di Rossella Anitori

INTERVISTA. La sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio boccia l’inceneritore. A colloquio con Daniele Castri, legale del Coordinamento cittadino contro l’impianto
A far emergere la verità sull’intricata vicenda dell’inceneritore di Albano è stata la determinazione del coordinamento cittadino che per anni ha svolto un’opera di sistematica contro-informazione, sollevando dubbi sull’iter approvazione di un impianto nocivo per il territorio. Il Tar del Lazio ha accolto i ricorsi presentati dal comitato bocciando l’inceneritore che il Coema, la cordata guidata da Cerroni – proprietario della discarica di Malagrotta e monopolista della gestione rifiuti nel Lazio – avrebbe voluto realizzare con i fondi pubblici destinati alle energie rinnovabili. Terra ha intervistato Daniele Castri, membro e legale del Coordinamento contro l’inceneritore.

Cosa ha deciso il Tribunale?
Il Tar ci ha dato ragione su tutta la linea. Il percorso amministrativo che ha portato alla localizzazione dell’inceneritore ad Albano è stato completamente annullato.

I ricorsi erano tre, ognuno metteva in questione un aspetto diverso.
Il primo, presentato nel dicembre del 2008, metteva in discussione la conversione della valutazione di impatto ambientale (Via) da negativa a positiva. Dopo una prima Via negativa, infatti, la Regione Lazio ha emesso due provvedimenti di sospensione per congelare gli effetti della bocciatura dell’impianto. L’allora governatore Marrazzo, con tutta la presidenza, tra cui Di Carlo, ex assessore ai rifiuti della Regione, avocarono le competenze dell’Ufficio Via alla Presidenza e inserirono al suo interno delle persone di fiducia riuscendo così a trasformare attraverso pressioni politiche e istituzionali, questo ci dice il Tar, la bocciatura dell’inceneritore di Albano in un parere positivo.

Nel secondo avete sollevato invece la questione del l’assenza di una gara d’appalto.
L’inceneritore sarebbe stato costruito con il denaro pubblico, ben 400 milioni di euro sottratti ai fondi destinati alle energie rinnovabili (Cip 6), in violazione della normativa europea e senza una regolare gara d’appalto.

Nel terzo invece?
Argomento del nostro ultimo ricorso era la questione igienico-sanitaria ed epidemiologica. Le modifiche incorse tra il primo e il secondo progetto presentato dal Coema, il primo raffreddato ad acqua ed il secondo ad aria, vista la gravissima carenza idrica nei Castelli romani, era state apportate senza rispettare tutte le procedure tecnico-amministrative, igienico sanitarie ed epidemiologiche previste dalle normative. Il progetto era stato snaturato anche nella sua essenza industriale al punto da non poter più garantire la popolazione rispetto ai rischi derivanti dalle emissioni inquinanti e dal consumo delle acque.

Le intenzioni della giunta Polverini in continuità con l’amministrazione precedente rimangono però quelle di chiudere il piano rifiuti costruendo nuovi inceneritori. Il tempo per accedere ai Cip6, fondi pubblici destinati alle energie rinnovabili, è scaduto. Se l’impianto venisse spostato altrove, verrebbe comunque finanziato?
Dal 31 dicembre 2008 l’Ue ha emesso una direttiva in cui vieta esplicitamente la contribuzione pubblica per qualsiasi tipo di impianto industriale di incenerimento. Motivo per cui se la giunta regionale decidesse di realizzare l’impianto altrove dovrebbe farlo senza ricorrere al denaro dei cittadini. Detto ciò il Tar ha rilevato che neanche l’impianto di Albano poteva essere costruito con i soldi pubblici, tant’è vero che le osservazioni contenute nei ricorsi sono state sottoscritte e avallate dai magistrati. Nonostante i tempi stretti, il Coema era riuscito attraverso un raggiro ad accaparrarsi il mega finanziamento.

C’è chi come Robilotta (Pdl) ha riconosciuto che l’impianto di Albano è «l’ultimo che può essere costruito con i soldi pubblici e che perderli sarebbe una vera iattura» e agita il fantasma di una nuova emergenza rifiuti nel Lazio.
Robilotta sta preparando il terreno. Solo attraverso il commissariamento della Regione sarebbe infatti possibile finanziare in deroga alle disposizioni dell’Unione europea un nuovo impianto di incenerimento rifiuti in un altra zona a spese della contribuzione pubblica.

Il sindaco di Roma Alemanno e il governatore della Regione Lazio Polverini hanno annunciato il ricorso al Consiglio di stato convinti che l’impianto sia stato bocciato per errori burocratici.
L’inceneritore di Albano non è stato bocciato per errori burocratici ma per questioni di merito. Nella sentenza si parla di pressioni indebite dal punto di vista politico e istituzionale, di inadempienza per quel che riguarda la tutela della popolazione che vive nell’area. Il tentativo della politica era quello di speculare a livello economico e industriale sulla salute dei cittadini e sull’ambiente in cui vivono. Il ricorso di Alemanno o della Polverini al consiglio di stato non ci spaventa perché siamo sicuri che le nostre ragioni, come ha stabilito anche il Tar nella sentenza, sono solide e fondate. Porteremo la nostra battaglia in tutte le sedi che questa classe politica ritiene opportune.

Fonte: terranews.it

Annunci