di Stella Cervasio

Sono in Germania con la commissione. Qui i termovalorizzatori sono quasi superati e noi stiamo ancora a discutere di discariche». A parlare è Gaetano Pecorella, qualche giorno fa in missione in Germania, alla guida della commissione parlamentare sulle ecomafie.
IL PDL Pecorella si è guardato attorno e si è accorto che il sistema italiano è vetusto. E si è messo in contraddizione con il premier, che invece non ha fatto che invocare termovalorizzatori per riparare al disastro di Napoli.
Forse ha capito anche lui che l’obiettivo dell’Europa è non tanto le percentuali di raccolta differenziata, ma ancora più oltre: l’azione di riduzione a monte e di riciclo effettivo tramite raccolte differenziate di qualità. A Berlino quelli che da noi vengono fatti passare per i salvatori della patria contro il grande blob della monnezza, sono roba da dismissione. Il fatto è che dove si riesce a fare una differenziata spinta, il volume dei rifiuti si riduce e l’inceneritore incrocia le braccia. Ecco perché, per tenere in vita i macchinari nati per bruciare il rifiuto tal quale, all’estero accettano di buon grado la spazzatura napoletana che nessuno vuole. Entro il 2020 l’obiettivo tedesco è discarica zero.
Napoli nell’occhio del ciclone, il resto d’Europa, senza incentivi a incenerire come da noi il Cip6 contro cui si levano gli strali dell’ortodossia pro-compostaggio-differenziata, è invece diviso in due. «Ci sono paesi che bruciano di più, come la Danimarca e la Svizzera — spiega Attilio Tornavacca, responsabile di Esper, l’ente di studio per la pianificazione ecosostenibile delle risorse, che ha lavorato a Napoli con successo — e questo succede soprattutto per ridurre al minimo il fabbisogno di discariche. Non le vogliono e rifiutano tutti i problemi connessi con la creazione di depositi di rifiuti. Ci sono poi invece paesi che usano meno gli inceneritori, come la Spagna o l’Inghilterra».
Il metodo di raccolta rifiuti non è unico, non c’è una sola regia.
Contenitori di colori diversi, raccolta di certi materiali e di altri no, tasse sullo sversamento.
Ogni giorno nel mondo si producono 10 milioni di tonnellate di rifiuti. Cinquecento chili ogni europeo, 730 chi vive negli Stati Uniti. In Turchia, Messico e Polonia tutto finisce in discarica.
Di contro, in Olanda e Svizzera ci finisce solo l’1 per cento dei rifiuti.
L’Irlanda sarà nei guai economici, ma a rifiuti va a gonfie vele.
A Dublino chi inquina paga: non esistono impianti per l’incenerimento, chi produce più spazzatura contribuisce con una tassa più alta. Il Comune distribuisce un bidone nero per il secco non riciclabile, verde per lattine, tetrapak, carta, vetro, alluminio, plastica e acciaio. Quest’ultimo viene svuotato gratis. Per il nero si pagano 91 euro all’anno e 8 euro ogni volta che viene messo per strada. Ma il pagamento fa da deterrente, e si è arrivati a svuotarlo una volta ogni tre settimane. Da poco c’è anche il contenitore marrone, per scarti di cucina, verde e umido. Chi ha il giardino coltiva rigogliosissime rose con il compost fatto in casa. Ma c’è chi, per non pagare, brucia o butta in discariche abusive. L’obiettivo della differenziata è il 59 per cento entro il 2013.
Virtuosa anche la Vallonia, in Belgio, dove si fa la raccolta differenziata spinta e l’incentivo a ridurre i rifiuti è affidato anche a un giornale gratuito semestrale: “Meno rifiuti! Ce la faremo!” che aggiorna sulle iniziative della regione. Da quando è stata abolita la pubblicità nelle cassette della posta, si buttano 40 chili in meno di carta all’anno. In Francia invece quasi tutta la grande distribuzione fa a meno dei sacchetti di plastica: considerato che ogni italiano butta 8 chili di buste all’anno, farebbe tanto bene anche a noi.
A Londra nella raccolta stradale il vetro viene diviso per qualità: vetro chiaro, marrone, verde, a Berlino si raccoglie diviso solo il trasparente dal color ambra. In Austria Graz è l’esempio virtuoso: la raccolta è solo domiciliare e ha provocato una tale riduzione di rifiuti che il celebre inceneritore di Vienna è rimasto il solo “monumento” nazionale, non c’è stato bisogno di costruirne altri.

Fonte: repubblica.it

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