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Claudio Meloni

Mese

novembre 2010

Nube tossica a Mantova

di Valerio Ceva Grimaldi

INCIDENTE. Ieri è scattato l’allarme al Petrolchimico: una fuoriuscita di gas, proveniente dalla raffineria Ies, costringe all’evacuazione l’impianto adiacente della Bellely energy. Momenti di terrore tra i 250 operai.
Momenti di terrore ieri al petrolchimico di Mantova: intorno alle 15.30 un incidente nello stabilimento della multinazionale petrolifera Ies ha provocato una fuoriuscita di anidride solforosa, un potente irritante. Alcuni operai al lavoro negli stabilimenti dell’adiacente Belleli energy Cpa, che produce grandi componentistiche per impianti di energia, hanno accusato nausea e vomito. Il bilancio finale, per fortuna, non è grave: una persona ricoverata in ospedale in codice verde. Fonti interne alla Belleli raccontano così l’accaduto: «Mentre eravamo al lavoro all’improvviso abbiamo sentito una forte puzza, e siamo scappati da tutte le parti. Anche portando la mano alla bocca non riuscivamo a respirare. Abbiamo seguito le procedure di legge previste in caso di evacuazione, e ci siamo rifugiati nel punto di raccolta. Ma anche lì la puzza era insopportabile, e qualcuno ha accusato mal di testa e nausea».

Al momento, al lavoro erano in 250. «Immediatamente abbiamo chiamato le autorità preposte, e sono arrivate forze dell’ordine e ambulanze». «La nube», prosegue la testimonianza, «proveniva dalla vicina raffineria Ies: pare che si sia rotto un coperchio di un serbatoio a causa di un’infiltrazione d’acqua». L’ipotesi che si sia trattato di un’intossicazione da anidride solforosa è stata avanzata dai vigili del fuoco di Mantova, i cui esperti del Nucleo nucleare biologico chimico radiologico (Nbcr) hanno condotto tutti gli accertamenti del caso ed eseguito le analisi dell’aria. Secondo gli uomini del 115, non ci sarebbero stati né un’esplosione né un incendio. I tecnici dell’Arpa, in appena due ore, hanno dichiarato chiusa l’emergenza, sebbene dall’Asl locale facciano sapere che «occorrerebbe verificare la presenza di idrogeno solforato, una sostanza che spesso si libera in caso di reazioni chimiche di questo tipo e che è molto pericolosa: impedisce la respirazione cellulare».

Lo stabilimento Ies, nel corso della sua storia, è stato segnato da incidenti (quali, ad esempio, un incendio e un black out elettrico), «sintomo di un’inadeguatezza della struttura generale della raffineria, dove però continuano a potenziare gli impianti», denunciano dall’Asl. Raggiunto al telefono, l’assessore comunale ai Lavori pubblici Giampaolo Benedini conferma: «In un serbatoio di bitume a 170 gradi è entrata dell’acqua e si è verificata una fuga di gas di zolfo. C’è stata, quindi, una reazione chimica che ha causato alcuni intossicati».

La vicenda dei rischi ambientali legata alla presenza del grande petrolchimico, posto in linea d’aria a poche centinaia di metri dalla città, fu denunciata dalle colonne di Terra il 12 ottobre scorso. In quell’occasione raccogliemmo la denuncia di Gaspare Gasparini, uno degli animatori dell’Associazione Uniti Per Ambiente e Sviluppo, che denunciò i pericoli di uno dei petrolchimici più grandi d’Italia, nel cui sottosuolo, peraltro, continua a “muoversi” un enorme e venefico lago di surnatante, un composto di oli, benzine, petrolio. Benedini, sollecitato da Terra, ha definito senza peli sulla lingua lo stabilimento Ies «obsoleto». La società, peraltro, «è stata multata perché non ha adempiuto ad alcune prescrizioni». Certo, l’azienda si opporrà. Ma la paura eccome se rimarrà.

Fonte: terranews

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Lo Stir? Rimane vuoto

di Franco Ortolani*

IL CASO. Mentre le strade di Napoli sono piene di spazzatura e i tritovagliatori di Giugliano e Tufino ingolfati, quello di Santa Maria Capua Vetere lavora poche ore al giorno. Ecco l’ennesimo paradosso di questa crisi.
La scorsa settimana ho visitato lo Stabilimento di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti (Stir), l’ex Cdr, di Santa Maria Capua Vetere (Ce). Erano circa le 10 del mattino e, stranamente, la lavorazione dei rifiuti conferiti dalla provincia di Caserta era già ultimata. Il piazzale era pulito, non vi erano rifiuti accatastati e il capannone per la produzione della Fos (Frazione organica stabilizzata) semivuoto. Non vi era assolutamente una situazione che rispecchiasse quella osservata a qualche chilometro di distanza con le cataste di rifiuti in mezzo alle strade. Lo Stir sembrava un’oasi. Il lavoro dell’impianto è quello di separare dai rifiuti indifferenziati le parti metalliche (che sono rivendute), la parte organica (che viene sottoposta ad un processo di maturazione forzata per la produzione della Fos) e quella secca (carta, plastica, legno ecc.) che viene imballata o trasportata direttamente all’inceneritore di Acerra.

Dopo avere visitato l’impianto è emersa una cosa interessante: l’impianto lavora soltanto il 30 per cento dei rifiuti prodotti nella provincia di Caserta. Il rimanente 70 per cento di spazzatura tal quale e indifferenziata finisce direttamente nella vicina discarica di San Tammaro. Si deve sottolineare che la tritovagliatura operata dallo Stir riduce di circa il 30-40 per cento il volume dei rifiuti che entrano nell’impianto. Ne discende che se lo stabilimento lavorasse a tempo pieno, nell’invaso di San Tammaro sarebbe conferito un volume altrettanto inferiore. La discarica, conseguentemente, potrebbe avere una vita sensibilmente superiore e in mezzo alle strade non rimarrebbero accumulati i rifiuti. Il sottoutilizzo dell’impianto è “giustificato” dal fatto che l’inceneritore di Acerra può bruciare solo il 30 per cento della parte secca tritovagliata dei rifiuti di Caserta. E invece di trattare il rimanente 70 per cento dei rifiuti indifferenziati, gli ordini impartiti dall’alto impongono che essi vengano direttamente conferiti nella discarica.

Una situazione che ha dell’incredibile. Chissà da quanto tempo si procede in questo modo e quanto volume di rifiuti è stato inutilmente accumulato nella discarica, riducendone pericolosamente la capacità utile di vita. Sarebbe interessante sapere se anche gli altri Stir della Campania lavorano seguendo le stesse prescrizioni. Se anche gli altri stabilimenti di tritovagliatura dei rifiuti funzionassero allo stesso modo, vorrebbe dire che non si è fatto nulla per evitare che le discariche attive si colmino il più tardi possibile. Mi rifiuto di pensare che ci sia la volontà di fare saturare gli invasi. Per quali motivi? Forse per rilanciare l’emergenza dopo avere ripulito le strade. Oppure per fare guadagnare di più i gestori delle discariche e per creare i presupposti per favorire il trasporto dei rifiuti fuori regione al fine di incrementare i guadagni degli autotrasportatori? La spregiudicatezza dei “comandanti” dell’emergenza sta mettendo di nuovo in serie difficoltà l’economia del turismo. A proposito, ma chi sono i comandanti dell’emergenza rifiuti? Si può rendere noto quali sono le persone che comandano?

Conoscendo nomi, qualificazioni e relative competenze si potrebbe anche comunicare loro qualche buon suggerimento vista la gravità della situazione che essi finora non sono stati in grado di evitare. La riduzione del volume dei rifiuti da accumulare nelle discariche è di strategica importanza. Appena le strade saranno ripulite si riproporrà il problema nel prossimo mese durante il quale è risaputo che aumenta il volume dei rifiuti. La quantità di spazzatura prodotta in Campania ogni anno equivale al volume di circa 12-15 campi da calcio con relative tribune attorno. La situazione attuale dei rifiuti in Campania: si riempie almeno uno stadio ogni mese. I cittadini che seguono sui mass media le vicende dell’emergenza rifiuti sentono parlare di tonnellate di immondizia non raccolta e da smaltire.

Per rendere più immediata la comprensione delle difficoltà connesse allo smaltimento dei rifiuti, cerchiamo di semplificare il problema. In Campania vi sono 551 comuni e circa 5.701.931 abitanti così suddivisi: provincia di Avellino, 432.000 abitanti, densità 155 ab/Km²; provincia di Benevento, 286.500 abitanti, densità 138 ab/Km²; provincia di Caserta, 855.000 abitanti, densità 324 ab/Km²; provincia di Napoli, 3.076.000 abitanti, densità 2627 ab/Km²; provincia di Salerno, 1.076.000 abitanti, densità 219 ab/Km². La produzione media annua di rifiuti si aggira intorno alle 2.500.000 tonnellate, equivalenti a circa 1.200.000-1.500.000 metri cubi di immondizia se potesse essere completamente tritata e separata dagli impianti Stir. La produzione mensile media di rifiuti della Regione Campania è compresa tra 100.000 e 120.000 metri cubi tritati. Per rendere un’idea di quanto siano, si tenga presente che ogni mese i rifiuti regionali riempiono un volume equivalente ad uno stadio (campo di calcio con pista di atletica) delimitato da una tribuna alta circa 15 metri. Ogni anno, pertanto, occorrono volumi (leggi discariche) pari a circa 12-15 stadi da riempire.

È evidente che la provincia di Napoli produce la maggior parte di rifiuti e che per l’elevata densità abitativa e per le caratteristiche geologiche ed ambientali è quella con minore territorio utilizzabile per le discariche. Di conseguenza è la provincia che dovrebbe essere più interessata alla raccolta differenziata e al riciclaggio. Perché più è efficace la raccolta, meno rifiuti andrebbero esportati nelle altre province. Una parte dei rifiuti più ricchi di materia organica e detriti vari è stata e viene invece accumulata in discarica. Mentre la parte più ricca di carta, plastica ecc., in assenza di un ciclo industriale per il riciclaggio, diventa rifiuto tritato e imballato da bruciare. Con le discariche in via di saturazione, con un unico termovalorizzatore realizzato che ha seri problemi e gli altri che non saranno costruiti prima di 3-4 anni si profila una costante situazione di crisi. Il fallimento del decreto legge 90 del 2008 era già chiaro appena emesso, come evidenziai spiegando che le tre discariche annullate con il nuovo testo erano improponibili. I buoni e qualificati consigli ripetutamente forniti sono sempre stati rigettati da persone che per caso rappresentano le istituzioni pubbliche e che si sono rivelate incapaci di risolvere i problemi. Perché non si fa chiarezza?

*Direttore del dipartimento di Pianificazione e scienza del territorio dell’università Federico II di Napoli

Fonte: terranews

Rifiuti, l’esercito ora in azione

di Alessandro De Pascale

NAPOLI. Da ieri oltre 400 militari del 21esimo Genio guastatori di Caserta stanno rimuovendo le 2.500 tonnellate di spazzatura ancora per le strade.
Da ieri oltre 400 militari del 21esimo Genio guastatori di Caserta stanno rimuovendo le 2.500 tonnellate di spazzatura ancora per le strade. In azione anche trenta autocompattatori inviati dalle altre Regioni italiane. La pulizia straordinaria dell’esercito è iniziata dai comuni della provincia e più precisamente da Quarto (a Nord di Napoli) e Castellamare di Stabia (a sud), tra le zone più colpite da quest’ultima emergenza.

Da ieri notte i rifiuti raccolti potranno essere smaltiti anche fuori provincia grazie all’accordo, raggiunto nei giorni scorsi, che consente di scaricare l’immondizia proveniente dal napoletano nelle discariche dell’avellinese e del casertano ma solo fino al 15 dicembre. Inoltre, 50mila tonnellate di frazione umida, compresa quella stoccata negli impianti di tritovagliatura (Stir) di Giugliano e Tufino, verranno inviate in Puglia, vista l’assenza in Campania degli impianti di compostaggio in grado di trattarla.

«Da questa notte Napoli potrà conferire in altre due province campane quantitativi contingentati di rifiuti consentendo l’ulteriore rimozione di giacenza nelle strade», ha confermato l’assessore all’Igiene urbana del Comune Paolo Giacomelli. La città potrebbe quindi ritornare alla normalità nel giro di una settimana, scongiurando un Natale con i cumuli di rifiuti per le strade. Ma per accantonare completamente questo rischio è necessario che in queste due settimane di “ossigeno”, la giunta campana riesca a chiudere anche l’accordo con le altre Regioni disposte ad accogliere i rifiuti di Napoli e aprire nuove discariche.

Altrimenti dopo il 15 dicembre si ritornerà al punto di partenza, con la spazzatura di nuovo per le strade. «Il modello sarà quello delle discariche consortili, come a Terzigno, – assicura Giovanni Romano, assessore all’Ambiente della Campania – per servire gruppi di Comuni e non l’intera provincia: questo è l’unico modo per riuscirle a fare». Intanto nel centro di Napoli, la situazione resta critica con la spazzatura non raccolta che ha provocato un’invasione di ratti. Il contratto con Enerambiente che ha in appalto la pulizia del centro, ormai è scaduto tra le proteste dei dipendenti in sciopero. A pulire i vicoli della città, fino al primo dicembre, saranno due ditte liguri. Poi si vedrà.

Fonte: terranews

«La bonifica non si tocca»

di Vincenzo Mulè

AMBIENTE. Un protocollo d’intesa tra il ministero dell’Ambiente e grandi gruppi rischia di lasciare inquinate diverse aree industriali. Tra queste Crotone, con discariche illegali e rifiuti usati per costruire
«La bonifica non si tocca». Crotone non ci sta e il sindaco Peppino Vallone contesta la ventilata sanatoria a favore dell’Eni, ossia il possibile protocollo di intesa per la determinazione degli obiettivi di riparazione ai fini della sottoscrizione di atti transattivi in materia di danno ambientale, che potrebbe mettere in pericolo la bonifica dell’ex sito industriale di Crotone. Se venisse confermato, Vallone, vorrebbe coinvolgere in clamorose forme di protesta anche Gela e Mantova. I numeri del problema li ha forniti il fisico nucleare Erasmo Venosi: in Italia i siti potenzialmente contaminati sono 12mila, mentre sono cinquanta i siti di interesse nazionale con elevata pericolosità. Di queste 36 sono aree industriali, otto sono discariche e sei hanno un inquinamento d’amianto. Oltre 300 i comuni coinvolti per un totale di circa 7 milioni di persone.
rotone rientra nei siti coinvolti dal protocollo d’intesa firmato tra grandi gruppi industriale e ministero dell’Ambiente.

Alla città calabrese, al suo entroterra e alla «drammatica situazione dell’inquinamento ambientale in cui versano i Comuni di Crotone, di Cassano allo Ionio e di Cerchiara di Calabria», la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ha dedicato una serie di trasferte. Le indagini svolte dalla Commissione d’inchiesta – mediante l’audizione dei rappresentanti delle Istituzioni, l’acquisizione di una notevole mole di documenti e il sopralluogo eseguito – hanno consentito di mettere in luce una situazione di assoluta drammaticità ambientale, con rischi seri e concreti per la salute dei cittadini in tutte le aree del crotonese che, nel corso degli anni hanno visto, e tuttora vedono, non solo la presenza di enormi discariche non protette di prodotti altamente nocivi per l’ambiente, costituiti dalla “ferrite di zinco” e dal derivato “scoria cubilot”, ma anche il loro uso indiscriminato in numerosi edifici, anche pubblici.

Nel corso dell’audizione del 10 marzo, Raffaele Mazzotta, capo della procura di Crotone, ha ricordato come a Crotone sia stata significativa per decenni la presenza di due grossissimi stabilimenti: quello della “ex Pertusola Sud”, sotto il controllo del “gruppo Enichem”, e quello della “ex Montedison” (comprensivo delle due aree industriali, denominate “ex Fosfotec” ed “ex Agricoltura”), che produceva fertilizzanti, fosforo, fosforite e altri prodotti chimici e che, dapprima, faceva capo alla Montecatini e, infine, dopo varie vicissitudini societarie, era passato anch’esso sotto il controllo del “gruppo Enichem”.

Ad oggi la proprietà di entrambi gli stabilimenti industriali fa capo alla Syndial spa, società del gruppo Enichem. I due stabilimenti, confinanti tra loro, sono in stato di totale abbandono ed occupano un’area prospiciente il litorale ionico per una lunghezza di circa due chilometri. Ognuno di essi aveva una propria “discarica a mare”, compresa tra l’area di rispettiva pertinenza e il litorale marino. Tanto che, secondo quanto dichiarato dal procuratore Mazzotta, l’ammontare delle scorie nocive è pari a 450 mila tonnellate ammassate nel piazzale antistante lo stabilimento “ex Pertusola Sud” e nella pertinente “Discarica a mare”.

Secondo quanto riferito da Teresa Oranges, direttrice provinciale di Crotone dell’Arpacal lungo tutta la costa crotonese, vi è una discarica “che praticamente comincia dove inizia la Pertusola e finisce dove sbocca l’Esaro”, dove sono state “abbancate” le scorie, senza alcuna misura di salvaguardia e “come sottofondo non è stato fatto nulla, perché all’epoca non esisteva la normativa”. Non solo. Una parte delle stesse scorie tossiche sono state portate fuori dall’area dello stabilimento industriale e della discarica a mare e sono state utilizzate in diversi siti, ubicati nella stessa città di Crotone, anche da imprese appaltatrici di lavori pubblici, che le avevano acquistate “a costo zero”e per di più “con una piccola quota di contribuzione per la lavorazione e il trasporto”, offerta dalla stessa Pertusola, come ha riferito Mazzotta nella sua audizione del 10 marzo 2010.

I risultati scientifici dei carotaggi disposti dalla Procura di Crotone sulle scorie dell’ex Pertusola, usate per costruire scuole e strade, hanno accertato la presenza di arsenico, nichel e zinco superiori alla media, considerate sostanze nocive se respirate e a contatto con le persone.

Fonte: terranews

Il Nord dice no ai rifiuti campani

Dopo il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, anche il Piemonte fa sapere che non potrà accogliere la spazzatura napoletana, nonostante il tavolo di coordinamento istituito a Roma. Fredda la Lombardia di Formigoni. Incerta la Calabria. Giovedì arriva in città il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani
Vacilla l’accordo che prevedeva lo smaltimento di 600 tonnellate di rifiuti campani al giorno nelle Regioni italiane, per tre mesi. Roberto Cota, governatore del Piemonte, fa sapere che argomenterà il suo no al “tavolo tecnico” convocato dal governo. , commenta laconico Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, che dunque non scioglie la riserva sulla disponibilità ad accettare l’immondizia campana. Il presidente della Calabria, Giuseppe Scopelliti, avverte: “Siamo in una situazione in cui, con il blocco di alcune discariche, siamo in affanno. Per cui dobbiamo aspettare di raggiungere la normalità prima di pronunciarci, rischiamo anche noi di andare in difficoltà>. E mentre in città sono ancora 2400 le tonnellate di rifiuti a terra, il sindaco Rosa Russo Iervolino, contrariata dal “no” del Veneto, annuncia la presenza a Napoli, giovedì, di Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni. Ovvero la figura istituzionale che dovrebbe coordinare gli aiuti delle altre Regioni alla Campania. Ammesso che arrivino da tutti, cosa che al momento non è.

Fonte. repubblica

Rifiuti, gli interessi dietro la crisi fanno ostacolo alla soluzione

di Andrea Boretti

L’ultima trovata sui rifiuti campani è stato un accordo tra Governo e Regioni che prevede lo smaltimento di 600 tonnellate al giorno di rifiuti fuori dalla Campania per tre mesi. In altre parole le Regioni italiane si impegnano a trovare un modo per smaltire il surplus di rifiuti chiedendo in cambio lo stato di emergenza. Ma la crisi di Napoli è la crisi degli interessi di parte e del continuo rimpiattino sulle responsabilità, che stanno dilatando ancora i tempi di quella che appare come l’unica soluzione disponibile: l’avvio di serie politiche di organizzazione ed incentivo alla raccolta differenziata.

Prima erano 6000 le tonnellate di spazzatura non raccolta che sta marcendo lungo le strade di Napoli, poi sono diventate 8000 e infine 3000 a Napoli città e 8000 in Provincia. Niente a che vedere con le centinaia di migliaia di un paio di anni fa ma la situazione è chiara, il problema, checché ne dica il governo, non è mai stato risolto, altrimenti non ci troveremmo a questo punto.

Qualche giorno fa il governatore della Campania Stefano Caldoro diceva: “per uscire dalla crisi strutturale della questione rifiuti servono due o più realisticamente tre anni”. La stessa cosa che dicevano 2 anni fa, ed eccoci di nuovo al punto di partenza, abbiamo fatto un bel giro di cerimonie di inaugurazione e di proclami di emergenza risolta, di problema affrontato e alla fine siamo tornati alla casella di partenza: la “munnezza” è ancora lì, nelle strade. Il problema della spazzatura in Campania è infatti un problema che ha una natura decisamente variegata, ma spiegabile con una singola parola: interessi.

Gli interessi della Camorra che ormai da anni sa che quello dei rifiuti è un business da milioni e milioni di euro – Gomorra di Garrone e Saviano ce l’ha spiegato chiaramente – e che usa questo business per influenzare la politica. Sulla spazzatura, infatti, è caduto Prodi ed è risuscitato Berlusconi che ora sta di nuovo per cadere, certo per le manovre di Fini ma anche per qualche cumulo di rifiuti. Gli interessi della politica stessa che sa quanto gestire la “munnezza” voglia dire in questo momento gestire soldi e quindi potere, oltre che ovviamente poter decidere di questo e di quell’appalto, di questo e di quell’inceneritore (vedi la recente querelle Carfagna-Cosentino). Gli interessi dei cittadini, che arrivano sempre per ultimi, che quando lottano per la propria salute come a Terzigno vengono chiamati teppisti, che da anni – non 2 ma quasi 20 – si trovano ciclicamente in questa situazione che potrebbe probabilmente essere risolta con la differenziata, non a caso mai partita o ostacolata, come nel caso di Camigliano – unico paese Campano a fare la differenziata con successo – dove è stata smantellata con la deposizione della Giunta comunale che era riuscita in tal impresa.

Ora, dopo un mese di nuova emergenza, gli interessi dei cittadini e in particolare la loro salute sono di nuovo a rischio. Nel centro città l’immondizia viene mangiata dai piccioni, ma è in periferia che la situazione peggiora di giorno in giorno con le prime segnalazioni – a Poggioreale e San Pietro a Patierno – di invasioni di topi. Paolo Giacomelli, assessore all’igiene di Napoli rassicura che “Il Comune è in stretto contatto con la Asl, a cui abbiamo chiesto di fornirci immediatamente qualunque informazione utile sugli aspetti sanitari del problema”, ma è una rassicurazione da poco visto che la situazione non potrà che peggiorare nelle prossime settimane dal momento che le discariche e gli Stir (impianti di tritovagliatura dei rifiuti) di Napoli e dintorni sono al limite.

In questa crisi, che, negli amministratori e nel governo, scatena ormai il panico solo a nominarla, l’unica soluzione sembra essere ancora una volta la differenziata – non il decreto del governo firmato dal Presidente Napolitano – dice Daniele Fortini, amministratore delegato di Asìa, Azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani: “L’unica soluzione immediata e con un investimento inferiore al milione di euro è riarmare immediatamente a Giugliano e Tufino gli impianti di stabilizzazione della frazione umida, distrutti durante l’emergenza del 2008. Questi impianti servono a trasformare la frazione umida in frazione organica stabilizzata, trasformazione che ridurrebbe il peso dei rifiuti del 40 per cento con un beneficio ambientale ed economico”.

Fonte: il cambiamento

L’Italia e il bidone nucleare

Con i referendum abrogativi del 1987 era “di fatto” ma non “de jure”, chiusa la stagione nucleare italiana iniziata negli anni ’60. Oggi, 23 anni dopo, “di fatto” ci rimane solo il suo prossimo ritorno sancito dal parlamento il 23 luglio 2009 con la legge Sviluppo. Ma dove ed a quali condizioni? Legambiente, oltre ad aver avviato una contro proposta di legge d’iniziativa popolare, in occasione del ventitreesimo anniversario della vittoria referendaria dell’87 (8 – 9 novembre) ha presentato un ampio dossier dal titolo inequivocabile: “A chi tocca il bidone nucleare?” (.pdf).

Il bidone nucleare tocca, anzitutto, a tutti gli italiani senza eccezioni, anche se in politivherse s’informa che “formalmente non è ancora possibile procedere alla localizzazione degli impianti atomici […] in realtà è già possibile simulare un processo di selezione di aree disponibili”. I documenti governativi, a tal proposito, rassicurano che “gli standard internazionali per la localizzazione degli impianti atomici sono ampiamente noti e l’Agenzia per la sicurezza nucleare del nostro Paese non potrà che assumerli come propri”.

Sono quindi 50 le “aree atomiche” distribuite in 15 regioni italiane potenzialmente idonee a localizzare una centrale nucleare: “7 in Puglia, 6 in Toscana, 5 in Sardegna e Sicilia, 4 in Calabria, Lombardia e Veneto, 3 in Emilia Romagna, Lazio Friuli e Venezia Giulia, 2 in Campania, 1 in Basilicata, Molise, Piemonte e Umbria”. Nell’elenco, che potete consultare Comune per Comune nel dossier di Legambiente (pagine 10 e 11 .pdf), compaiono vecchie conoscenze del movimento antinucleare italiano come “i 4 siti che ospitano ancora oggi le centrali dimesse di Trino Vercellese (Vc), Caorso (Pc), Latina e Garigliano (Ce), ma anche di Montalto di Castro (Vt)” dove era in costruzione la quinta centrale nucleare prima del referendum.

“Stando a quanto riportano indiscrezioni di Palazzo – si legge sul documento di Legambiente – i progetti delle aziende energetiche sarebbero già pronti e dei 4 reattori EPR oggetto dell’accordo Berlusconi – Sarkozy del febbraio 2009, che dovrebbero essere costruiti da Enel e dalla francese EdF, 2 verrebbero realizzati a Montalto di Castro, al confine tra Lazio e Toscana, 1 sull’asta del fiume Po a partire dai siti ex nucleari di Trino Vercellese, e uno nel centro sud Italia”.

A queste localizzazioni vanno poi aggiunte quelle relative al deposito e allo stoccaggio delle scorie, sia del vecchio che del futuro programma nucleare, problema che coinvolgerà altre 52 possibili aree, “ciascuna di 300 ettari di estensione, localizzate tra Puglia, Molise, Basilicata, (in particolare l’area calanchiva e la Murgia in provincia di Matera), tra il Lazio e la Toscana (la provincia di Viterbo e la Maremma), tra l’Emilia e il Piemonte (soprattutto nel Piacentino e nel Monferrato)”. Anche in questo caso, denuncia Legambiente “l’iter è stato coperto dal segreto e ora si è in attesa del varo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare che dovrà validare questa selezione”.

Ma il “dove” non è la sola nota dolente del neo programma nucleare italiano, anche il “come”, che vede protagonista la tecnologica EPR di terza generazione progettata dalla francese Areva e che il Governo vuole importare con 4 esemplari, lascia perplessa Legambiente. Se i fautori dell’EPR, infatti, ne parlano come di un gioiello di sicurezza e tecnologia, quelli in costruzione a Olkiluoto in Finlandia e a Flamanville in Francia stanno palesando costi elevatissimi, ritardi di costruzione e limiti di sicurezza che “hanno spinto diversi governi e aziende energetiche a ripensare le loro strategie e in alcuni casi a ritirare gli ordini d’acquisto”.

“Il reattore di Flamanville, la cui costruzione ha avuto inizio nel 2007, ha già accumulato due anni di ritardo con un primo aumento dei costi di costruzione passati dal preventivo di 3 miliardi di euro ai 4 attuali”, fondi potenzialmente sottratti allo sviluppo “alle fonti di energia rinnovabili e a politiche di efficienza energetica, uniche soluzioni già disponibili per ridurre in tempi brevi e con efficacia le emissioni climalteranti”.

L’EPR sembrerebbe quindi un vero e proprio “bidone” che ha addirittura convinto le Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Finlandia e Gran Bretagna a diffondere una nota riportata in appendice al dossier (pagine 31 e 32 .pdf) che “evidenzia tutti i problemi del sistema di sicurezza EPR, più precisamente la sua inadeguatezza e la mancata indipendenza dal sistema di controllo”.

Quanto basta per desistere? Non ancora, “ma facciamo sempre tempo ad aggiungere – conclude Legambiente – che il problema delle scorie, nel caso dei reattori EPR addirittura più radioattive del solito a causa di un maggior arricchimento dell’uranio fissile, è ancora molto distante dall’essere non solo risolto, ma quanto meno gestito in sicurezza”.
Insomma, se per ENEL il nucleare è buono e fa bene soprattutto in Italia” per Legambiente sembra invece che il contributo di “questo nucleare” in Italia sia davvero irrilevante, tardivo oltre che costoso e pericoloso. In sintesi: “too little, too late, too expensive, too dangerous” [A.G.]

Fonte: unimondo.org

Disponibili risorse per 432 milioni

di Francesca Milano

È in vigore da sabato il decreto legge numero 196 sui rifiuti campani, approdato in Gazzetta Ufficiale dopo le ultime modifiche introdotte in base alle indicazioni del Quirinale.
Nel testo definitivo è scomparso il comma che prolungava fino al 31 dicembre 2011 la gestione comunale delle attività di raccolta, di spazzamento e di trasporto dei rifiuti della raccolta differenziata. Il termine, quindi, torna a essere fissato per il 31 dicembre 2010.
La più importante novità, però, riguarda la possibilità di smaltire i rifiuti prodotti in Campania anche in impianti situati in altre regioni: questa opzione sarà possibile solo fino alla completa realizzazione degli impianti necessari e solo nel caso in cui si verifichi la non autosufficienza del sistema di gestione dei rifiuti urbani. In questo caso il governo promuoverà – nell’ambito di una seduta della conferenza stato-regioni convocata in via d’urgenza – «un accordo interregionale volto allo smaltimento dei rifiuti campani in altre regioni». Nel decreto si specifica che questa misura «non dovrà comportare nuovi o maggiori oneri a carico dello stato». Su questo argomento si è espresso ieri anche il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, il quale ha sottolineato che la questione delle immondizie «colpisce l’Italia intera, e ha senso il nostro contributo – ha detto riferendosi alla sua regione, il Veneto – nel momento in cui, come oggi è, si inserisce dentro un percorso sostenibile, che renda sostenibili le soluzioni nel territorio».
La terza – e definitiva – stesura del Dl ha confermato l’eliminazione dall’elenco delle discariche campane (previsto dall’articolo 9 della legge numero 123/2008) degli impianti di Andreatta (in provincia di Avellino), di Cava Vitiello (a Terzigno, comune in cui è attiva la discarica Sari e dove si sono verificati duri scontri nelle scorse settimane) e di Serre (nella Valle della Masseria, in provincia di Salerno).
Scompare dal testo anche lo scioglimento dei comuni che non raggiungono i livelli minimi di raccolta differenziata fissati dal decreto legge numero 90/2008 (il 50% entro il 31 dicembre 2010): il decreto numero 196 prevede, invece, la possibilità da parte del prefetto di diffidare il comune inadempiente a mettersi in regola entro sei mesi, al termine dei quali il prefetto dovrà nominare un commissario ad acta.

Confermate, invece, le risorse stanziate: 150 milioni provenienti dal Fondo per le aree sottoutilizzate (per la quota spettante alla Campania nel periodo 2007-2013), a cui si aggiungono 282 milioni a carico dei fondi Fas (141 di competenza statale e 141 di competenza regionale sui fondi Cipe).
Nel Dl vengono confermati gli ammortizzatori sociali in deroga fino al 31 dicembre 2011 per il personale in esubero dei consorzi.

Fonte: sole 24 ore

Regioni in soccorso di Napoli

di Davide Colombo

L’appello alla collaborazione lanciato venerdì scorso dal consiglio dei ministri ha sortito i suoi effetti. E nello stesso giorno in cui nel napoletano entra in azione l’esercito per sgomberare le strade, le regioni danno la loro piena disponibilità al governo per gestire la nuova emergenza rifiuti. Si parte dalla richiesta di garantire lo smaltimento di 600 tonnellate al giorno di rifiuti della Campania per i prossimi tre mesi e saranno i tavoli tecnici che si riuniranno nelle prossime ore a decidere come, per quale destinazione e con quali certificazioni e garanzie i camion potranno partire con i loro carichi per raggiungere i centri di smaltimento indicati dalle altre regioni.
Soddisfatto il ministro Raffaele Fitto, che al termine dell’incontro ha chiarito che «la parte politica di questo lavoro è finita e ora inizia la gestione tecnica». Poi Fitto ha comunicato il buon esito dell’incontro al premier Silvio Berlusconi. Superati, dunque, i «veti» sollevati fino a domenica scorsa da diversi governatori che avevano negato la disponibilità a sobbarcarsi nuovi carichi, sia pure in via temporanea. Solo il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha confermato il suo «no», una posizione cui s’è allineato anche il rappresentate del Friuli Venezia Giulia, l’assessore regionale all’ambiente, Luca Ciriani: «Le nostre discariche e i termovalorizzatori sono pieni e non possono accogliere i rifiuti campani».
La dichiarazione di stato d’emergenza è stata la prima richiesta e il governo «farà le sue opportune valutazioni», ha spiegato il ministro per i rapporti con le Regioni, il quale ha tenuto a sottolineare che nella riunione convocata ieri pomeriggio c’erano tutti, o governatori o assessori, di ogni ente. Mentre la collega Stefania Prestigiacomo (Ambiente) ha assicurato «la massima vigilanza sui trasferimenti e sulla qualificazione dei rifiuti trasportati».
Soddisfatto anche il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che in apertura dell’incontro aveva appunto ribadito come, per i governatori, fosse indispensabile la dichiarazione dello stato di emergenza «per dare una risposta strutturale e definitiva a una questione che riguarda tutta l’Italia, riguarda l’immagine che il nostro Paese ha all’estero». Ogni Regione darà quindi una mano «nell’ambito di uno sforzo chiesto a tutte le istituzioni – ha proseguito Errani –. Ci vorranno le massime garanzie sulla qualità dei rifiuti e il loro smaltimento oltre al loro controllo sia in partenza che in arrivo negli impianti». Anche il governatore del Lazio, Renata Polverini, ha assicurato che l’impegno sarà collettivo e unanime: «tutto il governo conferma che c’é bisogno delle regioni e le regioni tutte hanno dato disponibilità». Impossibile, al momento, valutare la quantità di rifiuti che potrà smaltire il Lazio: «È una cosa delicata e di natura tecnica: bisogna vedere – ha precisato la Polverini – quali rifiuti ogni regione può trattare». Posizioni confermate da tutti i partecipanti alla riunione voluta da Fitto: dal presidente del Molise, Michele Iorio, secondo il quale si tratta di ricevere due camion di rifiuti al giorno per tre mesi, al presidente della Puglia, Nichi Vendola, che ha osservato come alle regioni toccherà il lavoro più grande. «Questa riunione, nella sua brevità dice che le regioni hanno amor di patria – ha osservato Vendola –. Napoli é una risorsa per il paese, se piange tutte le regioni devono rispondere». Soddisfatto infine Stefano Caldoro, che ha voluto sottolineare in carattere temporaneo dell’aiuto che è stato richiesto: «le regioni hanno fatto scattare un sistema di solidarietà. La Campania – ha sottolineato il governatore- per diventare autonoma ha bisogno di tempo. Oggi viviamo brevi momenti di crisi».

Fonte: sole 24 ore

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