di Federico rendina

ROMA – Certificati verdi completamente sostituiti a partire dal 2013 da incentivi onnicomprensivi differenziati, nuove procedure semplificate per gli impianti con facilitazioni aggiuntive alla microgenerazione, “moralizzazione” dell’energia importata spacciata come verde anche quando non lo è, commissari straordinari per le regioni che non riusciranno a rispettare le “quote” di energia rinnovabile a loro assegnate. E’ un ribaltone all’insegna di una maggiore efficienza dei sussidi e del contenimento degli oneri che insistono sulle bollette energetiche – così promettono i nostri uomini di Governo – quello varato ieri dal Consiglio dei ministri con il via libera preliminare al decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue sulle rinnovabili (2009/28/Ce) che ci obbliga a produrre così almeno il 17% della nostra energia entro il 2020.

Un ribaltone che però deve ancora affrontare un percorso complicato, e (come al solito) a rischio di sforamento dei tempi dettati dall’Europa. A pochi giorni dalla scadenza, fissata il 5 dicembre, il governo ha infatti garantito solo il calcio di inizio al provvedimento, che prima dell’esame “finale” al Consiglio dei ministri deve passare il setaccio delle commissioni parlamentari e della Conferenza unificata, accompagnato da non poche “osservazioni” e critiche delle categorie interessate.
Già rispetto alle bozze provvisorie il testo uscito da Palazzo Chigi presenta alcune novità non di dettaglio. Scende tra l’altro da 10 a 5 megawatt (Mw) la soglia oltre la quale dal 2013 gli incentivi alle rinnovabili verranno assegnati dal Gse con aste al ribasso, mentre per gli impianti fino a 5 Mw il meccanismo del “feed in” (tutto riconosciuto in tariffa) che prenderà il posto dei certificati verdi sarà differenziato per fonte e scaglioni potenza. Stop, poi, ai certificati di origine dell’elettricità importata prodotta da rinnovabili che – rimarca il Mse in una nota – «non potranno più essere utilizzati ai fini del raggiungimento dell’obiettivo Italia». E via alla semplificazione autorizzativa, specie per gli impianti più piccoli, fino a 1 Mw.
Su questi principi tutti sembrerebbero (salvo verifiche nei prossimi giorni) abbastanza d’accordo. Già si litiga però su una serie di punti non di dettaglio.

Autorevoli i mugugni sulle norme che rafforzano gli obblighi di sviluppare i biocarburanti per un minimo del 5% al 2013 e del 5,5% al 2014. Protesta l’Unione Petrolifera, se non altro per il «metodo» di queste scelte, che – fanno osservare i petrolieri – sono state assunte senza il necessario confronto.
Frizioni anche sulla regolamentazione degli impianti fotovoltaici a terra nei terreni agricoli, che non potranno superare il limite di 1 Mw e dovranno comunque avere una dimensione massima «direttamente proporzionale – rimarca soddisfatto il ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan – alla superficie agricola posseduta, in modo che non si possa utilizzare più del 10% del terreno a disposizione». Apprezza la Coldiretti, che mette in guardia dalla cannibalizzazione dei terreni agricoli. Non apprezza l’Assosolare (imprese del fotovoltaico), che giudica questi vincoli un forte limite allo sviluppo della filiera fotovoltaica «con forte pregiudizio – afferma il presidente di Assosolare, Gianni Chianetta – per gli obiettivi della direttiva europea» sull’energia verde.
Ad auspicare tempi il più possibile brevi e soprattutto norme «stabili» oltre che coerenti sono intanto i manovratori dell’Enea, a cui il governo ha affidato un ruolo chiave nella promozione delle energie pulite e dell’efficienza energetica, in parallelo con la sfida per il ritorno italiano al nucleare.
Proprio ieri l’Enea ha presentato la nuova edizione del suo rapporto “Energia e ambiente”, che conferma una sostanziale stabilità del nostro record di dipendenza energetica dall’estero (85% a fonte di una media europea del 70%) nonostante una contrazione dei consumi (-5,8% la richiesta di energia primaria nel 2009).

Fonte: sole 24 ore

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