Viaggio negli impianti tra Caserta e Napoli

Impianto Stir di Caivano, 120 camion in fila in attesa di scaricare i rifiuti. Impianto Stir di Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta (particolare da ricordare…), ad appena 27 chilometri, neanche un camion. Impianto Stir di Giugliano, solo 25 chilometri più in là, di nuovo in provincia di Napoli, anche qui niente camion. Sta tutta qui, in questa assurda situazione, l’attuale crisi dei rifiuti in Campania e, in particolare, a Napoli. Un impianto che lavora, ma a passo di lumaca. Altri due bloccati perché pieni di rifiuti. E il sistema va in tilt. Tra notte e mattina giriamo tra questi impianti, che dopo due anni di gestione militare sono passati alle province (altro particolare da ricordare).

Stir vuol dire Stabilimento tritovagliatura e imballaggio rifiuti. A regime, assieme a quelli di Tufino (Na), Battipaglia (Sa), Pianodardine (Av) e Casalduni (Bn), tutti però più piccoli, dovrebbero trattare circa 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno (tra l’80 e il 90% di quelli prodotti in Regione), separando la parte “secca” da inviare al termovalorizzatore di Acerra, da quella “umida” da mandare in discarica. Dovrebbero… Quando i fari della nostra auto illuminano la strada che porta allo Stir di Caivano la scena parla da sola. Fin dallo svincolo dell’asse mediano è una fila ininterrotta di camion, compattatori, scarrabili, tutti pieni di rifiuti. Risaliamo questo fiume puzzolente e contiamo…uno, due, dieci, cinquanta, cento, centoventi.

Leggiamo le scritte sulle fiancate: Penisola Sorrentina, Bacoli, Melito, Poggiomarino, Sant’Antimo, Napoli, Capri, Baiano di Ischia. C’è tutta la provincia di Napoli. Ogni mezzo porta tra 9 e 13 tonnellate di “mondezza”. Quasi 1.500 tonnellate in fila, una discarica a quattro ruote che avanza a passo di lumaca. Camion bloccati qui e che, quindi, non possono raccogliere altra immondizia che così rimane per strada. E la scena non cambia, anzi peggiora, la mattina e il pomeriggio. Gli autisti sono sulla strada, a gruppetti. «Siete giornalisti? Dateci una mano, qua non ce la facciamo più…». «State scaricando?». “Sì, ma chiane chiane, due camion ogni due ore». Niente, rispetto al ritmo normale di 4-6 all’ora. «Dobbiamo aspettare anche 2 o 3 giorni prima di scaricare”».

Tre giorni in fila, con la monnezza sulle spalle, sempre svegli. «Se ti addormenti qualcuno ne approfitta e ti passa avanti». Così per bloccare i furbi, davanti ai cancelli dell’impianto (ancora sorvegliato dai militari) gli autisti hanno formato una sorta di “picchetto” che controlla il rispetto delle precedenze. Ma i tempi restano lunghissimi e quindi devono arrivare i cambi turno per gli autisti. Nuovi autisti e ore di straordinario, così i costi per le ditte, e quindi per i comuni, schizzano alle stelle. Inoltre piove, così i rifiuti impregnati d’acqua aumentano di peso, sarà più difficile lavorarli (soprattutto la fase di essiccazione) e inoltre i comuni dovranno pagare di più alla provincia (si paga a tonnellata) per il conferimento allo Stir. Altri soldi buttati via per amministrazioni locali che proprio sui rifiuti hanno già debiti per quasi 300 milioni. E poi per cosa? Si scarica lentamente e dall’impianto, come spiegano gli autisti, «esce poco».

Perché? Proviamo a guardare oltre la recinzione. Uno degli enormi capannoni è aperto e all’interno si vedono cumuli di rifiuti lavorati fin quasi al soffitto. Sono aperti, ci spiegano, perché una così grande quantità produce molto biogas col rischio di incendio. È già successo 6 giorni fa e i Vigili del fuoco ci hanno messo più di 8 ore per spegnere le fiamme. Insomma l’impianto è strapieno, si lavora male, non si riesce a stabilizzare l’umido (cioé essiccarlo). Ma ancora funziona. Ci spostiamo di pochi chilometri, ma cambiando provincia, da Napoli a Caserta. Siamo a Santa Maria Capua Vetere e di camion non c’è traccia. L’impianto è deserto e sembra fermo. Allora torniamo nel napoletano, ma cambiando impianto. Ma anche allo Stir di Giugliano niente camion e tutto fermo. Dunque file interminabili, attese di giorni a Caivano, e tutto fermo negli altri due. Cosa succede? Sul posto nessuno vuole parlare.

Allora cerchiamo al telefono l’assessore regionale all’Ambiente, Giovanni Romano. E la spiegazione è sconfortante. «Giugliano e Santa Maria Capua Vetere sono fermi perché sono pieni di rifiuti, il primo di umido e il secondo di secco. E non riusciamo a svuotarli. Per questo i camion vanno a scaricare solo a Caivano. É tutta colpa di un’esasperata applicazione della provincializzazione dei rifiuti». Ricordiamo, infatti, che tutti gli impianti (discariche, Stir e l’unico termovalorizzatore) sono passati in gestione alle province. É un po’ come il gioco delle tre carte. Giuliano (Napoli) riesce a portare il secco ad Acerra (Napoli) ma l’umido non sa dove portarlo perché le discariche (Chiaiano e Terzigno) non ce la fanno. Santa Maria Capua Vetere (Caserta) riesce a scaricare l’umido nella grande discarica di San Tammaro (Caserta) ma il secco se lo deve tenere perché ad Acerra deve andare prima quello napoletano.

«Ho chiesto – spiega ancora Romano – alla provincia di Caserta di far sversare a San Tammaro parte dell’umido di Giugliano, offrendo in cambio di portare ad Acerra il secco di Santa Maria Capua Vetere. Una sorta di favore reciproco. Mi è stato detto di no. Ma io cosa posso fare – si sfoga – se non capiscono che bisogna rendere più elastico il concetto di provincializzazione? Non è una proprietà loro assoluta. Bisognerebbe, invece, rispondere in termini regionali». E invece tutto si blocca. E anche Caivano deve rallentare.«Se non riusciamo a far funzionare un sistema regionale per i 36 mesi necessari a costruire i due termovalorizzatori, sarà un disastro. Eppure gli attuali impianti, tra discariche e Stir, ci potrebbero consentire un’autonomia di 700 giorni, ma solo se tutti collaborano, superando assurde pretese localistiche. Lo ripeto a tutti ma finora non mi ascoltano». Intanto è nuovamente sera. A Caivano la fila è aumentata. Gli autisti si preparano a un’altra notte di veglia. Soldi buttati via e emergenza sempre più emergenza.

* Fonte: l’avvenire

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