di Rossella Anitori

ALBANO. Il Tar Lazio accoglie i ricorsi presentati dal Coordinamento cittadino che mettono in discussione l’iter di approvazione del progetto. Revocate le autorizzazioni e bloccato l’impianto.
Autorganizzazione e determinazione. Sono le parole chiave del percorso di lotta che, dopo tre lunghi anni, ha condotto il Coordinamento contro l’inceneritore di Albano a vincere la propria battaglia. Il Tar del Lazio, infatti, ha accolto ieri i ricorsi che il comitato cittadino aveva presentato mettendo in dubbio la legittimità dell’iter di approvazione del progetto. E ha deciso: l’impianto non si farà. I magistrati hanno annullato l’intera procedura autorizzativa: la Valutazione di impatto ambientale (Via) firmata dal dipartimento Territorio della direzione regionale Ambiente; l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata dalla Conferenza dei servizi nonostante il parere negativo della Asl RmH e dei Comuni interessati, e l’ordinanza del Presidente della Regione Lazio.

Il Co.e.ma, la cordata guidata da Manlio Cerroni – proprietario della discarica di Malagrotta e monopolista della gestione rifiuti nel Lazio – dovrà quindi rinunciare al proposito di costruire ad Albano, nel cuore dei Castelli romani, tra orti biologici e vitigni doc, l’impianto di incenerimento di rifiuti più grande d’Europa. Un boccone sin troppo ghiotto per il re dell’immondizia che aveva preventivato di realizzare la centrale con i fondi pubblici destinati alle energie rinnovabili. Anche se di rinnovabile un inceneritore non ha nulla: nell’impianto sarebbero stati bruciati materiali altamente riciclabili: plastica, carta e legno, compattati in balle di cdr (combustibile derivato dai rifiuti).

Il Tar ha bocciato il progetto accogliendo le ragioni dei cittadini, preoccupati per il futuro del territorio. Così come la Asl, che sin dall’inizio aveva espresso chiaramente la propria opinione: «Oltre 46 autorevoli studi concordano sull’incremento significativo di patologie oncologiche nelle persone residenti in prossimità di inceneritori. Il Dipartimento non può che esprimere un parere negativo in relazione all’impianto in questione». Visto il via libera dato dalla Regione, alla fine però erano finite col prevalere altre motivazioni. «Non staremo a guardare politici e istituzioni svendere la nostra salute alla speculazione privata», avevano annunciato dal Coordinamento. E così è stato.

La sentenza del Tar premia la determinazione e l’impegno di un movimento di semplici cittadini che, «abbandonati dalla politica», non hanno perso tempo: i membri del coordinamento hanno verificato pagina dopo pagina ogni documento che riguardasse l’impianto, mettendo in luce irregolarità e zone oscure. Sit-in, presìdi e manifestazioni: con costanza e dedizione hanno lavorato perché la verità venisse a galla. La posta in palio era troppo alta: in ballo c’era la salute del territorio e di tutta la popolazione.

Fonte: terranews.it

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