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Claudio Meloni

Mese

ottobre 2010

Calabria, eppur si muove

di Silvio Messinetti

È passato giusto un anno dalla grande manifestazione dei 40mila di Amantea. E pochi giorni dalla pubblicazione delle prime analisi dell’Arpacal che disvelano, purtroppo ancora parzialmente, la mappa di devastazione ambientale tracciata nella valle del fiume Oliva. Di tutta risposta, e non per un rituale anniversario di una festa che non c’è, i comitati, le associazioni, i collettivi e i singoli cittadini, provenienti da tutto il territorio calabrese, convergeranno oggi su Crotone. In nome della difesa del territorio e dei beni comuni di un’intera regione. Contro i veleni di Stato.

La mobilitazione
Lui la conosceva bene la strada dove era sita l’area industriale di Crotone. Per la messa in sicurezza di quest’arteria maledetta, crocevia di morte e dolore, aveva speso tutta la sua vita. Tanto da morirci, colto da un infarto su un palco, mentre perorava la sua giusta causa. Franco Nisticò, già presidente del Comitato per la Statale 106, se fosse stato ancora fra noi, avrebbe condiviso la lotta contro la barbarie ambientale della sua Calabria. In suo nome, e nel suo ricordo, è nata la Rete per la difesa del territorio (Rdt) che organizza questa giornata di mobilitazione, articolata in due momenti. Un sit-in con microfono aperto davanti l’ex polo industriale in mattinata, un’assemblea plenaria, nei locali del Dopolavoro ferroviario, per confrontarsi e darsi percorsi e tempi comuni per affrontare le vertenze ambientali, nel pomeriggio.

Perché a Crotone
Il territorio della provincia pitagorica registra una situazione ambientale pesantissima. Dalle fabbriche chimiche allo smaltimento dei rifiuti, dagli impianti di estrazione di metano e sale agli inceneritori e alle biomasse, dal business mafioso dell’eolico alla centrale turbogas di Scandale (il manifesto del 5 gennaio), si concentra un altissimo numero di fattori inquinanti e pericolosi. A partire, naturalmente, dalla monnezza.
Le discariche in località Columbra, di proprietà del Gruppo Vrenna, due per rifiuti solidi urbani e altrettante per lo smaltimento di rifiuti speciali; l’inceneritore di rifiuti ospedalieri in località Passovecchio, anch’esso di proprietà del Gruppo Vrenna; il selezionatore di rifiuti solidi urbani di contrada Ponticelli, gestito dalla multinazionale francese Veolia (il manifesto del 26 agosto). Oltre a questo elenco di impianti attivi, è in corso il tentativo di realizzare impianti di smaltimento a Cutro, a Petilia Policastro e nella contrada Giammiglione del capoluogo. Come se non bastasse, è da poco iniziato l’iter amministrativo che porterà alla costruzione di una discarica di amianto a Scandale.

La bonifica che non c’è
Crotone è caratterizzata da gravi problemi di inquinamento di suolo, aria e mare. Numerosi sono, infatti, i siti inquinati: l’ex area industriale, di proprietà dell’Eni e la cui bonifica non è ancora arrivata, e chissà quando arriverà; il porto commerciale e tutto lo specchio di mare a ridosso delle vecchie fabbriche, con indicatori di inquinamento da metalli pesanti (mercurio, piombo, cadmio, zinco, manganese, arsenico, fosforo, vanadio) anche cento volte superiori a quelli consentiti dalla legge; l’ex discarica comunale, ancora non bonificata, ed ubicata in pieno centro abitato nel quartiere Tufolo. E poi i famigerati 24 siti, costruiti con i materiali di risulta di Pertusola Sud e sequestrati dalla magistratura, tra cui due scuole pubbliche – la Primaria “San Francesco” e l’Istituto tecnico “Lucifero”- e due quartieri popolari – i rioni Lampanaro e Margherita.

Lo sfruttamento energetico
A questo va aggiunta la presenza stabile di impianti per lo sfruttamento energetico del territorio: tre piattaforme e numerosi pozzi per l’estrazione del gas metano, di proprietà Eni (quasi il 20% del fabbisogno nazionale di gas metano è estratto a Crotone) che provocano il fenomeno della subsidenza vale a dire lo sprofondamento ed erosione del territorio nonché enormi danni alla flora e alla fauna marina; tre centrali alimentate a biomasse a Crotone, Strongoli e Cutro; un impianto di estrazione del sale a Belvedere Spinello, i cui rifiuti pericolosi vengono reimmessi nel sottosuolo.
E, infine, l’energia del vento, la nuova frontiera degli affari di ‘ndrangheta. A Melissa, Strongoli, Cirò, Cutro e, soprattutto, a Isola Capo Rizzuto, nella terra – e letteralmente nei terreni – degli Arena, decine di pale eoliche sono state costruite senza tener conto dell’impatto ambientale e a tutto vantaggio delle cosche.

Le rivendicazioni
Alla luce di questa ecatombe ambientale, gli attivisti della Rdt chiedono che il conto a Crotone lo paghi l’Eni, il colosso dell’energia a partecipazione statale, primo responsabile dell’inquinamento da produzione chimica. E si tratta di un conto salato: il danno ambientale, stimato da una perizia commissionata dal ministero dell’Ambiente, ammonta a 1.920 milioni di euro che, sommati alla richiesta di risarcimento della regione Calabria, fa un totale di 2.720 milioni. La Rdt chiede che sia, dunque, l’Eni a pagare i lavori della bonifica dei siti indebitamente inquinati, garantendo la copertura economica a tutti gli interventi tecnicamente indispensabili al risanamento della terra, dell’aria e dell’acqua.
Partendo dal “caso Crotone”, si confronteranno tutte le vertenze ambientali in Calabria. Contro quella miscela di ‘ndrangheta, massoneria e politica connivente che, in ossequio al neoliberismo sfrenato, ha devastato il territorio calabrese in questi anni. Sfileranno i comitati di Amantea sulle “navi dei veleni” e l’inquinamento della valle dell’Oliva, il movimento No Ponte, i gruppi per la bonifica della Sibaritide, i collettivi che si battono contro la centrale Enel nella valle del Mercure e contro la riconversione a carbone della centrale Enel di Rossano (il manifesto 13 giugno). E, ancora, risuonerà l’eco della lotta contro il termovalorizzatore di Gioia Tauro, per la tutela della costa dei Gelsomini, contro la megadiscarica di Castrolibero, contro l’elettrodotto di Montalto, per ricordare la tragedia operaia e ambientale della Marlane-Marzotto di Praia a Mare. È lo spirito di Teano, quello che animerà la giornata di oggi. Quello dell’Altra Calabria che dal basso prova ad invertire la rotta.

Fonte: Il Manifesto

Gli inganni di Terzigno

“Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare”. Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede?

E’ un clamoroso inganno, basato sulla scarsa memoria storica sia della maggior parte delle persone (che continua a fregarsene dei propri rifiuti) sia della falsamente scarsa memoria storica di chi dovrebbe fare opposizione. Tanto per cominciare non può esserci una legge dello Stato che dice che a Terzigno va aperta una seconda discarica. Non può esserci, perché sarebbe in violazione di altre leggi, di regolamenti del ministero dell’Ambiente e di precise norme UE. C’è qualcosa di scritto, è vero, ma non è una legge.

E’ un decreto d’urgenza, risalente al maggio 2008, voluto dal commissariato straordinario per i rifiuti che, nel nome del “fare presto” a ripulire la parte salotto della città (sull’emergenza rifiuti si era giocata la campagna elettorale alle politiche di quello stesso anno e Berlusconi aveva detto a gran voce che avrebbe “risolto lui” il problema nei primi 100 giorni) preferì – tanto per cambiare – sacrificare il “fare bene”, con il “fare presto”. Risultato, una discarica che andava fatta più lontana dalle abitazioni e non dove la natura è protetta. E di studi che indicavano dove mettere le discariche ce n’erano stati, anche più di uno. Ma si andava di fretta e a chi protestava Bertolaso, con la solita arroganza, accusava di mettere i bastoni tra le ruote.

Il fatto che esista una legge, lo sentiamo ogni giorno urlare dagli schermi televisivi da parte del governatore Caldoro come dal presidente della Provincia Cesaro; ma é è un “mito” di Stato che va assolutamente sfatato. Prima che, a furia di ripeterlo in televisione, diventi nella mente dei cittadini un’inoppugnabile verità. Quella che chiamano “legge” si chiama “decreto-legge”, ha un numero (decreto 90/2008) e un testo qui reperibile: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/decreto_rifiuti/20080523_dl_90.pdf

Se qualcuno ha la pazienza di leggerlo, si accorge di due cose. La prima è che si parla sia della cava Sari sia della cava Vitiello a Terzigno, eppure fino ad ora è bastata la cava Sari. La seconda cosa è un pugno in un occhio: quel decreto è scaduto.
E’ scaduto il 31/12/2009, pertanto non ha alcuna validità legale, tornando ad essere quel che è: carta straccia. Anzi, a dire il vero, tutto il commissariato straordinario all’emergenza rifiuti è diventato carta straccia, visto che non c’è più. E’ vero, esiste la legge 123/2008, che pomposamente si chiama “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90”, ma le modificazioni sono così tante (l’elenco è più lungo del decreto 90 stesso), da modificare e stravolgere completamente quel decreto, ma l’abile mossa psicologica di Berlusconi fu di chiamarlo “conversione in legge del decreto 90/2008”, forzando l’idea che quel decreto fosse diventato legge. E forzando contro ogni logica la proroga dell’apertura delle discariche campane. Altro che “camorra dietro le proteste”, che come mostreremo stavolta non c’entra nulla: siamo di fronte ad un illecito commesso dallo Stato stesso. E non è l’unica cosa che va “storta”. Va storto anche che il comma 2 dell’articolo 14 di quel decreto, che elenca i codici CER, cioè in definitiva le categorie merceologiche di rifiuto, che possono essere tombati a Terzigno e negli altri siti campani. E si tratta dei codici CER dei rifiuti residui a valle della raccolta differenziata. Vengono vietati i rifiuti tal quale, quelli non trattati, cioè quelli uguali a come sono stati presi dai cassonetti: cioè quelli che vengono tombati alla Sari e presto anche a Cava Vitiello.

Che cosa sta succedendo? E come spiegare il grande “colpo di fortuna” avuto dalle istituzioni alcuni giorni dopo, quando si è interrotta la raccolta dei rifiuti urbani nella città di Napoli? Già, perché di grande colpo di fortuna si tratta, il trovarsi davanti al fermo della raccolta in una città di un milione di abitanti, ed avere la scusa “pronta”: gli abitanti di Terzigno e di Boscoreale bloccano le discariche, per cui la raccolta è ferma. Ma è così? La risposta è no. E’ solo l’inganno successivo. E se non è per questo, allora Terzigno cosa c’entra? Nulla. Terzigno e Boscoreale, ancora una volta, sono vittime dell’inganno di Stato. Usate come “scusa”, per far sembrare che sia colpa loro se il sistema si è inceppato.

Partiamo allora da quello che è stato il reale inceppamento del sistema di raccolta. Appunto, del sistema di raccolta, non di smaltimento. Si è interrotto il passaggio dei camion autocompattatori che raccoglievano dai cassonetti stradali, pochi giorni dopo l’inizio della fase di scontro e di rivolta popolare a Terzigno e si è addossata la colpa alle proteste popolari. Invece c’è dietro un problema amministrativo, con dei risvolti degni di un romanzo thriller. E forse la soluzione non è a Terzigno, dove d’altronde lo Stato, la Regione, la Provincia, lo stesso Bertolaso, sapevano già in anticipo che avrebbero trovato resistenza. Hanno trovato resistenza per la Sari, due anni fa, e oggi gli animi sono anche più esacerbati di allora. Pertanto era più che prevedibile che ci sarebbero stati problemi, un riaprirsi di quella frattura democratica, di cui spesso si è parlato qui su Altrenotizie, già aperta in Campania dal commissariato straordinario. Ma allora, se lo sapevano, perché l’hanno fatto?
A Napoli si sono fermati gli autocompattatori. Punto. Questo è successo. Ma allora, dando una lettura superficiale alla cosa, viene in mente di lasciare Terzigno per qualche ora e andare a porre la domanda presso l’Asia, la municipalizzata di Napoli. C’è però da fare attenzione, perché anche qui c’è un inganno, l’ennesimo. Infatti, l’Asia non ha sufficienti mezzi. Pertanto ha suddiviso il territorio della città in diversi “lotti” ed ha assegnato ciascun lotto con una regolare gara d’appalto ad un privato. Ma c’è un privato che è un po’ più importante di altri. Perché ha più del 66% dei lotti tutti per sè!

Quindi, se si fermano i suoi veicoli, si ferma la raccolta su oltre due terzi di Napoli. Questo soggetto è un colosso nazionale: Enerambiente, azienda privata di proprietà dell’imprenditore veneziano Stefano Gavioli. Che non campa solo di Enerambiente, visto che è appena una delle 35 società del suo impero societario, peraltro difficile da inquadrare, visto che i pacchetti azionari si perdono in giro per le sue stesse scatole cinesi. Intanto, quel che é certo, è che per capire cosa sta succedendo, bisogna lasciare anche Napoli, e andare di corsa direttamente a Venezia.

La Enerambiente, che ha fermato i suoi camion a Napoli pochi giorni dopo l’inizio degli scontri di Terzigno, ha provocato la mancata raccolta dai cassonetti e, quindi, l’emergenza rifiuti. L’Asia smentisce, dice un’altra cosa. Se invece questa fosse la ragione, non sarebbe certo colpa della gente vesuviana. Ed è allora un altro inganno da smascherare assolutamente, prima che si perda memoria di un’azienda con questo nome, perché prima o poi lo cambierà, cambierà anche sede e rappresentante legale. Fatto sta che non è stato certo Gavioli a fondarla.
L’ha “ereditata” per scorporo dalla Slia, una delle tante aziende di Manlio Cerroni. Proprio lui, il re dei rifiuti di Roma, il proprietario di Malagrotta. Un bel giorno, la Slia incappa in una interdittiva antimafia del Prefetto di Roma. Gavioli, da Venezia, ne approfitta: la compra “in liquidazione”, cambia consiglio di amministrazione e la “ripulisce” dai collegamenti sporchi.

Se si prova a chiedere perché Enerambiente ha fermato i propri compattatori a Napoli, si ottiene come risposta che l’azienza veneta ha fermato i veicoli perché l’Asia di Napoli sarebbe insolvente nei loro confronti. In Asia negano, conti alla mano: ma se si prova a cercare quello che risultava essere l’amministratore delegato di Enerambiente, un tal dottor Faggiano, non lo si trova. Come mai?

Semplice: è latitante. Dopo una condanna in primo grado a 1 anno e quattro mesi per un caso di tangenti a Brindisi, anziché aspettare il processo d’appello ha preferito alzare i tacchi. Sarà all’estero. Magari con una parte di soldi della Enerambiente. Magari giusto con la cifra che a Venezia citano per dichiarare insolvente l’Asia. Ma queste chiaramente sono solo ipotesi, solo un ragionamento assolutamente non suffragato da fatti che, come si evince in tutta evidenza, vanno ricercati e chiariti da una Procura della Repubblica: solo la magistratura inquirente potrà appurare se Faggiano è scappato con la cassa o senza.

Il posto di Faggiano l’ha preso lui in persona, il Presidente e proprietario, Stefano Gavioli. Che a Napoli ha consolidato le sue alleanze. Nella sua squadra c’é Corrado Cigliano, uomo chiave dell’azienda a Napoli, figlio dell’ex assessore socialista alla Nettezza urbana di Napoli Antonio Cigliano, fratello di Giuseppe, anche lui dipendente di Enerambiente, e Dario, il terzo fratello, consigliere comunale e provinciale a Napoli. Una bella potenza familiare.

L’Enerambiente a Napoli ha subito diversi attentati ai propri mezzi, dopo lo scoppio dei disordini a Terzigno. Pertanto, è stato facile per le agenzie di stampa scrivere: “Camion dei rifiuti incendiati e danneggiati nel Napoletano. La spazzatura è stata riversata in strada. A Boscoreale, alcune persone con il volto coperto da caschi hanno incendiato un autocompattatore”.
E’ un altro inganno mediatico: i mezzi di Enerambiente sono stati distrutti davvero, ma a Napoli. E Boscoreale non c’entra niente, anche perché qualche notte fa, nella zona industriale di Napoli, qualcuno ha assaltato l’intera sede napoletana di Enerambiente. Azione organizzata, con molti partecipanti, vista l’entità dei danni. Un raid in grande stile: uffici devastati, 46 mezzi danneggiati. Cinquanta partecipanti, secondo la Digos. Problemi di camorra? La cosa è stata subito chiusa così, troppo frettolosamente. Ancora una volta la camorra è usata come alibi e non si punta alla camorra quando si dovrebbe davvero, cioè a proposito del mondo oscuro delle ecomafie.

Intanto tra tutti gli inganni tirati in ballo finora, ci sono ancora almeno due punti oscuri. Per cominciare: per quale motivo Enerambiente ha fermato i suoi mezzi a Napoli? Secondo: chi ha organizzato un raid contro la sua sede partenopea? Poi ovviamente qualche lettore si starà chiedendo cosa c’entra cava Vitiello in tutto questo. Cerchiamo di far quadrare il cerchio nel modo più ordinato possibile.

La Enerambiente se ne deve andare da Napoli, è già stato deciso dietro le quinte. Ecco perché si è fermata: sta smantellando la sua ala napoletana. Già al primo di novembre cesserà ogni sua collaborazione con le municipalizzate campane. E perché? La risposta ovviamente è altrove, non a Napoli, non a Venezia, ma da tutta un’altra parte. La risposta si trova in Abruzzo, dove Enerambiente è corsa ad acquistare partecipazioni nelle società ambientali, come quella di Teramo. E la risposta dice che ancora adesso Enerambiente è oggetto di un esame dell’antimafia, recapitato all’Asia dalla Prefettura di Venezia: secondo indiscrezioni si tratterebbe di un’informativa antimafia atipica.

E’ un atto giuridico un po’ ostico per i non addetti ai lavori; solitamente viene rilasciata quando gli indizi non assumono caratteri di gravità, precisione e concordanza tali da giustificare un effetto interdittivo automatico, ma contemporaneamente esistono elementi specifici non tanto di “appartenenza mafiosa”, quanto di “infiltrazione mafiosa”. Infatti, per essere legittimamente emessa è sufficiente il “tentativo d’infiltrazione” avente lo scopo di condizionare le scelte dell’impresa, anche se tale scopo non si è in concreto realizzato, o se è in corso.

Quindi diviene plausibile che i soggetti pubblici, compresa l’Asia, che hanno rapporti con Enerambiente, abbiano voluto rescindere i contratti, una volta ricevuta l’informativa dal Prefetto di Venezia. Ad avvalorare questa tesi, è successo che qualche giorno prima, nel corso di un’interrogazione parlamentare, il deputato del Pdl abruzzese Daniele Toto ha chiesto al Ministro dell’Ambiente “se risponde al vero che in Enerambiente lavori un personaggio che agisca da anello di congiunzione tra i clan di Castellammare di Stabia e la Sacra Corona Unita”. Un’analoga interrogazione parlamentare è stata presentata anche dall’On. Angela Napoli. Enerambiente lavora anche a Teramo, e anche a Teramo è arrivata l’informativa ed ha smesso di lavorare. Nel capoluogo abbruzzese hanno detto che Enerambiente è in sciopero.
Dove sarebbe la camorra, quindi? Dietro la rivolta popolare di Terzigno? Diviene poco credibile. Viene il sospetto – che ci auguriamo che le procure dissipino – che la camorra tanto per cambiare si sia infiltrata nei trasporti e nelle forniture di automezzi. Come ha sempre fatto. Un altro inganno che salta. La camorra, nel ciclo rifiuti urbani, lucra sui trasporti. O il trasporto lo si fa a Terzigno, o lo si fa altrove, l’appalto è lo stesso e le cose non cambiano. Ci sarebbe semmai da riflettere sul perché, ora che i meccanismi d’infiltrazione sono noti, il tutto avvenga ancora.

Dove la camorra lucra sul serio è sullo smaltimento dei rifiuti speciali, molto più costoso, molto più pericoloso, molto più velenoso. Eppure, da un po’ di tempo anche delle fonti autorevoli raccontano che si tratta di un traffico “in declino” o addirittura “finito”, adducendo motivazioni molto fantasiose. Certamente il traffico ha cambiato faccia, si è fatto più furbo e se fino a ieri era quasi completamente sovrapposto al ciclo del cemento, ora si sta andando a infiltrare nel ciclo agricolo, con manovre pericolosissime che, in definitiva, ci fanno arrivare i rifiuti tossici direttamente nel piatto.

E con un filo conduttore neanche troppo invisibile che lega indissolubilmente, da ora in avanti, la Campania all’Abruzzo, Napoli e Caserta a Teramo e L’Aquila. Un filo conduttore che fa ragionevolmente supporre che sarà l’area sul lato del Gran Sasso rivolta verso l’Adriatico che potrebbe essere la terra di sversamento dei rifiuti tossici dell’industria italiana di domani. Questa però è un’altra storia, diversa, che potrà essere raccontata in un’altra occasione.

Per quanto riguarda il raid alla sede della Enerambiente a Napoli, ne sono state pensate tante. L’estorsione, qualcosa andato male in un giro di lavaggio non di rifiuti ma di denaro altrettanto sporco. Sembra confermarlo un recente rapporto della Procura Nazionale Antimafia, che racconta come la gestione delle discariche e la mala gestione delle compartecipate pubbliche siano spesso un modo per ripulire del denaro illecito. Forse le cose stavolta sono più semplici, probabilmente delle tensioni sindacali, o dei problemi con degli interinali.
Non si capisce però una cosa: perché il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, abbia raccontato, alla fine di un vertice con il prefetto Andrea De Martino e con il generale Mario Morelli, capo della struttura che sta gestendo il rientro alla normalità, che “Enerambiente questa notte ha avuto all’improvviso 68 malati: il problema è ora di vedere con l’Inps e l’Asl, nel pieno rispetto del diritto di chi è malato sul serio, quelli che non sono malati e visto che sono pagati devono andare a lavorare”. Storia un po’ strana. I lavoratori di Enerambiente a Napoli sono circa 400 e sono rimasti tutti fermi, non 68 ammalati. A Napoli ammalati, a Teramo in sciopero. Viene voglia di chiedere a grande voce: “Si può sapere perché non si può dire la verità, e cioè che c’è in ballo una informativa antimafia?”

All’Asia smentiscono e dicono, cosa peraltro giusta, che i flussi dei rifiuti li decide la Regione e che dalla Regione è arrivato “l’ordine” di dirottare i camion, che andavano a scaricare a Chiaiano, verso Terzigno. Ed ecco costruito il coro istituzionale, dalla Provincia al Governo, passando per la Regione: “Siamo in emergenza perché a Terzigno la gente blocca la discarica”. Viene voglia di dire a tutti gli italiani di non cascare in questa bufala, in questo ennesimo inganno.

Intanto a Terzigno non c’è stata mai una discussione, una conferenza dei servizi, un confronto. La discarica è stata imposta. Anche all’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Non si poteva fare altrimenti, dal punto di vista berlusconiano: aveva promesso contemporaneamente di ripulire Napoli, abolire le Provincie, e provincializzare la gestione dei rifiuti. Per cavarsela, il cavaliere ha dovuto spingere anche all’interno del PDL per avere eletto presidente della Provincia quel Luigi Cesaro, suo uomo di fiducia, accusato a più riprese da decine di pentiti che l’hanno sempre indicato come intimo di Raffaele Cutolo; lo stesso Cesaro non ha mai negato una forte amicizia con il capo della Nuova Camorra Organizzata.

Anche nel 2006 è stato detto che un pentito, che in realtà si era già cantato tutto nel ’93, ma evidentemente all’epoca non si poteva dire, lo ha indicato come braccio destro dell’ala dei casalesi impegnata nel traffico illecito di rifiuti speciali. Ora è Cesaro che ha il cerino acceso in mano e se Enerambiente si ferma, non c’è nulla di meglio che indicare i cittadini di Boscoreale e Terzigno come i “colpevoli”, come al solito “pilotati dalla camorra”, e in definitiva come causa prima dell’emergenza.

Restando invece a Terzigno, si é detto che sembrava tutto già scritto. Probabilmente è vero, ma non si tratta certo del copione che abbiamo visto in TV. Quello era il copione basato sugli inganni svelati fino ad ora. Ai lettori sarà rimasto un dubbio: cosa c’entra Terzigno, con la questione Enerambiente? Per questo motivo è stato scritto che aver deciso di forzare su cava Vitiello qualche giorno prima dei guai con l’azienda veneziana è stato un grande colpo di fortuna.
Grazie a questo colpo di autentica fortuna è stato possibile alle istituzioni non dover ammettere qualcosa del tipo: “Abbiamo preso l’impegno di non far infiltrare le mafie nel ciclo dei rifiuti, abbiamo fatto raccogliere i rifiuti a Napoli, per anni, ad un’azienda in cui opera qualcuno che ha contatti sia con i clan campani che con quelli pugliesi.”

Sarebbe stato uno smacco troppo grande, che avrebbe ulteriormente minato la fiducia dei cittadini nelle attuali figure alla guida delle istituzioni, per giunta in un momento in cui si parla a giorni alterni di possibili elezioni politiche anticipate. E’ stato un bel colpo di fortuna poter dare la colpa a quegli stessi cittadini che non si fidano più.

Certo, c’è anche chi alla fortuna non crede tanto. Decidere di aprire cava Vitiello giusto qualche giorno prima del fermo dei mezzi di Enerambiente e così affossare il caso dell’azienda veneta, senza fargli trovare alcuna risonanza mediatica, è un po’ come fare un sei al superenalotto. Se poi si riflette, allora salta in mente che certamente il caso Enerambiente, tra gli addetti ai lavori e all’interno delle istituzioni non è stato un fulmine a ciel sereno, soprattutto se già c’era stata un’interrogazione parlamentare. Ma questo significa che quando è stato deciso di procedere con la forza su Terzigno e Boscoreale, creando un clamore mediatico che avrebbe ricorperto tutto il resto, era già noto che stava per succedere qualcosa in Enerambiente.

Contemporaneamente, era noto che procedere con Terzigno avrebbe creato clamore mediatico: come già detto più sopra era noto e arcinoto che sarebbe stata causata una rivolta popolare. Viene quasi il dubbio che forse c’é anche altro da coprire; viene il dubbio che la decisione di aprire una nuova discarica a Terzigno sia servita ai soliti noti e ai soliti interessi. Ma a pensar male, come disse qualcuno, si commette peccato.

Alessandro Iacuelli

tratto da http://www.altrenotizie.org

Centrale a biomasse a L’Aquila: i cittadini non la vogliono, ma intanto si firma il “Protocollo di Filiera”

Futuris Aquilana – la societa’ che realizzera’ e gestira’ l’impianto di produzione energetica a biomasse vergini a Bazzano (L’Aquila) – ed Energia e Territorio – Societa’ Consortile del settore agricolo forestale che produrra’ e commercializzera’ biomassa vergine – annunciano la firma del “Protocollo di Filiera” che sancisce la nascita della Filiera Agricola Energetica Corta per l’approvvigionamento della centrale di Bazzano di combustibile, stimato in circa 60.000 tonnellate di biomassa vergine all’anno.
La Filiera Agricola Energetica operera’ all’interno del raggio di 70 Km dalla localizzazione dell’impianto, da cui la definizione di “corta”.
Oltre a rifornire l’impianto, la filiera e’ finalizzata a la diffusione di colture energetiche non concorrenti con colture tipiche del territorio di riferimento ed inserite nelle filiere alimentari. La biomassa vergine di origine agricola e forestale proverra’ principalmente da manutenzione e gestioni dei boschi. Attivita’ sviluppata sulla base di precise convenzioni e sotto il controllo degli organi preposti.
Consentira’, come le esperienze comparabili dimostrano, di intervenire in quelle aree boschive oggi non gestite o curate; colture energetiche dedicate. Il Piano di Approvvigionamento determina il fabbisogno di colture dedicate in circa 700 ettari di terreni marginali o incolti. Le colture attivate saranno essenzialmente Pioppo e altre coltivazioni energetiche annuali; potature agricole.
La filiera realizzata da Futuris Aquilana e da Energia e Territorio sara’ la principale fonte di approvvigionamento dell’impianto di Bazzano, e verra’ sviluppata nel pieno rispetto dei principi espressi dalla legge n.99/2009 e dal Decreto Ministeriale del 2 marzo 2010 in base ai quali Energia e Territorio definira’ un sistema di tracciabilita’ delle biomasse fornite.
Energia e Territorio individuera’ e selezionera’ i terreni utili allo sviluppo delle colture energetiche (Short Rotation Forestry) e gestira’ i rapporti con aziende agricole e forestali terze affinche’ ottengano benefici dal sistema di filiera lavorando sempre in integrazione con esse e mai in competizione.
Aldo Mazzadi, Amministratore Delegato di Futuris Aquilana, ribadendo l’impegno della societa’ nel settore delle energie rinnovabili esclusivamente da biomasse vergini, ha spiegato: “Con questa firma si da’ vita ad una delle prime filiere agricole e forestali energetiche in Italia, basate sul principio della filiera corta. Futuris Aquilana ed Energia e Territorio si impegnano ad assicurare la sostenibilita’ ambientale, sociale ed economica dell’impianto che sorgera’ nella zona industriale di Bazzano.” Carlo Floris, Presidente di Energia e Territorio, ha messo in evidenza i vantaggi che il Protocollo garantira’ al settore agricolo e forestale regionale: “Oltre ad uno sbocco commerciale fino a questo momento inedito in Abruzzo e ad una positiva ricaduta ambientale e paesaggistica, la filiera rappresenta anche un’occasione per l’introduzione di meccanismi produttivi piu’ efficienti che consentiranno una gestione ottimale di attivita’ altrimenti non sostenibili”.
Il protocollo infatti sancisce la disponibilita’ di Futuris Aquilana ad investire in innovazione tecnologica per la realizzazione di infrastrutture utili a sviluppare la filiera e renderla sempre piu’ efficiente. Il protocollo ha una durata di 15 anni dalla data di entrata in esercizio dell’impianto prevista nel 2012.

Centrale a biomasse a L’Aquila: i cittadini non la vogliono, ma intanto si firma il “Protocollo di Filiera”

Terzigno: le analisi confermano, le falde acquifere sono compromesse

Fluoruri, ferro, manganese, nichel, zinco, cadmio. E ancora, prodotti chimici industriali, pesticidi, idrocarburi cancerogeni come il benzo(a)pirene. Tutto in quantità di gran lunga superiore ai limiti consentiti dal decreto legislativo 152 del 2006. E’ una miscela pericolosa quella che ha provocato la generale compromissione delle acque di falda a Terzigno, il comune vesuviano diventato in queste settimane il luogo simbolo della protesta contro lo sversamento indiscriminato di immondizia a Cava Sari e contro l’apertura di una seconda discarica, quella di Cava Vitello. Materiali inquinanti che, secondo documenti ottenuti da Apcom, sono emersi in tutti i campionamenti fatti tra giugno 2009 e maggio 2010 dall’Azienda servizi igiene ambientale Napoli (Asia) e dall’Agenzia Regionale per la protezione ambientale della Campania (Arpac). Risultati che, tra l’altro, confermano il parere del servizio geologico nazionale, espresso già nel luglio 1997, in cui si avvertiva sull’estrema pericolosità dell’ubicazione di una discarica nel sito in questione al fine della salvaguardia della falda acquifera.Le analisi – In un “rapporto di prova” del Dipartimento tecnico provinciale di Napoli, con data 24 giugno 2009, si riferisce di una concentrazione di ferro, manganese e nichel superiore alla soglia consentita. In particolare, il monitoraggio dell’Arpac ha messo in evidenza la presenza di 246 microgrammi per litro di ferro, a fronte di un limite massimo di 200; di 138 microgrammi per litro di manganese, contro i 50 ammessi dalla legge; di 62 microgrammi per litro di Nichel, invece dei 20 autorizzati. Da un documento analogo, recante la stessa data, è stato riscontrato un eccesso degli stessi elementi, rispettivamente nella quantità di 570, 242 e 48 milligrammi per litro.I controlli sui mezzi – Durante un controllo effettuato da personale dell’Arpac, dell’Asl competente (Na3 sud) e dai Carabinieri della stazione locale sugli automezzi di trasporto rifiuti, il 24 aprile 2010, tra le 3 e le 7 del mattino, a via Panoramica, non lontano da Cava Sari, sono state avvertite in modo rilevante “molestie olfattive” sia all’interno dell’invaso che a circa mille metri dall’impianto. Sul lato nord e nordest, inoltre, è stata rilevata la presenza di “quantità rilevanti di percolato affiorante”, ovvero del liquido che trae origine prevalentemente dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi.In due pozzi superati limiti consentiti – In un documento della direzione tutela del suolo, bonifica siti e gestione tecnica rifiuti dell’area ambiente della Provincia di Napoli si segnala inoltre che, dal monitoraggio effettuato dall’Asia tra novembre 2009 e maggio 2010 sono risultati superamenti dei limiti consentiti dalla legge in due pozzi a valle di Cava Sari per Zinco, Cadmio, Sommatoria Pcb e Benzo(a)pirene, un cancerogeno della massima pericolosità per l’uomo. La presenza di tali elementi “nella falda acquifera in concentrazione superiore a quella degli stessi presenti nel percolato prodotto dalla discarica, non può da sola costituire un elemento che provi la non correlazione dell’inquinamento in atto con l’attività dell’impianto Cava Sari”, è stato precisato. E sebbene “molti dei parametri” siano “rientrati nei limiti”, l’ufficio della provincia di Napoli, con lo stesso documento ha rinnovato “la richiesta di porre in essere adeguate misure di prevenzione e di messa in sicurezza d’emergenza per la riduzione dei parametri indicati”, chiedendo al contempo all’Arpac “di effettuare a breve un nuovo campionamento delle acque di falda”.
29 ottobre 2010

Fonte:Redazione Tiscali

Taverna del Re riapre per ospitare ‘tal quale’

I manifestanti: non cederemo dinanzi ad una decisione assurda.

di Redazione

GIUGLIANO. Cresce la mobilitazione a Giugliano contro la decisione di utilizzare una delle piazzole del sito di stoccaggio di Taverna del Re per depositare i rifiuti da rimuovere dalle strade della provincia di Napoli. E così si rialza il tappeto «Taverna del Re» per nascondere l’immondizia. Il sito di stoccaggio verrebbe quindi utilizzato non più per l’immondizia tritovagliata e imbustata ma come un vero e proprio sito di trasferenza a disposizione dell’emergenza rifiuti.

Ore 11. I manifestanti fanno sapere che questa volta non cederanno dinanzi ad una decisione ritenuta assurda anche perche’ c’era il preciso impegno che il sito, che gia’ accoglie oltre 6 milioni di ecoballe di rifiuti, non avrebbe piu’ riaperto. Le maggiori critiche sono rivolte al presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro, firmatario dell’ordinanza con il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Alle 12 si dovrebbe tenere al Comune una riunione dei capigruppo per assumere le iniziative al riguardo. Il sindaco, Giovanni Pianese, starebbe preparando una diffida per impedire l’accesso in zona agli autocompattatori. La piazzola individuata e’ la numero 12 e potrebbe contenere oltre 10mila tonnellate di rifiuti ”tal quale”. Ed e’ proprio il metodo di stoccaggio di rifiuti che suscita maggiori perplessita’. Fino a questo momento e’ stata depositata immondizia imbustata.

La dichiarazione del sindaco, Giovanni Pianese. Secondo quanto riportato da Il Mattino il sindaco di Giugliano, Giovanni Pianese e già sul piede di guerra e spiega: «Se la decisione di aprire Taverna del Re è stata presa per sostituire la discarica di Terzino si da ragione ai violenti. Non è giusto e non è legale far pagare ancora una popolazione generosa. Se si tratta di un provvedimento temporaneo bisogna capire di cosa si tratta, ma non si può gravare sempre sullo stesso territorio. In questo caso – sottolinea Pianese – l’immondizia non potrà restare a Taverna del Re più di qualche giorno altrimenti si tratterebbe di una discarica abusiva. E aprirla sarebbe un reato penale. Se c’è una emergenza generale bisogna convocare i sindaci sedere e parlare».

L’hinterland è in fibrillazione. Berlusconi oggi sarà ad Acerra insieme a Bertolaso per fare il punto sulla situazione di emergenza dei rifiuti a Napoli. Dopo lo stop all’impianto di Terzigno si cerca disperatamente un nuovo sversatoio per i rifiuti di Napoli e Provincia. La discarica Sari di Terzigno, riaprirà nei prossimi giorni, dopo i lavori di ripristino delle condizioni di sicurezza, ma servirà solo 18 comuni del Vesuviano. Napoli e gli altri 73 comuni della provincia sono, al momento, in stand-by.

Taverna del Re. Circolano voci sull’interessamento ai siti già utilizzati nel giuglianese. La voce più insistente è quella di Taverna del Re, il mega sito di stoccaggio di ecoballe già impiegato durante l’emergenza del 2007/2008 e dichiarato, proprio da Bertolaso, “chiuso e destinato alla bonifica”. Le istituzioni locali, sindaci, assessori, consiglieri provinciali e regionali negano categoricamente che taverna del Re possa essere riaperta, ma fonti vicine agli addetti dell’impianto a confine tra Giugliano e Villa Literno, affermano che sono già iniziati i lavori per la sistemazione di balle di “tal quale” che saranno confezionate nei prossimi giorni per ripulire le strade dai rifiuti accumulati nelle ultime settimane.

A Chiaiano intanto un gruppo di manifestanti pacifici ha bloccato i camion diretti nella discarica “ex poligono”. La protesta è scattata nella serata di ieri sulla rotonda Titanic, storico punto di incontro dei manifestanti che nel 2008 si scagliarono contro l’ipotesi, poi diventata realtà, di aprire una discarica tra Marano e Napoli.

Calabria in soccorso di Napoli. L’unico spiraglio al momento, per fronteggiare la crisi più intensa dell’emergenza, sono i “viaggi della speranza” che i rifiuti partenopei stanno effettuando verso la Calabria. A differenza della Puglia che aveva detto no all’immondizia, la Calabria accoglierà attraverso il consorzio Cite il materiale secco proveniente dagli stir della Campania. I primi camion sono già in moto verso i vari siti della regione. In questo modo sarà possibile liberare gli impianti campani troppo congestionati.

Fonte: Internapoli.it

Taverna del Re, Cesaro: «I giuglianesi collaborino»

Bertolaso ad ”Anno zero”: «Se dipendeva da me avrei sciolto tutti i comuni inadempienti». Berlusconi: «Napoli pulita in tre giorni».

di Redazione

GIUGLIANO. Napoli pulita i tre giorni. Rilancia il premier Silvio Berlusconi. Da Acerra dove ieri mattina si è recato per un sopralluogo all’impianto del termvalorizzatore e per tenere una conferenza stampa, rifiuta ogni addebito di responsabilità e scarica le colpe su Asia, l’azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti nel capoluogo partenopeo e la discarica di Terzigno. Ad accompagnare Silvio Berlusconi c’è anche il sottosegretario Guido Bertolaso, capo della protezione civile che ha preso di nuovo in mano le redini dell’emergenza per riportare la situazione, almeno in apparenza, a livelli normali. Ripulire le strade dai rifiuti è la priorità. Tra i provvedimenti straordinari messi a punto negli ultimi giorni, c’è anche l’ordinanza firmata dal Presidente della giunta provinciale di Napoli, Luigi Cesaro, che tra mille polemiche, ha riaperto il sito di stoccaggio di Taverna del Re, a confine tra Giugliano e Villa Literno ed è già partita la mobilitazione dei cittadini e degli ambientalisti contro la decisione di utilizzare una delle piazzole del sito di stoccaggio per depositare i rifiuti da rimuovere dalle strade della provincia di Napoli.

A Taverna del Re i manifestanti fanno sapere che questa volta non cederanno dinanzi ad una decisione ritenuta assurda anche perché c’era il preciso impegno che il sito, che già accoglie oltre 6 milioni di ecoballe di rifiuti, non avrebbe più riaperto. Le maggiori critiche sono rivolte al presidente della Provincia, Luigi Cesaro, firmatario dell’ordinanza con Bertolaso. «Il provvedimento – ha affermato Cesaro – avrà durata limitata nel tempo. I giuglianesi collaborino». Il sindaco di Giugliano Giovanni Pianese starebbe preparando una diffida per impedire l’accesso in zona agli autocompattatori. La piazzola individuata è la numero 12 e potrebbe contenere oltre 10mila tonnellate di rifiuti “tal quale”, ovvero non differenziati. Ed è proprio il metodo di stoccaggio di rifiuti che suscita maggiori perplessità. Fino a questo momento è stata depositata immondizia imbustata, mentre i camion diretti ora al sito di stoccaggio trasportano rifiuti prelevati direttamente dalle strade e dai cassonetti. Situazione mai accaduta, nemmeno durante i periodi più duri dell’emergenza

La trasmissione “Anno zero” di Michele Santoro ha parlato ieri sera della situazione di emergenza con ospite proprio il sottosegretario Bertolaso. Si è discusso sulle cause del ritorno della crisi e sul mancato decollo del piano predisposto nel 2008 che avrebbe dovuto portare entro il 2010, al raggiungimento del 50% di raccolta differenziata in tutti i comuni della Campania, pena lo scioglimento delle amministrazioni. I provvedimenti non sono mai arrivati nonostante la black list preparata dal capo della protezione civile. Proprio su questo punto, Bertolaso ha precisato: «Se dipendeva da me avrei dato seguito alla richiesta di scioglimento delle amministrazioni dei comuni inadempienti, ma – ha affermato – dopo aver verificato che la maggioranza dei comuni in lista era amministrata da giunte di centro destra, il Governo ha deciso di non dare seguito ai provvedimenti, poiché – ha aggiunto Bertolaso – scioglierli non sarebbe stato politicamente corretto».

Fonte: Internapoli.it

«Napoli deve rigraziare solo Giugliano»

Si scarica a Taverna del Re. Oltre cinquanta autocompattatori hanno già lasciato il ”tal quale” sulla piazzola 12. Manifestanti delusi dalle promesse di Berlusconi e Bertolaso: «Difendiamo solo i nostri diritti».

Di Sabrina della Corte

GIUGLIANO. Dall’inviato a Taverna del Re. Non sono i classici tir pieni di pseudo ecoballe, sono gli autocompattatori dell’Asia carichi di immondizia provenienti da Napoli. Solo da Napoli. «Altrimenti come farebbe Berlusconi a mantenere la promessa di ripulire la città in tre giorni». E’ il grido di protesta dei pochi, circa una trentina, manifestanti che da stamattina stanno cercando invano di contenere la furia scatenata dal “provvedimento folle” del Presidente della Provincia Luigi Cesaro.
I manifestanti sono in numero nettamente inferiore alle forze dell’ordine. «E’ incredibile – dichiarano dal presidio – trenta persone a difendere i diritti di un territorio di quasi 200mila abitanti». Per loro il “diritto” non è solo la difesa dell’ambiente, poiché scaricare immondizia “tal quale” su una piazzola di cemento non è proprio igienico e salubre, ma si tratta di difendere gli accordi sottoscritti con Berlusconi e Bertolaso nemmeno due anni fa quando “Taverna del Re venne dichiarata definitivamente chiusa per legge” con la promessa di una bonifica immediata e il risarcimento a titolo di ristoro ambientale di 21 milioni di euro, soldi mai arrivati e fermi al Ministero dell’Economia. «Questi sono i nostri diritti. Ciò che sta accadendo è la prova delle menzogne di questo governo» affermano. La prova viene direttamente dalle parole dell’assessore provinciale Francesco Mallardo che, intervenuto sul posto per verificare la situazione di persona ha detto di «non essere stato informato della decisione del Presidente della Provincia e di averlo saputo direttamente dai media». Mallardo ha inoltre precisato di «essere stupito per i modi e i tempi scelti da Cesaro».
Secondo alcuni, Cesaro non avrebbe avuto scelta e, il documento che ha firmato due giorni fa, non sarebbe nemmeno frutto di un’iniziativa personale, ma sarebbe stato direttamente il Governo, attraverso la struttura commissariale e il sottosegretario Bertolaso a proporgli la firma su un documento già pronto. A dimostrazione di quanto siano fondate le voci che circolano è la presa di posizione contraria di tutti i consiglieri comunali di maggioranza, di area centro destra, del sindaco di Giugliano Giovanni Pianese, degli assessori provinciali Mallardo e Palumbo.
Intanto in questi minuti è in corso un vertice in Provincia con Cesaro e i consiglieri comunali di Giugliano.

Ore 15.00. Il giovane che per protesta si era infilato sotto al primo autocompattatore, poi estratto con la forza dai carabinieri e portato in questura con un’auto della polizia è Antonio Arzillo, dirigente locale del partito La Destra di Francensco Storace. Ha fatto sapere che «nonostante la minaccia di procedimenti penali non intendo rinunciare a difendere il principio che il territorio di Giugliano ha già contribuito negli ultimi 15 anni per lo smaltimento dei rifiuti ed è impensabile che Napoli venga a sversare da noi mentre nelle nostre strade si ammassano i rifiuti».

Ore 14.30.Una quiete apparente, si respira tra i manifestanti che guardano sbalorditi il passaggio dei camion dell’Asia stracolmi di immondizia che prima giaceva, con tutta probabilità, nelle strade di Napoli. Ecco come si intende risolvere il problema dell’ennesima emergenza rifiuti. La piazzola n. 12 si sta trasformando a poco a poco in una discarica a cielo aperto sottoforma di sito di trasferenza.

Ore 13.30. La protesta entra nel vivo, circa 30 camion sono in fila ed attendono di entrare nel sito di stoccaggio di Taverna del Re per depositare l’immondizia sulla piazzola 12. Un giovane è stato arrestato per essersi posizionato sotto al primo camion per impedire il passaggio. L’uomo è stato estratto con forza e caricato in una volante che lo ha portato via al commissariato di polizia. Le persone presenti cercano in ogni modo di ostacolare le operazioni, ma le forze dell’ordine riescono a far svolgere le operazioni di scarico, che da questa mattina non si sono quasi mai fermate. Il presidio di Taverna del Re attraverso una nota stampa fa sapere che: «Ai cancelli di Taverna del Re è impossibile arrivare con le auto, per cui non si può parcheggiare nemmeno in prossimità del presidio storico e per raggiungere i cancelli bisogna farlo a piedi. Stanno scaricando a pieno ritmo e depositando il tal quale senza alcuna precauzione sulla piattaforma. Il presidio di tdr puo’ essere rafforzato come è stato già fatto precedentemente, da chi da anni lotta contro questo sistema, ma sicuramente l’opposizione deve essere fatta da chi vive il territorio come è successo per Pianura, Chiaiano e Terzigno. Chiediamo la partecipazione dei giuglianese».

Sembra un déjà vu ma è la realtà. Stesse scene di qualche anno fa, quelle di ieri mattina e oggi, fuori dai cancelli del sito di stoccaggio di Taverna del Re. Quaranta persone, sempre le stesse da anni, stazionano e cercano di bloccare i camioni che devono scaricare ‘tal quale’ secondo l’ordinanza 512 del 27 ottobre 2010 a firma del presidente Cesaro. E così che in dieci giorni si risolve l’emergenza rifiuti, riempiendo l’unica piazzola rimasta libera nel sito di Taverna del Re. Questa mattina presenti sul posto oltre ai comitati, una ventina di carabinieri per garantire il rispetto di un’ordinanza, emessa in barba ad una legge che dichiarava la chiusura del sito. Durante la mattinata dieci camion sono riusciti a passare e scaricare grazie all’intervento dei carabinieri, che hanno allontanato i manifestanti aprendo il varco ai compattatori in attesa. Nello scontro è rimasta ferita Lucia De Cicco, che ora si trova in ospedale e per il momento non si conoscono le sue condizioni. Da ieri mattina «La Pasionaria», minaccia di darsi di nuovo fuoco. Era il 3 marzo del 2008 quando Lucia De Cicco finì in ospedale con diverse ustioni sul corpo. Ieri mattina era lì come sempre insieme ai suoi amici del comitato, per evitare che si riaprissero i cancelli di Taverna del Re. «Sono pronta a darmi fuoco da qui non passa nessuno», queste le parole che urlava seduta davanti ai camion pieni di ‘tal quale’ in attesa di passare, stringendo una bottiglia in una busta. Ma non è stato così da ieri la piazzola si sta riempiendo e pian piano scomparirà l’emergenza dalle strade, mascondendola sotto il tappeto chiamato ‘Taverna del Re’.

Alla protesta la presenza della politica. Tra le persone che al momento protestano pacificamente, c’è una delegazione di consiglieri comunali di Giugliano, appartenenti alla maggioranza e alla minoranza e insieme, secondo indiscrezioni saranno ricevuti questo pomeriggio alle 14 in Provincia dal Presidente Luigi Cesaro. Sul posto anche l’assessore provinciale Francesco Mallardo, che insieme a Nello Palumbo rappresentano Giugliano nel gruppo del Pdl del presidente Cesaro. L’assessore ha criticato la scelta della riapertura del sito, confermando che gli assessori giuglianesi, facenti parte del gruppo di Cesaro, non sapevano nulla di questa decisione e che il presidente Cesaro «ha operato in questo modo in base alle sue prerogative senza mettere a conoscenza nessuno».

L’ordinanza 512 del 27 ottobre 2010. A Taverna del Re dovrebbero essere stoccate, per un periodo massimo di trenta giorni, circa 10mila tonnellate di spazzatura. E’ quanto prevede l’ordinanza del presidente della Provincia Luigi Cesaro. Secondo quanto stabilito dall’ordinanza a far data dal trentunesimo giorno dalla firma della stessa ordinanza gli stessi rifiuti dovrebbe essere trasferiti nello Stir di Giugliano o in altri impianti. Tutte le operazioni dovrebbero essere completate entro il 45mo giorno dalla firma dell’ordinanza. Il sito di Taverna del Re, ribattezzato con il nome di ”cittadella della munnezza”, si estende su una superficie di circa 4,5 chilometri quadrati, una estensione pari ad uno dei comuni della zona. «Nel corso delle riunioni tenutesi in data 25 e 26 scorsi alla presenza del Prefetto, dei rappresentanti della Protezione civile, della Regione Campania e delle Province della Campania – si legge nell’ordinanza di Cesaro – si e’ ritenuta ipotizzabile la sola strada dell’ordinanza» che consente «il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, garantendo un elevato livello di tutela della salute e dell’ambiente al fine di scongiurare possibili situazioni di emergenza e di rischio per la salute pubblica».

Ha collaborato Aniello Di Nardo

Fonte: Internapoli.it

Il riciclo batte la crisi

di Diego Carmignani

RAPPORTO. Nonostante la recessione e il calo dei consumi, in Italia il settore dei rifiuti riciclati regge bene e le esportazioni aumentano. I dati nello studio annuale di Fise Unire e Fondazione per lo sviluppo sostenibile.
Un ostacolo e un’opportunità: da una parte, gli effetti visibili della crisi globale 2008/2009, dall’altra la fase di recepimento nel nostro ordinamento dell’importantissima Direttiva europea sui rifiuti, che promuove un balzo in avanti nel riciclo in tutto il continente. Tenendo conto di questi due grandi fattori, si muove il nuovo rapporto “L’Italia del riciclo 2010”, presentato ieri a Roma e promosso da Fise Unire (Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende che si occupano del recupero di rifiuti) e dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile. La sentenza che esce fuori dal dettagliato report dice a chiare lettere che «l’Italia non è Terzigno», come ha osservato l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi nell’illustrare i dati: la prova del nove della recessione, con la riduzione dei consumi in ogni settore, ha dimostrato che i consorzi delle diverse filiere specializzate nel riciclo sono ormai realtà consolidate, capaci di reggere l’urto della crisi e di ammortizzare le ricadute.

Un comportamento complessivo che fa ben figurare il nostro Paese anche nel quadro europeo. Crescono, infatti, gli indici di riciclo di tutti i materiali, a fronte del netto calo di quantitativi trattati, e aumentano allo stesso tempo le esporatazioni del riciclato, indirizzate principalmente verso le nazioni in forte sviluppo economico, prima tra tutte la Cina, capaci di offrire nuovi sbocchi al settore. Considerando i sei principali flussi di materiali (rottami ferrosi, alluminio, carta, legno, plastica, vetro) destinati al riciclo, alla fine del 2009 si è registrata una consistente flessione dei flussi pari al 24,7 per cento (da 31,88 milioni di tonnellate a 24 milioni di tonnellate): la “colpa” principale è della produzione siderurgica calata vistosamente e alla conseguente diminuzione dell’impiego dei rottami ferrosi, scesa di circa 6,7 milioni di tonnellate (-34,4 per cento sul 2008). Per quanto riguarda, gli altri materiali, l’alluminio avviato al riciclo è calato del 27,9; la carta del 10,8; il legno del 4,4; la plastica del 9,9 e il vetro del 3,2.

A fronte di questo evidente calo dei quantitativi, in tutti gli ambiti (ad eccezione dell’alluminio, -8 per cento) si registra un aumento delle percentuali di riciclo sull’immesso al consumo con risultati vicini all’80 per cento nel caso di carta e acciaio. Segnali positivi per il sistema di raccolta e avvio al recupero dei rifiuti da apparecchiature elettriche e elettroniche (Raee), la cui raccolta nel 2009 (primo vero anno di operatività completa) ha fatto registrare una crescita, da 126mila a 193mila tonnellate. Scendendo nel dettaglio, non mancano delle particolarità sul nostro territorio, che non rappresentano certo delle novità. Appare ad esempio evidente come il riciclo, seppur in aumento ovunque, presenti un’Italia a tre velocità, con un Nord ben più attivo del Sud e il Centro a metà strada.

Per il Mezzogiorno si può parlare di ampi margini di miglioramento, visto che la pratica della raccolta differenziata si sta lentamente attuando a macchia di leopardo e considerando casi eclatanti come quello della Sardegna, salita dal 5 al 35 per cento in pochissimi anni. Venendo al raffronto con le altre realtà europee, il Belpaese si piazza primo nel riciclo di accumulatori al piombo e oli minerali, mentre è maglia nera nel recupero degli inerti prodotti da costruzioni e demolizioni: una nota che si inserisce abbastanza chiaramente nell’ambito della speculazione edilizia e delle ecomafie. Se dunque, in generale, i risultati del riciclo nell’era della crisi economica possono essere considerati più che confortanti, esistono delle criticità che lo stesso Ronchi ha sintetizzato, durante il convegno, in sei punti fondamentali: la complessità di un sistema industriale, che va reso ancor più competitivo evitando fenomeni di illegalità, speculazione e dumping; la necessità di una maggiore qualità e di una metodologia unificata per la raccolta differenziata; una mappatura esaustiva di tutti gli impianti; una migliore e più facile commercializzazione dei prodotti riciclati; un sistema organizzativo efficace che eviti la proliferazione di troppe strutture ed, infine, un quadro normativo più semplice e più stabile.

Proprio questa ultima problematica si manifesta come un’urgenza impellente nel nostro Paese, attualmente in «un totale caos dal punto di vista delle leggi», ha sottolineato il “ministro ombra” dell’Ambiente del Pd, Ermete Realacci, intervenuto alla presentazione del rapporto: «Dal decreto Ronchi, siamo passati a dieci anni di regime di delega ambientale, in cui ora dobbiamo inserire il recepimento della Direttiva europea». Questo guazzabuglio normativo dal quale nessuno sembra sapere come uscire, non è di poco conto. In ballo c’è la sfida della green economy e della conversione industriale del nostro Paese, che passa anche attraverso la fine della nozione di “rifiuto” come scarto e alla sua identificazione quale “materiale” caratterizzante una nuova epoca: una scelta che molti Paesi emergenti hanno già intrapreso, appropriandosi di fette di mercato consistenti. La scommessa, oggi, è quella di trattenere occupazione e risorse e valorizzarle nei nostri confini.

Fonte: Terranews.it

Errore, la discarica raddoppia

Emiliano Eusepi
IL CASO. A Guidonia in provincia di Roma dovrebbero arrivare, nel mezzo di un parco archeologico, 190mila tonnellate di rifiuti. Ma il sindaco accusa: la Regione Lazio ha sbagliato i conti. E annuncia ricorso al Tar.
Guidonia (Rm), la discarica non si ferma. Anzi, raddoppia. E pensare che le già previste 100mila tonnellate di rifiuti all’anno per la discarica dell’Inviolata sembravano un’enormità. Ora il rischio è che ogni anno, se non dovesse essere modificata l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata il 2 agosto scorso dalla Regione Lazio con la predisposizione del secondo invaso, tra indifferenziato e umido ne potrebbero affluire circa 215 mila. Tutta “monnezza” per il nuovo impianto di trattamento meccanico biologico (Tmb) dei rifiuti che verrà realizzato nel bel mezzo del parco archeologico dell’Inviolata. Un progetto che preoccupa molto gli abitanti e le associazioni ambientaliste locali. Guidonia ha già molti problemi legati alla cattiva qualità dell’aria e sono in molti a chiedersi, una volta prodotto il combustibile derivato dai rifiuti (Cdr), dove sarà bruciato.

C’è chi vede la possibilità che possa finire nei forni del cementificio Buzzi-Unicem, a poca distanza dalla discarica, sempre nel comune di Guidonia. Una proposta in questo senso è statagià bocciata nella conferenza dei servizi del gennaio scorso dall’attuale sindaco, Eligio Rubeis. E lo stesso primo cittadino ha individuato nell’impianto che dovrebbe sorgere ad Albano quello che accoglierà il Cdr. Di sicuro con poca gioia degli abitanti dei castelli romani che proprio per questo motivo sono sul piede di guerra. Ma detto ciò, chi potrebbe impedire alla Buzzi-Unicem di riproporre la conversione dei propri forni? Scenari a parte, è concreto il rischio per la città di Guidonia di vedere arrivare parte dei rifiuti da trattare anche da Roma. Questo a causa del possibile ampliamento all’Ato (ambito territoriale) che prevederebbe l’inclusione nelle zone di competenza della discarica Inviolata di qualche quartiere romano. Solo chiacchiere?

Certo è che a queste voci la giunta comunale avrebbe potuto metter fine dicendo no al secondo invaso dell’Inviolata e al nuovo impianto per Cdr. Invece ha acconsentito alla costruzione delle strutture che dovevano però arrivare a contenere un massimo di 90/100 mila tonnellate. In realtà poi, aggiungendo la produzione di “umido”, sarebbero arrivate a contenerne ben 140 mila. E non è tutto. La delibera della Regione Lazio del 2 agosto 2010, di tonnellate ne prevede almeno 190 mila. Tutti rifiuti che andranno nella discarica di proprietà del Consorzio Laziale Rifiuti (Co.La.Ri), il cui presidente è il “re della mondezza”, Manlio Cerroni, già proprietario della discarica di Malagrotta. E che naturalmente ha già le mani anche sull’impianto di Tmb, Il sindaco Rubeis si è affrettato a smentire la previsione attribuendo il raddoppio dell’invaso, sulla carta, a un errore degli uffici regionali.

E per questo l’amministrazione ricorrerà al Tar chiedendo la correzione dell’errore. Ma forse lo sbaglio più grande non è stato tanto degli uffici regionali. Il sindaco e la sua amministrazione avrebbero dovuto dire no a un impianto che per i prossimi trenta anni porterà dai 47 comuni limitrofi, nel caso di una previsione ottimista, altri 3 milioni circa di tonnellate di rifiuti. E pensare che proprio l’attuale sindaco in campagna elettorale promise la chiusura della discarica. Alla faccia della coerenza nella politica e nella scelte che riguardano l’ambiente e la salute dei cittadini.

http://www.Terranews.it

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