voi”, ci promettevano “l’acqua l’estate del 2011 tornerà balneabile”, ma ci pigliavano in giro! Adesso ci costituiamo parte civile. Ma tenersi a galla qua è dura, abbiamo dovuto licenziare». «Tutta quella m… finisce nel Golfo ma i lidi balneari vanno alla grande», diceva al telefono la combriccola Mica vero. Al depuratore casertano di Orta di Atella, che scarica nei Regi Lagni e quindi nel Volturno e infine a mare, si arriva seguendo il tanfo, e gli operai ricordano ancora le scene carbonare di certi camion «che versavano e sparivano». Ma il disastro non è soltanto ambientale. Dove annegano i balneari perbene, arrivano i piranha «Chi molla viene affiancato da personaggi con capitali freschi che hanno solo il bisogno di giustificare tanti soldi. Questi signori all’inizio entrano in società all’uno c al due per cento, l’anno dopo sono i padroni», spiega Gennaro Illiano, responsabile di Legambiente per i Campi Flegrei, trascinandoci tra i detriti che assediano il Lago del Fusaro, altre miip ltatorrsttzo sconciato negli ultimi trent’anni, da quando aziende senza scrupoli e depuratori fasulli hanno azzannato questo pezzo di Campania («qua venivano i giapponesi a studiarsi le nostre ostriche, venivano i signori da Napoli… mo’ guarda che fetenzia»). Che il percolato stia diventando oro per le imprese camorriste pare più d’una supposizione anche secondo qualche pm di Santa Maria Capua Vetere (la procura di Cassiopea, prima antica e grande inchiesta sulle ecomafie, che l’anno scorso ha ottenuto una trentina di arresti per i depuratori di Foce Regi Lagni, Orta di Atella e Mar-cianise): «È in atto la svendita di alcuni lidi. Ci sono gestori che preferiscono realizzare con la compartecipazione di terzi piuttosto che continuare a perdere. Guardando le nuove composizioni societarie si capisce che c’è l’irruzione di chi vuole riciclare soldi». No, non è solo ambientale il guaio. Qua il disastro è umano. A Varcaturo, i ragazzi del bar nello stabilimento Varca d’Oro (spiaggia tirata a lucido come una valle svizzera davanti al mare scuro scuro) dicono che «ai capoccioni colpevoli di questo schifo bisognerebbe ammazzarli e farli rinascere almeno una dozzina di volte, ché un ammazzamento solo è troppo poco». d depuratori? Erano diventati una finzione, nessuno ci spendeva un euro», va giù duro Enzo Argentato della Fiom. Stefano Caldoro, napoletano di buonsenso prima che governatore della Campania guarda come un matto chi gli domanda se questo pasticciaccio che continua ad affondare nel fango gli anni di Bassolino non sia per lui un vantaggio politico: «Scherza? Ic avrei voluto ereditare una Regione normale. non tutti questi guai! Non sono tranquille per niente. Con la Procura ho un filo diretto. partiamo spesso. •Vede, noi, abbiamo tre *** grandi problemi: le bonifiche delle discariche abusive, costosissime; la depurazione; la gestione dei rifiuti urbani. Gli ultimi due si potrebbero risolvere se il ciclo dei rifiuti fosse equilibrato». Già: se. Ma qui di equilibrato non c’è nulla. Il disastro della mondezza mal raccolta o mal gestita porta al guaio del percolato, quel nero veleno macerato che cola dai cumuli e mette a rischio le nostre vite in una catena di scaricabarile che va dai soldi non pagati dai Comuni alle società private, agli operai senza stipendio, dagli impianti fermi o fatiscenti fmo agli sversamenti clandestini. Nemmeno di legale c’è quasi nulla, da queste parti. Alla spiaggia di Varcaturo si arriva da via Ripuaria. Lungo la strada una pineta recintata è protetta da un cartello draconiano: «Regione Campania, vietato l’accesso, i trasgressori saranno punite . Ovviamente il lucchetto è saltato, il cancello sfondato e la gente ha fatto della pineta la sua discarica abusiva passa un tipo in Bmw grigia, rallenta, butta un paio di sacchi di plastica nel mucchio e se la svigna. Sulla strada, perfino le bande giallo-nere contro gli eccessi di velocità sono state divelte, strappate dall’asfalto: la barbarie, come il demonio, sta nei dettagli, a volte. Nella casa di famiglia al Vomero, il procuratore De Chiara, anima dell’indagine napoletana, sceglie le parole con cura: «Certo, l’impatto negativo trascende l’effetto sull’ambiente. Si aggrava l’insofferenza per un apparato pubblico non in grado di dare risposte degne di un Paese civile». De Chiara vorrebbe stare nel suo: «Ci costringono alla sovraesposizione. La politica faccia la politica, se no la gente si rivolge ai magistrati per qualsiasi tipo di risposta, ed è sbagliato». Qui la storia si avvita su stessa, sicché la condotta avvelenata di Cuma corre parallela alla vecchia fogna borbonica. E la cronaca, sempre uguale, imita la storia: «in quattro grandi inchieste sui rifiuti, troviamo sempre gli stessi soggetti e gli stessi comportamenti». Onda campana, ha sintetizzato Antonio Fiore sul Corriere del Mezzogiorno con un occhio al film di Albanese. Quello che De Chiara non può dire, ma forse teme, è che nell’immutabile onda di risacca della vergogna che bagna Napoli ci siano abbastanza mondezza, percolato e reati per una quinta, una sesta e, chissà, una settima inchiesta

Fonte: corriere della sera

RIFIUTI SPECIALI, I CASALESI LI VENDEVANO ALLA CINA – SCORIE VENDUTE A CINA E PAKISTAN IL FASCICOLO PASSA ALL’ANTIMAFIA

di Daniela De Crescenzo

Spedizioni illegali dal porto, il fascicolo all’Antimafia. Sullo sfondo un’intesa tra clan camorristici e boss asiatici Rifiuti speciali, i Casalesi li vendevano alla Cina Inchiesta liquami, spunta la «cricca» delle emergenze Duello Lepore-Iervolino Un traffico di rifiuti da Napoli a Shan-gai, organizzato dai clan della camorra e dai Casalesi con i boss cinesi. La globalizzazione del crimine a flussi invertiti emerge da un’inchiesta giudiziaria che, partita dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, coinvolge anche ]’Antimafia. In Cina e in altri porti orientali arrivano rifiuti speciali partiti dal porto di Napoli. E intanto dai fascicoli dell’inchiesta sul percolato sversato in mare spunta la Super N, una cosca fatta di amministratori dello Stato e imprenditori chiamati a risolvere le grandi emergenze del Paese. E sempre sui rifiuti, duello a distanza tra la lervolino e Le-pore.

Capacchione, De Crescenza e Del Gaudio alle pagg. 45 , 46 e 47 L’ambiente, lo scenario Scorie vendute a Cina e Pakistan il fascicolo passa all’Antimafia Dal porto di Napoli spedizioni illegali verso gli scali orientali Il sequestro Il materiale A settembre fu intercettato I rifiuti vengono «riciclati» un carico di scorie nelle aziende orientali in partenza per la Malesia per ottenere altri prodotti Le tracce Daniela De Crescenzo Da Napoli a Shangai: in Cina, ma anche in molti altri porti orientali, arrivano rifiuti speciali partiti dal porto di Napoli. I traffici cambiano direttrici, ma gli organizzatori restano gli stessi: la malavita organizzata made in Campania alla quale si stanno affiancando i boss cinesi. Criminali di tutto il mondo uniti: nel malaffare, ovviamente.

In questo caso, però, non c’è solo uno slogan, ma anche un’inchiesta giudiziaria che, partita dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, avrebLe indagini Gli accertamenti avviati dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e dalla Dda Seguendo il percorso dei rottami è stato ricostruito un vasto giro criminale be coinvolto anche la Dda napoletana. Tutto sarebbe cominciato con il sequestro di un carico di rifiuti speciali, soprattutto pezzi di vecchie automobili smontate, che dallo scalo marittimo napoletano sarebbero state inviate oltremare per fornire materie prime alle imprese cinesi, malesi, pakistane. Materiale di scarto da smaltire e riciclare, riconvertendolo in prodotti finiti di seconda e terza qualità.

Seguendo le tracce dei rottami i carabinieri del nucleo ambiente di Napoli avrebbero ricostruito un vasto giro criminale e anche la destinazione finale dei rifiuti speciali utilizzati come materia prima nelle imprese del lontano oriente. Una sorta di riciclo *** che non ha niente a che vedere con la difesa dell’ambiente. I viaggi d’oltremare sono, infatti, clandestini: i documenti certificano la presenza nei container di materiali diversi e innocui. E anche la destinazione finale spesso non è quella dichiarata. Dietro i clan della camorra, si indaga anche sui Casalesi. Un giro d’affari miliardario che, invertendo le rotte dei traffici, continua a garantire guadagni da capogiro alla malavita. Alla faccia dei controlli sul ciclo dei rifiuti. Lo provano numerose dichiarazioni dei pentiti, alcune delle quali ancora in attesa di riscontro documentale. Lo provano i numerosi sequestri che si sono succeduti negli ultimi mesi nei porti campani e non solo: secondo le cifre fornite da Legambiente nel 2009 ben 7.400 tonnellate di rifiuti speciali sono state sequestrate nel corso di controlli doganali. Quasi il doppio dell’anno precedente. E ancora secondo l’organizzazione ambientalista, sotto osservazione della magistratura e delle forze dell’ordine ci sono soprattutto i porti di Napoli, Genova, Gioia Tauro e Taranto dai quali partono, tra l’altro, i cosiddetti e-waste, componenti elettronici che vengono smontati nei paesi orientali e africani fornendo materie prime per i nuovi prodotti.

Del resto la tesi dell’inversione delle rotte dei rifiuti era già stata avanzata nell’inchiesta «rompiballe» dalla quale è poi scaturita anche quella che venerdì ha portato all’arresto di 14 persone. In quel caso erano i rifiuti napoletani che venivano portati in Germania con codici diversi da quelli previsti dalla legge. Sullo sfondo un’ipotesi inquietante che ha dato il via a indagini dei magistrati tedeschi: i rifiuti non sarebbero finiti negli impianti indicati, ma in una miniera di sale della Germania Orientale.

Ma i trasferimenti di rifiuti oggetto delle più recenti inchieste della magistratura indicano per i rifiuti (e soprattutto per i cosiddetti rifiuti speciali) mete sempre più lontane. A settembre dello scorso anno, ad esempio, i finanzieri del comando provinciale di Napoli e i funzionari della dogana sequestrarono undici container diretti in Malesia che contenevano trecento chilogrammi di rifiuti pneumatici, soprattutto scarti di pneumatici, che per legge avrebbero dovuto essere riciclati. Ma non è stata certo questa l’unica operazione: i sequestri di pneumatici e di pezzi d’auto sono frequenti nei porti di Napoli e di Salerno. E il fenomeno è finito nel mirino della Ue. Ieri il commissario europeo all’Ambiente, Janez Potocnikha spiegato: «Una spedizione di rifiuti su quattro è fuorilegge. Il problema riguarda principalmente esportazioni illegali di rifiuti elettrici ed elettronici e di vecchi veicoli». Parlando di rifiuti elettrici ed elettronici, Potocnik ha illustrato come questi custodiscano risorse preziose, a partire dall’oro. Secondo il commissario Ue «quaranta cellulari contengono circa un grammo di oro. Dovreste spostare e trattare in media una tonnellata di minerale, spesso usando sostanze tossiche, per ottenere la stessa quantità da un’estrazione primaria». E non a caso Potocnikha subito dopo ricordato il caso Campania, purtroppo da tempo nell’agenda nera delle emergenze di carattere europeo. Ha poi lanciato un messaggio a tutti gli Stati membri dell’Ue: «Come con la Campania, continueremo ad essere rigorosi sulle infrazioni e a ricorrere alla Corte europea di Giustizia laddove necessario».

I liquami «Sversamento autorizzato con ordinanza» «Conosco Marta Di Gennaro da 22 anni. È una persona onesta, un dirigente dello Stato fra i migliori: saprà dimostrare la sua innocenza». Lo afferma Francesco Giro, sottosegretario ai Beni Culturali. «Se Di Gennaro ha autorizzato con ordinanza commissariale il conferimento del percolato eccedente della discarica di Villaricca nella vasca del depuratore di Napoli Est evidente che riteneva quel sito adeguato. Sono stupefatto dall’accanimento giudiziario verso questo dirigente, donna capace e rigorosa a cui voglio esprimere la mia solidarietà».

II business Sulla sfondo un patto tra camorristi campani e boss della malavita asiatica.

Fonte: il mattino

In diecimila per dire NO alla discarica

Lungo corteo. Ora comincia il presidio permanente

QUARTO – ”Dovranno passare sui nostri corpi se vorranno aprire la discarica in via Spinelli”. Cosi’ il sindaco di Quarto, Sauro Secone al termine della marcia antidiscarica che si e’ conclusa poco dopo le 17 proprio nei pressi della cava di tufo individuata dalla provincia di Napoli, per scaricare i rifiuti dei comuni flegrei.
”Il presidio mobile dell’ amministrazione comunale presso la cava – ha inoltre aggiunto il sindaco – continuera’ a tempo indeterminato, ossia fino a quando non si chiudera’ questo capitolo. Oggi abbiamo scritto una pagina molto importante della nostra storia cittadina e per la difesa dei diritti all’ambiente e alla salute. In maniera pacifica ma ferma, i cittadini di questo territorio hanno detto no alla discarica. Ci sono stati quarantamila no alla discarica in via Spinelli. Un no motivato da varie ragioni ed in particolare per gli incrementi di mortalita’ per malattie tumorali nel territorio di Quarto, come indicano chiaramente gli ultimi dati dell’Asl Napoli 2”.
La solidarieta’ dei Comuni confinanti e’ stata portata tra gli altri dal sindaco di Bacoli, Ermanno Schiano, presenti anche i consiglieri provinciali di area flegrea, Carlo Morra e Tommaso Scotto di Minico e per il Pd flegreo, Vincenzo Figliolia. Dal Consiglio regionale nessuna rappresentante dei comuni flegrei ha manifestato contro la volontà della Provincia
Compatta anche la presenza della Chiesa flegrea alla manifestazione di questo pomeriggio. Il delegato del Vescovo di Pozzuoli, Gennaro Pascarella, don Genni Guardascione, ha letto un messaggio del presule, in cui viene ribadito il `no’ all’insediamento di un sito di raccolta rifiuti in localita’ Brindisi.
Il messaggio verra’ letto anche nelle celebrazioni domenicali in tutte le parrocchie di Quarto. Inoltre e’ stato annunciato che lunedi’ alle 12 verra’ presentato presso il presidio mobile l’ intero progetto per la realizzazione del Santuario mariano `Regina della Pace’, che sorgera’ in un’area attigua a quella delle cave.
La Curia intende realizzare nell’area anche un centro congressi e strutture sportive ad uso della comunita’ locale.

Fonte: notiziario italiano

Rifiuti, l’ordinanza: «Le regole si cambiavano e Bassolino sapeva»

Se le regole stabilivano che quel tipo di sostanza non poteva assolutamente finire nei depuratori, dunque in mare, loro le cambiavano. Il sistema che emerge dall’ultima inchiesta della Procura di Napoli sull’emergenza rifiuti, che ha portato agli arresti 14 persone tra cui l’ex vice di Guido Bertolaso, Marta Di Gennaro, il prefetto Corrado Catenacci e l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, è un quadro abbastanza evidente di come venivano manipolate le normative. Un sistema di illeciti di cui l’ex governatore della Campania Antonio Bas-solino, che è indagato, «era sempre bene a conoscenza». Così come, scrivono i pubblici ministeri nelle mille pagine del provvedimento, conosceva bene «l’inadeguatezza degli impianti» di trattamento dei rifiuti. Ma dall’ordinanza emerge che in realtà a molti degli arrestati e degli indagati era nota la gravità della situazione e il potenziale pericolo. Come? Lo si capisce chiaramente leggendo un’intercettazione tra l’ingegner Generoso Schiavone e Gaetano De Bari, il primo responsabile del ciclo delle acque della regione Campania, il secondo responsabile del depuratore di Cuma, entrambi arrestati. I due parlano di una bozza di delibera: è l’atto che consentirà agli impianti di sversare in mare acque con alte percentuali di sostanze chimiche.
Schiavone dice: «Noi gli dobbiamo preparare una cosa semplice al prefetto». De Bari: «In modo che scarichiamo a mare, scarichiamo il percolato. Facciamo tutto, facciamo, hai capito?». Un altro passaggio interessante dell’intercettazione è quello in cui il responsabile del depuratore di Cuma cerca di far inserire tra i parametri da modificare quello relativo all’escherichia coli, batterio presente negli scarichi fognari ma non nel percolato. Schiavone, però, è contrario: sa bene che la modifica di questo parametro converrebbe solo a De Bari. Schiavone: «Io la vedo semplicissima, perchè alla fine già sappiamo quali possono essere i problemi: il Cod, l’azoto, l’Nh3, le solite cose». De Bari: «L’escherichia coli». Schiavone: «No, per favore, ti voglio bene… Poi parliamo, dai. Quello è perchè ti conviene a te l’escherichia coli, perchè i tuoi impianti vanno sempre fuori limite. A me non ce la fai, non l’hai capito ancora: io sono di Pozzuoli».

Fonte: il messaggero

Liquami, sversamenti decisi a tavolino

di Fabio Postiglione

Il sistema di smaltimento del percolato tra Napoli e la sua provincia era deciso praticamente a tavolino. Lo sostengono i pm, lo ipotizzano i magistrati. Questo perché i conferimenti di liquami inquinanti finivano nei depuratori di mezza Campania senza alcuni criterio e sapendo perfettamente che non avrebbero potuto smaltire nulla, neanche un grammo di quella schifezza che arrivava direttamente dalle discariche, dalla decomposizione delle balle di Cdr.
Al centro c’è uno degli interrogatori di Gaetano De Bari, uno degli arresti per l’inchiesta sbattezzata “marea nera”. Ecco cosa dice: «A me non venne affatto chiesto quale potesse essere mai la quota di percolato compatibile con le capacità depurative del mio impianto e posso certamente dire che una analoga richiesta di informazione a nessuno dei gestori partecipanti sia stata fatta – ha spiegato -. Io ricordo che all’indomani della citata riunione mi fu recapitata una nota da parte del commissario straordinario di Governo in cui erano indicate, impianto per impianto, le quote di percolato da ricevere. Per il mio impianto si trattava di 100 mc giorno per Napoli Est e 100 mc per Foce Sarno. Devo però aggiungere e sottolineare questa singolare circostanza: io nell’esaminare le carte a mia disposizione ho notato che la tabella per “quote” di percolato risulta allegata ad una missiva del Commissariato di Governo che reca la data del 12 luglio del 2006, cioè una data anteriore a quella della riunione che invece risale al 12 luglio. Ritengo – spiega De Bari – che vi sia qualche errore in qualche data oppure vi sarebbe una riunione a monte ancora prima, che tuttavia non ricordo». Per gli inquirenti non ci sono dubbi sul punto. Ovvero che le qualità di percolato da smaltire presso ciascun impianto di depurazione «venne decisa senza consultare nessuno dei gestori degli impianti, che avrebbero avuto informazioni importanti da condividere in ordine alle capacità degli stessi, senza compiere alcuna verifica sullo stato dei depuratori, sulla loro efficienza, sulla esistenza o meno di autorizzazioni allo scarico, sulla compatibilità tecnica e le caratteristiche di ciascun impianto», così come la tipologia del rifiuto da depurare. Secondo uno schema comportamentale, che scrive il gip, si ripeterà più volte, «le persone preposte alla struttura commissariale e agli organismi coinvolti, giunsero dunque nel tempo ad adottare provvedimenti palesemente illegittimi finalizzati unicamente a risolvere una una unica questione, nella specie l’evacuazione dei liquidi di percolazione dai Crd e dalle discariche, senza preoccuparsi delle ulteriori conseguenze in termini ambientali e della salute pubblica». Due giorni fa però il blitz che ha portato al blitz che ha portato all’emissione di una ordinanza per 14 persone. In mille pagine i magistrati hanno delineato uno scenario inquietante: per anni tonnellate di percolato, quel liquido che si forma nelle discariche dove si smaltiscono i rifiuti solidi urbani, sarebbe finito in mare con il suo carico di veleni, inquinando un lunghissimo tratto di costa della Campania. Quattro anni di lavoro investigativo – fatto di acquisizioni di atti e di intercettazioni telefoniche – che all’alba di oggi hanno portato all’esecuzione di 14 provvedimenti cautelari, otto in carcere e sei ai domiciliari. Trentotto in tutto gli indagati che nei prossimi giorni dinanzi ai magistrati potranno difendersi. Ai domiciliari sono finiti, tra gli altri, l’ex prefetto Corrado Catenacci, che è stato commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, Marta Di Gennaro, già vice di Guido Bertolaso alla Protezione civile, l’ex direttore del ministero dell’Ambiente, Gianfranco Mascazzini. Tra gli indagati risultano, invece, l’ex presidente della Giunta regionale della Campania, Antonio Bassolino, l’ex assessore all’Ambiente, Luigi Nocera.

Fonte: il roma

EMERGENZA RIFIUTI, L’ESERCITO FUORI DALLA GESTIONE DEI CONTI

di Federico Fubini

Ambiente Prevista per domani un’ordinanza di Palazzo Chigi. L’atto d’accusa dei magistrati contabili: in 15 anni gestione sommaria Emergenza rifiuti, l’esercito fuori dalla gestione dei conti La competenza passa alla Protezione civile. Il generale Morelli aveva trovato debiti per 500 milioni II rendiconto di un quindicennio di gestione dell’emergenza rifiuti in Campania cambia firma e padrone. La delibera è attesa per domani e sarà quella che nel gergo dell’amministra-zione si chiama un’Opcm: ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri. Escono di scena il generale Mario Morelli e il dirigente generale della Funzione pubblica Luciano Cannerozzi de Grazia, recupera un ruolo centrale il dipartimento della Protezione civile di Palazzo Chigi. La chiusura della contabilità degli anni di emergenza rifiuti a Napoli non verrà più assicurata da un’autorità indipendente, ma da una struttura legata a chi di quelle entrate e di quelle spese è direttamente responsabile. Potrebbe apparire strano, se solo il commissariato ai rifiuti fosse gestito come un’impresa: per certificare la qualità dei propri conti di solito un’azienda ricorre a un revisore esterno, non a se stessa. Ma la questione spazzatura in Campania è sempre stata un caso a sé. In ottobre, un rapporto della Corte dei conti sulla gestione commissariale dal ’94 a fine 2009 parlava di «logiche gestionali e contabili piuttosto sommarie» e di «una gestione amministrativo-finanziaria poco attenta alla verifica dei presupposti dei pagamenti». Per la precisione, la magistratura contabile cita anche «una situazione debitoria al primo luglio 2008 valutabile intorno ai 2,35 miliardi di euro, a fronte di crediti per soli 415 milioni». Nel frattempo molta di questa esposizione dev’essere stata saldata, perché il rendiconto affidato all’esercito avrebbe fatto emergere fin qui circa 500 milioni di debiti e 400 di crediti aperti. Ma il passaggio di poteri dalla squadra del generale Morelli ad altri non era scontato. Il decreto che un anno fa ha chiuso la gestione commissariale aveva affidato all’esercito, attraverso il generale Morelli, la responsabilità dell’«unità operativa» (i militari a guardia di discariche e impianti di smaltimento) e della cosiddetta «missione stralcio» per la rendicontazione dal ’94 in poi. Quel mandato contabile si chiude formalmente domani, ma resta del lavoro da fare nella massa inestricabile di debiti e crediti. Non è un caso se una proroga di sei mesi alla missione fosse stata prevista fin dall’inizio. Quello che probabilmente Morelli e Cannerozzi non avevano messo in conto, era la loro estromissione nella fase decisiva della chiusura dei conti di quindici anni di emergenza rifiuti gestita dal commissariato di governo. Al loro posto, l’Opcm di domani potrebbe chiamare un’autorità prefettizia o un vice del capo della Protezione civile Franco Gabrielli: lo si capirà solo a ordinanza firmata dal premier. I militari si ritireranno secondo gli ordini, non senza però prendere alcune precauzioni. Una su tutte: malgrado le indicazioni di segno opposto che sarebbero venute dalla Protezione civile, i loro conti verranno chiusi al giorno di domani. Da martedì se ne aprono altri, in modo da separare le responsabilità di rendicontazione degli uni e degli altri. Non che manchi il lavoro da fare. La Corte dei conti parla di «omessa presentazione della documentazione della spesa sostenuta nel 2006 per 5o milioni di euro» alla Fibe Campania Spa (gruppo Impregilo). Sempre la Corte sostiene che la Ragioneria dello Stato avrebbe «ricusato il visto all’utilizzo di somme» per circa 3o milioni. Per non parlare di quei 155 milioni del periodo gennaio 2007-giugno 2008 per i quali a ottobre 2010 mancavano ancora «i rendiconti amministrativi». I magistrati contabili notano poi le spese interne della Crediti Secondo il rendiconto affidato all’esercito i crediti del commissariato sarebbero di 400 milioni struttura commissariale, cresciute negli anni «in misura esponenziale». E si preoccupano del futuro: «Con la cessazione dello stato di emergenza — scrivono — emergerà in tutta la sua evidenza l’irragionevole duplicazione dei costi». Tutte questioni di cui, da martedì, si occuperà un’autorità di cui ancora non si sa nulla.

Fonte: corriere.it

Nomadismo dei rifiuti Torna il problema che fa infuriare la Guizza

La protesta dei residenti che chiedono a Zan di intervenire «Siamo invasi dalla spazzatura di chi vive nei Comuni limitrofi»

GUIZZA. Anche la «monnezza» può decretare cittadini di serie A e compaesani di serie B? Sì, secondo gli esponenti del Pdl della circoscrizione numero 4, infuriati di fronte alla rigorosa presa di posizione dell’assessore all’ambiente Alessandro Zan: «i brogli della stazione vengono (giustamente) sanzionati – ruggiscono – quelli della Guizza e di Salboro no». «Non altrettanta solerzia è stata riservata al quartiere 4 – tuona, infatti, Daniele Zanetti, consigliere Pdl – E il tono trionfalistico dell’assessore Zan stride con quanto denunciato nei mesi scorsi dal sottoscritto e dal capogruppo Alberto Salmaso sul nomadismo dei rifiuti nel quartiere 4 a Salboro ed anche nel quartiere 2 Arcella in zona Pontevigodarzere». Da mesi i residenti dei rioni Guizza e Salboro denunciano i comuni limitrofi perché gli abitanti della cintura urbana (Albignasego in testa) depositerebbero la loro spazzatura in città per bypassare la rigida raccolta differenziata dei loro Comuni. E giù le picconate di Zanetti: «Zan è stato informato ma a noi ha riservato solo spallucce: sa benissimo che esiste questa brutta abitudine ma cercherà di ovviare solo con il porta-porta, provvedimento che sarà introdotto in data da destinarsi. Non vorrei pensare che la disparità di trattamento dipenda dal fatto che la Stazione è nel centro storico mentre il nomadismo dei rifiuti (cosa che continua) è fenomeno periferico». A Zanetti e ai cittadini che si sono mobilitati contro questo fenomeno «la politica ambientalista di Zan non risulta chiara. Tanto più che in quartiere non si è mai visto». (e.sci.)

Fonte: il mattino di padova

Viaggio all’inferno/ Da Licola a Cuma le spiagge inondate dai veleni

di Pietro Treccagnoli
LICOLA -Il mare d’inferno, magari è un concetto che il pensiero non considera, ma esiste e i napoletani lo conoscono bene. È pochi chilometri a Nord. L’inverno sembra ridurre l’inferno, ne attenua la puzza che chi abita qui ha imparato a combattere a zaffate di antistaminici, ché l’allergia perenne è il regalo più insidioso di Sua Maestà la Monnezza, padrona di terre e spiagge che, altrove, sarebbero state un dono di dio. Licola, ma anche Varcaturo, Patria e lassù fino ad Ischitella e ai Regi Lagni, è diventato il buco del culo del mare.

Lo sversatoio di percolato e di tutto quanto inquina, insozza, appesta. Eppure, l’orizzonte è largo, la spiaggia resta dorata, manda riflessi, anche sotto un cielo coperto di gennaio. Se metti alle spalle l’edilizia beduina che da decenni ha devastato paesaggio e coscienze, se guardi l’orizzonte, ti senti allargare il cuore.

A sinistra c’è l’acropoli di Cuma, Monte di Procida, Ischia e Procida come gemelle diverse e a destra, oltre monte Petrino, a Mondragone, il profilo sfumato dei monti Aurunci, che sono già Lazio. Insomma il Tirreno, come lo sognerebbe un turista.
D’estate, chi non può permettersi di meglio, ma anche chi ha qualche pomeriggio libero, si gode un Varca tour. Tangenziale e via da Napoli. Asse Mediano e via dall’amara provincia giuglianese e aversana. Sole e tedio a sdraio. Ma il mare no. Resta un abbaglio che attira per il suo sciabordìo, quasi il sussurro di una sirena…

Fonte: il mattino.it

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