La Asl RmH boccia l’inceneritore di Albano: peggiorerà la situazione. Intrecci con l’inchiesta su Angelo Balducci.

ROMA – Mentre altri due comuni del Lazio – quelli di Cori e Cisterna di Latina – emettono le ordinanze per la chiusura dei rubinetti, ad Albano si scopre che la possibile costruzione di un inceneritore dei rifiuti potrebbe rendere ancora più preoccupante la concentrazione dell’arsenico nelle falde delle acque potabili.
Rifiuti e ciclo alimentare, dunque. Anche nel Lazio, dopo l’allarme di poche settimane fa nel sud pontino, emergono con evidenza scientifica le «relazioni pericolose» tra business della spazzatura e inquinamento delle falde, che secondo la Ue sono messe a repentaglio in 92 città sparse tra Roma, Viterbo e Latina, dalla presenza di sostanze nocive ben oltre i limiti stabiliti dalla legge. In primis, appunto, l’arsenico.

INCENERITORE «INCOMPATIBILE»
A bocciare la realizzazione del termovalorizzatore – contro il quale a ottobre hanno sfilato migliaia di cittadini in un corteo lungo la via Appia – è una relazione del Dipartimento di prevenzione della Asl RmH (Castelli/Litorale) che parla di impianto «incompatibile con il mantenimento di una situazione igienica adeguata per il territorio». In sintesi: secondo il dossier dell’azienda sanitaria, per far funzionare l’impianto occorre un consumo giornaliero di acqua pari a 223.110 metri cubi. Troppi, in una zona come quella dei Castelli Romani – dove secondo i prelievi è più massiccia la concentrazione dell’arsenico nelle condotte, in certi punti oltre 50 microgrammi per litro contro il massimo di 10 previsti dalla Ue – «afflitta da gravissime carenze idriche al punto da condizionarne la nomina di un commissario per l’emergenza idrica».

PIU’ CONSUMO, PIU’ INQUINAMENTO
Non solo: «Occorre anche tenere presente – si legge nel documento della Asl RmH – che l’acqua utilizzabile è comunque oggetto di una deroga regionale in ordine alla presenza di metalli». La sentenza di bocciatura firmata da Agostino Messineo, direttore della Prevenzione RmH, arriva senza appello: «E’ evidente che tale condizione concorrerebbe, in casi di maggiore utilizzo della risorsa idrica, ad un ipotetico peggioramento della percentuale di sostanze nocive». Appunto: oltre all’arsenico anche manganese e fluoruro, questi ultimi se non altro rientrati nei limiti previsti dalla legge.

AUTOBOTTI A CORI E CISTERNA
Intanto resta l’emergenza. I sindaci laziali continuano a firmare le ordinanze di chiusura dei rubinetti. Altri due divieti di bere l’acqua potabile sono stati emessi dai sindaci di Cisterna e Cori – cittadine in provincia di Latina – dove, in attesa dell’entrata in funzione del «dearsenizzatore» – annunciato da Acqualatina, l’ente gestore, «entro il 20 dicembre» – sono entrate in funzione le autobotti della Protezione civile che riforniscono la cittadinanza dalle ore 9 alle 18 di tutti i giorni.
Intanto, mentre nel Viterbese c’è chi pensa a installare nei centri cittadini fontanelle pubbliche con acqua salubre, entro dieci giorni l’erogazione idrica a Velletri «rientrerà nei limiti previsti dalla legge» ha promesso l’Acea nel corso di una riunione sull’emergenza arsenico a cui hanno partecipato i responsabili delle Asl dei Castelli, di Civitavecchia, di Latina, di Viterbo, nonché l’assessore regionale all’ Ambiente Marco Mattei.

UFFICIO PER L’EMERGENZA
Dalla giunta Polverini si attende l’annunciata nomina del commissario straordinario all’emergenza arsenico anche se – leggendo proprio il documento della Asl Rm H che boccia l’inceneritore di Albano – si scopre che già esiste da tempo un ufficio governativo destinato a risolvere l’emergenza della acque ai Castelli. Qui, oltre alla presenza delle sostanze nocive, c’è anche un problema di progressivo sprofondamento delle falde testimoniato pure dall’abbassamento inarrestabile del livello del lago di Albano.
L’incarico lo ricopre un funzionario del ministero alle Infrastrutture, Massimo Sessa, ex assessore all’Ambiente della giunta provinciale di Roma all’epoca in cui (2001-2005) era presieduta dall’attuale deputato Fli Silvano Moffa.

BALDUCCI E LE INDAGINI ROS
Il nome di Sessa, ingegnere, 49 anni, appare nelle migliaia di pagine che compongono l’indagine che i carabinieri del Ros hanno condotto sugli affari della «cricca» legata al business della protezione civile. E qui la vicenda acque si interseca marginalmente con l’inchiesta sulla ricostruzione in Abruzzo. Il dirigente pubblico – che comunque non risulta indagato – assieme ad altri si sarebbe adoperato per trovare un’adeguata sistemazione al figlio dell’ex procuratore aggiunto del tribunale di Roma Achille Toro: un giovane, che lavorava proprio all’Acea.
Il giudice Toro è lo stesso accusato di passare informazioni sull’inchiesta al gruppo che faceva capo all’ex numero 2 della Protezione civile Angelo Balducci. L’ufficio di Sessa gestisce fondi per decine di milioni di euro e ha alcune deleghe straordinarie. Poteri e soldi che non sono serviti ad evitare la bocciatura inflitta dalla Ue – dopo un decennio di proroghe dei valori massimi concesse dall’Italia – alle acque laziali, prime fra tutte proprio quelle dei Castelli Romani.

Alessandro Fulloni

Fonte: corriere.it

Annunci