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Claudio Meloni

Mese

ottobre 2010

Gli inganni di Terzigno

“Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare”. Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell’UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all’improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c’è una legge dello Stato che lo prevede?

E’ un clamoroso inganno, basato sulla scarsa memoria storica sia della maggior parte delle persone (che continua a fregarsene dei propri rifiuti) sia della falsamente scarsa memoria storica di chi dovrebbe fare opposizione. Tanto per cominciare non può esserci una legge dello Stato che dice che a Terzigno va aperta una seconda discarica. Non può esserci, perché sarebbe in violazione di altre leggi, di regolamenti del ministero dell’Ambiente e di precise norme UE. C’è qualcosa di scritto, è vero, ma non è una legge.

E’ un decreto d’urgenza, risalente al maggio 2008, voluto dal commissariato straordinario per i rifiuti che, nel nome del “fare presto” a ripulire la parte salotto della città (sull’emergenza rifiuti si era giocata la campagna elettorale alle politiche di quello stesso anno e Berlusconi aveva detto a gran voce che avrebbe “risolto lui” il problema nei primi 100 giorni) preferì – tanto per cambiare – sacrificare il “fare bene”, con il “fare presto”. Risultato, una discarica che andava fatta più lontana dalle abitazioni e non dove la natura è protetta. E di studi che indicavano dove mettere le discariche ce n’erano stati, anche più di uno. Ma si andava di fretta e a chi protestava Bertolaso, con la solita arroganza, accusava di mettere i bastoni tra le ruote.

Il fatto che esista una legge, lo sentiamo ogni giorno urlare dagli schermi televisivi da parte del governatore Caldoro come dal presidente della Provincia Cesaro; ma é è un “mito” di Stato che va assolutamente sfatato. Prima che, a furia di ripeterlo in televisione, diventi nella mente dei cittadini un’inoppugnabile verità. Quella che chiamano “legge” si chiama “decreto-legge”, ha un numero (decreto 90/2008) e un testo qui reperibile: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/decreto_rifiuti/20080523_dl_90.pdf

Se qualcuno ha la pazienza di leggerlo, si accorge di due cose. La prima è che si parla sia della cava Sari sia della cava Vitiello a Terzigno, eppure fino ad ora è bastata la cava Sari. La seconda cosa è un pugno in un occhio: quel decreto è scaduto.
E’ scaduto il 31/12/2009, pertanto non ha alcuna validità legale, tornando ad essere quel che è: carta straccia. Anzi, a dire il vero, tutto il commissariato straordinario all’emergenza rifiuti è diventato carta straccia, visto che non c’è più. E’ vero, esiste la legge 123/2008, che pomposamente si chiama “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90”, ma le modificazioni sono così tante (l’elenco è più lungo del decreto 90 stesso), da modificare e stravolgere completamente quel decreto, ma l’abile mossa psicologica di Berlusconi fu di chiamarlo “conversione in legge del decreto 90/2008”, forzando l’idea che quel decreto fosse diventato legge. E forzando contro ogni logica la proroga dell’apertura delle discariche campane. Altro che “camorra dietro le proteste”, che come mostreremo stavolta non c’entra nulla: siamo di fronte ad un illecito commesso dallo Stato stesso. E non è l’unica cosa che va “storta”. Va storto anche che il comma 2 dell’articolo 14 di quel decreto, che elenca i codici CER, cioè in definitiva le categorie merceologiche di rifiuto, che possono essere tombati a Terzigno e negli altri siti campani. E si tratta dei codici CER dei rifiuti residui a valle della raccolta differenziata. Vengono vietati i rifiuti tal quale, quelli non trattati, cioè quelli uguali a come sono stati presi dai cassonetti: cioè quelli che vengono tombati alla Sari e presto anche a Cava Vitiello.

Che cosa sta succedendo? E come spiegare il grande “colpo di fortuna” avuto dalle istituzioni alcuni giorni dopo, quando si è interrotta la raccolta dei rifiuti urbani nella città di Napoli? Già, perché di grande colpo di fortuna si tratta, il trovarsi davanti al fermo della raccolta in una città di un milione di abitanti, ed avere la scusa “pronta”: gli abitanti di Terzigno e di Boscoreale bloccano le discariche, per cui la raccolta è ferma. Ma è così? La risposta è no. E’ solo l’inganno successivo. E se non è per questo, allora Terzigno cosa c’entra? Nulla. Terzigno e Boscoreale, ancora una volta, sono vittime dell’inganno di Stato. Usate come “scusa”, per far sembrare che sia colpa loro se il sistema si è inceppato.

Partiamo allora da quello che è stato il reale inceppamento del sistema di raccolta. Appunto, del sistema di raccolta, non di smaltimento. Si è interrotto il passaggio dei camion autocompattatori che raccoglievano dai cassonetti stradali, pochi giorni dopo l’inizio della fase di scontro e di rivolta popolare a Terzigno e si è addossata la colpa alle proteste popolari. Invece c’è dietro un problema amministrativo, con dei risvolti degni di un romanzo thriller. E forse la soluzione non è a Terzigno, dove d’altronde lo Stato, la Regione, la Provincia, lo stesso Bertolaso, sapevano già in anticipo che avrebbero trovato resistenza. Hanno trovato resistenza per la Sari, due anni fa, e oggi gli animi sono anche più esacerbati di allora. Pertanto era più che prevedibile che ci sarebbero stati problemi, un riaprirsi di quella frattura democratica, di cui spesso si è parlato qui su Altrenotizie, già aperta in Campania dal commissariato straordinario. Ma allora, se lo sapevano, perché l’hanno fatto?
A Napoli si sono fermati gli autocompattatori. Punto. Questo è successo. Ma allora, dando una lettura superficiale alla cosa, viene in mente di lasciare Terzigno per qualche ora e andare a porre la domanda presso l’Asia, la municipalizzata di Napoli. C’è però da fare attenzione, perché anche qui c’è un inganno, l’ennesimo. Infatti, l’Asia non ha sufficienti mezzi. Pertanto ha suddiviso il territorio della città in diversi “lotti” ed ha assegnato ciascun lotto con una regolare gara d’appalto ad un privato. Ma c’è un privato che è un po’ più importante di altri. Perché ha più del 66% dei lotti tutti per sè!

Quindi, se si fermano i suoi veicoli, si ferma la raccolta su oltre due terzi di Napoli. Questo soggetto è un colosso nazionale: Enerambiente, azienda privata di proprietà dell’imprenditore veneziano Stefano Gavioli. Che non campa solo di Enerambiente, visto che è appena una delle 35 società del suo impero societario, peraltro difficile da inquadrare, visto che i pacchetti azionari si perdono in giro per le sue stesse scatole cinesi. Intanto, quel che é certo, è che per capire cosa sta succedendo, bisogna lasciare anche Napoli, e andare di corsa direttamente a Venezia.

La Enerambiente, che ha fermato i suoi camion a Napoli pochi giorni dopo l’inizio degli scontri di Terzigno, ha provocato la mancata raccolta dai cassonetti e, quindi, l’emergenza rifiuti. L’Asia smentisce, dice un’altra cosa. Se invece questa fosse la ragione, non sarebbe certo colpa della gente vesuviana. Ed è allora un altro inganno da smascherare assolutamente, prima che si perda memoria di un’azienda con questo nome, perché prima o poi lo cambierà, cambierà anche sede e rappresentante legale. Fatto sta che non è stato certo Gavioli a fondarla.
L’ha “ereditata” per scorporo dalla Slia, una delle tante aziende di Manlio Cerroni. Proprio lui, il re dei rifiuti di Roma, il proprietario di Malagrotta. Un bel giorno, la Slia incappa in una interdittiva antimafia del Prefetto di Roma. Gavioli, da Venezia, ne approfitta: la compra “in liquidazione”, cambia consiglio di amministrazione e la “ripulisce” dai collegamenti sporchi.

Se si prova a chiedere perché Enerambiente ha fermato i propri compattatori a Napoli, si ottiene come risposta che l’azienza veneta ha fermato i veicoli perché l’Asia di Napoli sarebbe insolvente nei loro confronti. In Asia negano, conti alla mano: ma se si prova a cercare quello che risultava essere l’amministratore delegato di Enerambiente, un tal dottor Faggiano, non lo si trova. Come mai?

Semplice: è latitante. Dopo una condanna in primo grado a 1 anno e quattro mesi per un caso di tangenti a Brindisi, anziché aspettare il processo d’appello ha preferito alzare i tacchi. Sarà all’estero. Magari con una parte di soldi della Enerambiente. Magari giusto con la cifra che a Venezia citano per dichiarare insolvente l’Asia. Ma queste chiaramente sono solo ipotesi, solo un ragionamento assolutamente non suffragato da fatti che, come si evince in tutta evidenza, vanno ricercati e chiariti da una Procura della Repubblica: solo la magistratura inquirente potrà appurare se Faggiano è scappato con la cassa o senza.

Il posto di Faggiano l’ha preso lui in persona, il Presidente e proprietario, Stefano Gavioli. Che a Napoli ha consolidato le sue alleanze. Nella sua squadra c’é Corrado Cigliano, uomo chiave dell’azienda a Napoli, figlio dell’ex assessore socialista alla Nettezza urbana di Napoli Antonio Cigliano, fratello di Giuseppe, anche lui dipendente di Enerambiente, e Dario, il terzo fratello, consigliere comunale e provinciale a Napoli. Una bella potenza familiare.

L’Enerambiente a Napoli ha subito diversi attentati ai propri mezzi, dopo lo scoppio dei disordini a Terzigno. Pertanto, è stato facile per le agenzie di stampa scrivere: “Camion dei rifiuti incendiati e danneggiati nel Napoletano. La spazzatura è stata riversata in strada. A Boscoreale, alcune persone con il volto coperto da caschi hanno incendiato un autocompattatore”.
E’ un altro inganno mediatico: i mezzi di Enerambiente sono stati distrutti davvero, ma a Napoli. E Boscoreale non c’entra niente, anche perché qualche notte fa, nella zona industriale di Napoli, qualcuno ha assaltato l’intera sede napoletana di Enerambiente. Azione organizzata, con molti partecipanti, vista l’entità dei danni. Un raid in grande stile: uffici devastati, 46 mezzi danneggiati. Cinquanta partecipanti, secondo la Digos. Problemi di camorra? La cosa è stata subito chiusa così, troppo frettolosamente. Ancora una volta la camorra è usata come alibi e non si punta alla camorra quando si dovrebbe davvero, cioè a proposito del mondo oscuro delle ecomafie.

Intanto tra tutti gli inganni tirati in ballo finora, ci sono ancora almeno due punti oscuri. Per cominciare: per quale motivo Enerambiente ha fermato i suoi mezzi a Napoli? Secondo: chi ha organizzato un raid contro la sua sede partenopea? Poi ovviamente qualche lettore si starà chiedendo cosa c’entra cava Vitiello in tutto questo. Cerchiamo di far quadrare il cerchio nel modo più ordinato possibile.

La Enerambiente se ne deve andare da Napoli, è già stato deciso dietro le quinte. Ecco perché si è fermata: sta smantellando la sua ala napoletana. Già al primo di novembre cesserà ogni sua collaborazione con le municipalizzate campane. E perché? La risposta ovviamente è altrove, non a Napoli, non a Venezia, ma da tutta un’altra parte. La risposta si trova in Abruzzo, dove Enerambiente è corsa ad acquistare partecipazioni nelle società ambientali, come quella di Teramo. E la risposta dice che ancora adesso Enerambiente è oggetto di un esame dell’antimafia, recapitato all’Asia dalla Prefettura di Venezia: secondo indiscrezioni si tratterebbe di un’informativa antimafia atipica.

E’ un atto giuridico un po’ ostico per i non addetti ai lavori; solitamente viene rilasciata quando gli indizi non assumono caratteri di gravità, precisione e concordanza tali da giustificare un effetto interdittivo automatico, ma contemporaneamente esistono elementi specifici non tanto di “appartenenza mafiosa”, quanto di “infiltrazione mafiosa”. Infatti, per essere legittimamente emessa è sufficiente il “tentativo d’infiltrazione” avente lo scopo di condizionare le scelte dell’impresa, anche se tale scopo non si è in concreto realizzato, o se è in corso.

Quindi diviene plausibile che i soggetti pubblici, compresa l’Asia, che hanno rapporti con Enerambiente, abbiano voluto rescindere i contratti, una volta ricevuta l’informativa dal Prefetto di Venezia. Ad avvalorare questa tesi, è successo che qualche giorno prima, nel corso di un’interrogazione parlamentare, il deputato del Pdl abruzzese Daniele Toto ha chiesto al Ministro dell’Ambiente “se risponde al vero che in Enerambiente lavori un personaggio che agisca da anello di congiunzione tra i clan di Castellammare di Stabia e la Sacra Corona Unita”. Un’analoga interrogazione parlamentare è stata presentata anche dall’On. Angela Napoli. Enerambiente lavora anche a Teramo, e anche a Teramo è arrivata l’informativa ed ha smesso di lavorare. Nel capoluogo abbruzzese hanno detto che Enerambiente è in sciopero.
Dove sarebbe la camorra, quindi? Dietro la rivolta popolare di Terzigno? Diviene poco credibile. Viene il sospetto – che ci auguriamo che le procure dissipino – che la camorra tanto per cambiare si sia infiltrata nei trasporti e nelle forniture di automezzi. Come ha sempre fatto. Un altro inganno che salta. La camorra, nel ciclo rifiuti urbani, lucra sui trasporti. O il trasporto lo si fa a Terzigno, o lo si fa altrove, l’appalto è lo stesso e le cose non cambiano. Ci sarebbe semmai da riflettere sul perché, ora che i meccanismi d’infiltrazione sono noti, il tutto avvenga ancora.

Dove la camorra lucra sul serio è sullo smaltimento dei rifiuti speciali, molto più costoso, molto più pericoloso, molto più velenoso. Eppure, da un po’ di tempo anche delle fonti autorevoli raccontano che si tratta di un traffico “in declino” o addirittura “finito”, adducendo motivazioni molto fantasiose. Certamente il traffico ha cambiato faccia, si è fatto più furbo e se fino a ieri era quasi completamente sovrapposto al ciclo del cemento, ora si sta andando a infiltrare nel ciclo agricolo, con manovre pericolosissime che, in definitiva, ci fanno arrivare i rifiuti tossici direttamente nel piatto.

E con un filo conduttore neanche troppo invisibile che lega indissolubilmente, da ora in avanti, la Campania all’Abruzzo, Napoli e Caserta a Teramo e L’Aquila. Un filo conduttore che fa ragionevolmente supporre che sarà l’area sul lato del Gran Sasso rivolta verso l’Adriatico che potrebbe essere la terra di sversamento dei rifiuti tossici dell’industria italiana di domani. Questa però è un’altra storia, diversa, che potrà essere raccontata in un’altra occasione.

Per quanto riguarda il raid alla sede della Enerambiente a Napoli, ne sono state pensate tante. L’estorsione, qualcosa andato male in un giro di lavaggio non di rifiuti ma di denaro altrettanto sporco. Sembra confermarlo un recente rapporto della Procura Nazionale Antimafia, che racconta come la gestione delle discariche e la mala gestione delle compartecipate pubbliche siano spesso un modo per ripulire del denaro illecito. Forse le cose stavolta sono più semplici, probabilmente delle tensioni sindacali, o dei problemi con degli interinali.
Non si capisce però una cosa: perché il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, abbia raccontato, alla fine di un vertice con il prefetto Andrea De Martino e con il generale Mario Morelli, capo della struttura che sta gestendo il rientro alla normalità, che “Enerambiente questa notte ha avuto all’improvviso 68 malati: il problema è ora di vedere con l’Inps e l’Asl, nel pieno rispetto del diritto di chi è malato sul serio, quelli che non sono malati e visto che sono pagati devono andare a lavorare”. Storia un po’ strana. I lavoratori di Enerambiente a Napoli sono circa 400 e sono rimasti tutti fermi, non 68 ammalati. A Napoli ammalati, a Teramo in sciopero. Viene voglia di chiedere a grande voce: “Si può sapere perché non si può dire la verità, e cioè che c’è in ballo una informativa antimafia?”

All’Asia smentiscono e dicono, cosa peraltro giusta, che i flussi dei rifiuti li decide la Regione e che dalla Regione è arrivato “l’ordine” di dirottare i camion, che andavano a scaricare a Chiaiano, verso Terzigno. Ed ecco costruito il coro istituzionale, dalla Provincia al Governo, passando per la Regione: “Siamo in emergenza perché a Terzigno la gente blocca la discarica”. Viene voglia di dire a tutti gli italiani di non cascare in questa bufala, in questo ennesimo inganno.

Intanto a Terzigno non c’è stata mai una discussione, una conferenza dei servizi, un confronto. La discarica è stata imposta. Anche all’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Non si poteva fare altrimenti, dal punto di vista berlusconiano: aveva promesso contemporaneamente di ripulire Napoli, abolire le Provincie, e provincializzare la gestione dei rifiuti. Per cavarsela, il cavaliere ha dovuto spingere anche all’interno del PDL per avere eletto presidente della Provincia quel Luigi Cesaro, suo uomo di fiducia, accusato a più riprese da decine di pentiti che l’hanno sempre indicato come intimo di Raffaele Cutolo; lo stesso Cesaro non ha mai negato una forte amicizia con il capo della Nuova Camorra Organizzata.

Anche nel 2006 è stato detto che un pentito, che in realtà si era già cantato tutto nel ’93, ma evidentemente all’epoca non si poteva dire, lo ha indicato come braccio destro dell’ala dei casalesi impegnata nel traffico illecito di rifiuti speciali. Ora è Cesaro che ha il cerino acceso in mano e se Enerambiente si ferma, non c’è nulla di meglio che indicare i cittadini di Boscoreale e Terzigno come i “colpevoli”, come al solito “pilotati dalla camorra”, e in definitiva come causa prima dell’emergenza.

Restando invece a Terzigno, si é detto che sembrava tutto già scritto. Probabilmente è vero, ma non si tratta certo del copione che abbiamo visto in TV. Quello era il copione basato sugli inganni svelati fino ad ora. Ai lettori sarà rimasto un dubbio: cosa c’entra Terzigno, con la questione Enerambiente? Per questo motivo è stato scritto che aver deciso di forzare su cava Vitiello qualche giorno prima dei guai con l’azienda veneziana è stato un grande colpo di fortuna.
Grazie a questo colpo di autentica fortuna è stato possibile alle istituzioni non dover ammettere qualcosa del tipo: “Abbiamo preso l’impegno di non far infiltrare le mafie nel ciclo dei rifiuti, abbiamo fatto raccogliere i rifiuti a Napoli, per anni, ad un’azienda in cui opera qualcuno che ha contatti sia con i clan campani che con quelli pugliesi.”

Sarebbe stato uno smacco troppo grande, che avrebbe ulteriormente minato la fiducia dei cittadini nelle attuali figure alla guida delle istituzioni, per giunta in un momento in cui si parla a giorni alterni di possibili elezioni politiche anticipate. E’ stato un bel colpo di fortuna poter dare la colpa a quegli stessi cittadini che non si fidano più.

Certo, c’è anche chi alla fortuna non crede tanto. Decidere di aprire cava Vitiello giusto qualche giorno prima del fermo dei mezzi di Enerambiente e così affossare il caso dell’azienda veneta, senza fargli trovare alcuna risonanza mediatica, è un po’ come fare un sei al superenalotto. Se poi si riflette, allora salta in mente che certamente il caso Enerambiente, tra gli addetti ai lavori e all’interno delle istituzioni non è stato un fulmine a ciel sereno, soprattutto se già c’era stata un’interrogazione parlamentare. Ma questo significa che quando è stato deciso di procedere con la forza su Terzigno e Boscoreale, creando un clamore mediatico che avrebbe ricorperto tutto il resto, era già noto che stava per succedere qualcosa in Enerambiente.

Contemporaneamente, era noto che procedere con Terzigno avrebbe creato clamore mediatico: come già detto più sopra era noto e arcinoto che sarebbe stata causata una rivolta popolare. Viene quasi il dubbio che forse c’é anche altro da coprire; viene il dubbio che la decisione di aprire una nuova discarica a Terzigno sia servita ai soliti noti e ai soliti interessi. Ma a pensar male, come disse qualcuno, si commette peccato.

Alessandro Iacuelli

tratto da http://www.altrenotizie.org

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Terzigno: le analisi confermano, le falde acquifere sono compromesse

Fluoruri, ferro, manganese, nichel, zinco, cadmio. E ancora, prodotti chimici industriali, pesticidi, idrocarburi cancerogeni come il benzo(a)pirene. Tutto in quantità di gran lunga superiore ai limiti consentiti dal decreto legislativo 152 del 2006. E’ una miscela pericolosa quella che ha provocato la generale compromissione delle acque di falda a Terzigno, il comune vesuviano diventato in queste settimane il luogo simbolo della protesta contro lo sversamento indiscriminato di immondizia a Cava Sari e contro l’apertura di una seconda discarica, quella di Cava Vitello. Materiali inquinanti che, secondo documenti ottenuti da Apcom, sono emersi in tutti i campionamenti fatti tra giugno 2009 e maggio 2010 dall’Azienda servizi igiene ambientale Napoli (Asia) e dall’Agenzia Regionale per la protezione ambientale della Campania (Arpac). Risultati che, tra l’altro, confermano il parere del servizio geologico nazionale, espresso già nel luglio 1997, in cui si avvertiva sull’estrema pericolosità dell’ubicazione di una discarica nel sito in questione al fine della salvaguardia della falda acquifera.Le analisi – In un “rapporto di prova” del Dipartimento tecnico provinciale di Napoli, con data 24 giugno 2009, si riferisce di una concentrazione di ferro, manganese e nichel superiore alla soglia consentita. In particolare, il monitoraggio dell’Arpac ha messo in evidenza la presenza di 246 microgrammi per litro di ferro, a fronte di un limite massimo di 200; di 138 microgrammi per litro di manganese, contro i 50 ammessi dalla legge; di 62 microgrammi per litro di Nichel, invece dei 20 autorizzati. Da un documento analogo, recante la stessa data, è stato riscontrato un eccesso degli stessi elementi, rispettivamente nella quantità di 570, 242 e 48 milligrammi per litro.I controlli sui mezzi – Durante un controllo effettuato da personale dell’Arpac, dell’Asl competente (Na3 sud) e dai Carabinieri della stazione locale sugli automezzi di trasporto rifiuti, il 24 aprile 2010, tra le 3 e le 7 del mattino, a via Panoramica, non lontano da Cava Sari, sono state avvertite in modo rilevante “molestie olfattive” sia all’interno dell’invaso che a circa mille metri dall’impianto. Sul lato nord e nordest, inoltre, è stata rilevata la presenza di “quantità rilevanti di percolato affiorante”, ovvero del liquido che trae origine prevalentemente dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi.In due pozzi superati limiti consentiti – In un documento della direzione tutela del suolo, bonifica siti e gestione tecnica rifiuti dell’area ambiente della Provincia di Napoli si segnala inoltre che, dal monitoraggio effettuato dall’Asia tra novembre 2009 e maggio 2010 sono risultati superamenti dei limiti consentiti dalla legge in due pozzi a valle di Cava Sari per Zinco, Cadmio, Sommatoria Pcb e Benzo(a)pirene, un cancerogeno della massima pericolosità per l’uomo. La presenza di tali elementi “nella falda acquifera in concentrazione superiore a quella degli stessi presenti nel percolato prodotto dalla discarica, non può da sola costituire un elemento che provi la non correlazione dell’inquinamento in atto con l’attività dell’impianto Cava Sari”, è stato precisato. E sebbene “molti dei parametri” siano “rientrati nei limiti”, l’ufficio della provincia di Napoli, con lo stesso documento ha rinnovato “la richiesta di porre in essere adeguate misure di prevenzione e di messa in sicurezza d’emergenza per la riduzione dei parametri indicati”, chiedendo al contempo all’Arpac “di effettuare a breve un nuovo campionamento delle acque di falda”.
29 ottobre 2010

Fonte:Redazione Tiscali

«Napoli deve rigraziare solo Giugliano»

Si scarica a Taverna del Re. Oltre cinquanta autocompattatori hanno già lasciato il ”tal quale” sulla piazzola 12. Manifestanti delusi dalle promesse di Berlusconi e Bertolaso: «Difendiamo solo i nostri diritti».

Di Sabrina della Corte

GIUGLIANO. Dall’inviato a Taverna del Re. Non sono i classici tir pieni di pseudo ecoballe, sono gli autocompattatori dell’Asia carichi di immondizia provenienti da Napoli. Solo da Napoli. «Altrimenti come farebbe Berlusconi a mantenere la promessa di ripulire la città in tre giorni». E’ il grido di protesta dei pochi, circa una trentina, manifestanti che da stamattina stanno cercando invano di contenere la furia scatenata dal “provvedimento folle” del Presidente della Provincia Luigi Cesaro.
I manifestanti sono in numero nettamente inferiore alle forze dell’ordine. «E’ incredibile – dichiarano dal presidio – trenta persone a difendere i diritti di un territorio di quasi 200mila abitanti». Per loro il “diritto” non è solo la difesa dell’ambiente, poiché scaricare immondizia “tal quale” su una piazzola di cemento non è proprio igienico e salubre, ma si tratta di difendere gli accordi sottoscritti con Berlusconi e Bertolaso nemmeno due anni fa quando “Taverna del Re venne dichiarata definitivamente chiusa per legge” con la promessa di una bonifica immediata e il risarcimento a titolo di ristoro ambientale di 21 milioni di euro, soldi mai arrivati e fermi al Ministero dell’Economia. «Questi sono i nostri diritti. Ciò che sta accadendo è la prova delle menzogne di questo governo» affermano. La prova viene direttamente dalle parole dell’assessore provinciale Francesco Mallardo che, intervenuto sul posto per verificare la situazione di persona ha detto di «non essere stato informato della decisione del Presidente della Provincia e di averlo saputo direttamente dai media». Mallardo ha inoltre precisato di «essere stupito per i modi e i tempi scelti da Cesaro».
Secondo alcuni, Cesaro non avrebbe avuto scelta e, il documento che ha firmato due giorni fa, non sarebbe nemmeno frutto di un’iniziativa personale, ma sarebbe stato direttamente il Governo, attraverso la struttura commissariale e il sottosegretario Bertolaso a proporgli la firma su un documento già pronto. A dimostrazione di quanto siano fondate le voci che circolano è la presa di posizione contraria di tutti i consiglieri comunali di maggioranza, di area centro destra, del sindaco di Giugliano Giovanni Pianese, degli assessori provinciali Mallardo e Palumbo.
Intanto in questi minuti è in corso un vertice in Provincia con Cesaro e i consiglieri comunali di Giugliano.

Ore 15.00. Il giovane che per protesta si era infilato sotto al primo autocompattatore, poi estratto con la forza dai carabinieri e portato in questura con un’auto della polizia è Antonio Arzillo, dirigente locale del partito La Destra di Francensco Storace. Ha fatto sapere che «nonostante la minaccia di procedimenti penali non intendo rinunciare a difendere il principio che il territorio di Giugliano ha già contribuito negli ultimi 15 anni per lo smaltimento dei rifiuti ed è impensabile che Napoli venga a sversare da noi mentre nelle nostre strade si ammassano i rifiuti».

Ore 14.30.Una quiete apparente, si respira tra i manifestanti che guardano sbalorditi il passaggio dei camion dell’Asia stracolmi di immondizia che prima giaceva, con tutta probabilità, nelle strade di Napoli. Ecco come si intende risolvere il problema dell’ennesima emergenza rifiuti. La piazzola n. 12 si sta trasformando a poco a poco in una discarica a cielo aperto sottoforma di sito di trasferenza.

Ore 13.30. La protesta entra nel vivo, circa 30 camion sono in fila ed attendono di entrare nel sito di stoccaggio di Taverna del Re per depositare l’immondizia sulla piazzola 12. Un giovane è stato arrestato per essersi posizionato sotto al primo camion per impedire il passaggio. L’uomo è stato estratto con forza e caricato in una volante che lo ha portato via al commissariato di polizia. Le persone presenti cercano in ogni modo di ostacolare le operazioni, ma le forze dell’ordine riescono a far svolgere le operazioni di scarico, che da questa mattina non si sono quasi mai fermate. Il presidio di Taverna del Re attraverso una nota stampa fa sapere che: «Ai cancelli di Taverna del Re è impossibile arrivare con le auto, per cui non si può parcheggiare nemmeno in prossimità del presidio storico e per raggiungere i cancelli bisogna farlo a piedi. Stanno scaricando a pieno ritmo e depositando il tal quale senza alcuna precauzione sulla piattaforma. Il presidio di tdr puo’ essere rafforzato come è stato già fatto precedentemente, da chi da anni lotta contro questo sistema, ma sicuramente l’opposizione deve essere fatta da chi vive il territorio come è successo per Pianura, Chiaiano e Terzigno. Chiediamo la partecipazione dei giuglianese».

Sembra un déjà vu ma è la realtà. Stesse scene di qualche anno fa, quelle di ieri mattina e oggi, fuori dai cancelli del sito di stoccaggio di Taverna del Re. Quaranta persone, sempre le stesse da anni, stazionano e cercano di bloccare i camioni che devono scaricare ‘tal quale’ secondo l’ordinanza 512 del 27 ottobre 2010 a firma del presidente Cesaro. E così che in dieci giorni si risolve l’emergenza rifiuti, riempiendo l’unica piazzola rimasta libera nel sito di Taverna del Re. Questa mattina presenti sul posto oltre ai comitati, una ventina di carabinieri per garantire il rispetto di un’ordinanza, emessa in barba ad una legge che dichiarava la chiusura del sito. Durante la mattinata dieci camion sono riusciti a passare e scaricare grazie all’intervento dei carabinieri, che hanno allontanato i manifestanti aprendo il varco ai compattatori in attesa. Nello scontro è rimasta ferita Lucia De Cicco, che ora si trova in ospedale e per il momento non si conoscono le sue condizioni. Da ieri mattina «La Pasionaria», minaccia di darsi di nuovo fuoco. Era il 3 marzo del 2008 quando Lucia De Cicco finì in ospedale con diverse ustioni sul corpo. Ieri mattina era lì come sempre insieme ai suoi amici del comitato, per evitare che si riaprissero i cancelli di Taverna del Re. «Sono pronta a darmi fuoco da qui non passa nessuno», queste le parole che urlava seduta davanti ai camion pieni di ‘tal quale’ in attesa di passare, stringendo una bottiglia in una busta. Ma non è stato così da ieri la piazzola si sta riempiendo e pian piano scomparirà l’emergenza dalle strade, mascondendola sotto il tappeto chiamato ‘Taverna del Re’.

Alla protesta la presenza della politica. Tra le persone che al momento protestano pacificamente, c’è una delegazione di consiglieri comunali di Giugliano, appartenenti alla maggioranza e alla minoranza e insieme, secondo indiscrezioni saranno ricevuti questo pomeriggio alle 14 in Provincia dal Presidente Luigi Cesaro. Sul posto anche l’assessore provinciale Francesco Mallardo, che insieme a Nello Palumbo rappresentano Giugliano nel gruppo del Pdl del presidente Cesaro. L’assessore ha criticato la scelta della riapertura del sito, confermando che gli assessori giuglianesi, facenti parte del gruppo di Cesaro, non sapevano nulla di questa decisione e che il presidente Cesaro «ha operato in questo modo in base alle sue prerogative senza mettere a conoscenza nessuno».

L’ordinanza 512 del 27 ottobre 2010. A Taverna del Re dovrebbero essere stoccate, per un periodo massimo di trenta giorni, circa 10mila tonnellate di spazzatura. E’ quanto prevede l’ordinanza del presidente della Provincia Luigi Cesaro. Secondo quanto stabilito dall’ordinanza a far data dal trentunesimo giorno dalla firma della stessa ordinanza gli stessi rifiuti dovrebbe essere trasferiti nello Stir di Giugliano o in altri impianti. Tutte le operazioni dovrebbero essere completate entro il 45mo giorno dalla firma dell’ordinanza. Il sito di Taverna del Re, ribattezzato con il nome di ”cittadella della munnezza”, si estende su una superficie di circa 4,5 chilometri quadrati, una estensione pari ad uno dei comuni della zona. «Nel corso delle riunioni tenutesi in data 25 e 26 scorsi alla presenza del Prefetto, dei rappresentanti della Protezione civile, della Regione Campania e delle Province della Campania – si legge nell’ordinanza di Cesaro – si e’ ritenuta ipotizzabile la sola strada dell’ordinanza» che consente «il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, garantendo un elevato livello di tutela della salute e dell’ambiente al fine di scongiurare possibili situazioni di emergenza e di rischio per la salute pubblica».

Ha collaborato Aniello Di Nardo

Fonte: Internapoli.it

Errore, la discarica raddoppia

Emiliano Eusepi
IL CASO. A Guidonia in provincia di Roma dovrebbero arrivare, nel mezzo di un parco archeologico, 190mila tonnellate di rifiuti. Ma il sindaco accusa: la Regione Lazio ha sbagliato i conti. E annuncia ricorso al Tar.
Guidonia (Rm), la discarica non si ferma. Anzi, raddoppia. E pensare che le già previste 100mila tonnellate di rifiuti all’anno per la discarica dell’Inviolata sembravano un’enormità. Ora il rischio è che ogni anno, se non dovesse essere modificata l’autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata il 2 agosto scorso dalla Regione Lazio con la predisposizione del secondo invaso, tra indifferenziato e umido ne potrebbero affluire circa 215 mila. Tutta “monnezza” per il nuovo impianto di trattamento meccanico biologico (Tmb) dei rifiuti che verrà realizzato nel bel mezzo del parco archeologico dell’Inviolata. Un progetto che preoccupa molto gli abitanti e le associazioni ambientaliste locali. Guidonia ha già molti problemi legati alla cattiva qualità dell’aria e sono in molti a chiedersi, una volta prodotto il combustibile derivato dai rifiuti (Cdr), dove sarà bruciato.

C’è chi vede la possibilità che possa finire nei forni del cementificio Buzzi-Unicem, a poca distanza dalla discarica, sempre nel comune di Guidonia. Una proposta in questo senso è statagià bocciata nella conferenza dei servizi del gennaio scorso dall’attuale sindaco, Eligio Rubeis. E lo stesso primo cittadino ha individuato nell’impianto che dovrebbe sorgere ad Albano quello che accoglierà il Cdr. Di sicuro con poca gioia degli abitanti dei castelli romani che proprio per questo motivo sono sul piede di guerra. Ma detto ciò, chi potrebbe impedire alla Buzzi-Unicem di riproporre la conversione dei propri forni? Scenari a parte, è concreto il rischio per la città di Guidonia di vedere arrivare parte dei rifiuti da trattare anche da Roma. Questo a causa del possibile ampliamento all’Ato (ambito territoriale) che prevederebbe l’inclusione nelle zone di competenza della discarica Inviolata di qualche quartiere romano. Solo chiacchiere?

Certo è che a queste voci la giunta comunale avrebbe potuto metter fine dicendo no al secondo invaso dell’Inviolata e al nuovo impianto per Cdr. Invece ha acconsentito alla costruzione delle strutture che dovevano però arrivare a contenere un massimo di 90/100 mila tonnellate. In realtà poi, aggiungendo la produzione di “umido”, sarebbero arrivate a contenerne ben 140 mila. E non è tutto. La delibera della Regione Lazio del 2 agosto 2010, di tonnellate ne prevede almeno 190 mila. Tutti rifiuti che andranno nella discarica di proprietà del Consorzio Laziale Rifiuti (Co.La.Ri), il cui presidente è il “re della mondezza”, Manlio Cerroni, già proprietario della discarica di Malagrotta. E che naturalmente ha già le mani anche sull’impianto di Tmb, Il sindaco Rubeis si è affrettato a smentire la previsione attribuendo il raddoppio dell’invaso, sulla carta, a un errore degli uffici regionali.

E per questo l’amministrazione ricorrerà al Tar chiedendo la correzione dell’errore. Ma forse lo sbaglio più grande non è stato tanto degli uffici regionali. Il sindaco e la sua amministrazione avrebbero dovuto dire no a un impianto che per i prossimi trenta anni porterà dai 47 comuni limitrofi, nel caso di una previsione ottimista, altri 3 milioni circa di tonnellate di rifiuti. E pensare che proprio l’attuale sindaco in campagna elettorale promise la chiusura della discarica. Alla faccia della coerenza nella politica e nella scelte che riguardano l’ambiente e la salute dei cittadini.

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Brindisi, è allarme emissioni

di Simone Celli
PETROLCHIMICO. Duecento notti per avvelenare l’aria. Opera di due aziende del brindisino, l’americana Basell Chimica e la Polimeri Europa, che fa capo al gruppo Eni.
Duecento notti per avvelenare l’aria. Opera di due aziende del brindisino, l’americana Basell Chimica e la Polimeri Europa, che fa capo al gruppo Eni. Da sette torce di emergenza, cinque la prima e due la seconda, hanno rilasciato nell’atmosfera dei gas non ancora identificati. L’hanno fatto spesso, quando invece si dovrebbe trattare soltanto di misure cautelative. Le telecamere della Digos hanno registrato centinaia di emissioni in sette mesi. E dopo oltre due anni di indagini, tre giorni fa è scattato il sequestro. Uno stop che per le due principali società del petrolchimico della provincia potrebbe durare parecchio. Anche se per i lavoratori, 230 in tutto, non è ancora detta l’ultima parola: c’è tempo fino a metà novembre, infatti, per adottare le misure necessarie ed evitare il peggio.

Quattro le persone coinvolte tra dirigenti e responsabili. Getto di rifiuti (gassosi, in questo caso), emissione in atmosfera senza autorizzazioni ed emissioni in ambiente di sostanze pericolose sono le accuse nei loro confronti. L’indagine è iniziata nell’agosto del 2008, dopo un incidente che portò al dirottamento di circa 60 tonnellate di propilene in due candele da cui salirono fiammate alte decine di metri. Fu solo l’inizio di una serie di episodi a cui hanno fatto seguito i rilevamenti dell’Arpa. Il risultato? Sostanze cancerogene cadute sul terreno in quantità che non possono essere ignorate. Fatti «gravissimi», secondo il segretario dei Verdi pugliesi Domenico Lomelo.

A detta del leader ambientalista, «i cittadini del brindisino sanno da anni che i loro polmoni e la loro salute sono quotidianamente sottoposti a fonti di inquinamento che portano ad un alto indice di mortalità tumorale», e ha confermato che «in questi anni, con la complicità del buio notturno, era diventata normalità bruciare i rifiuti gassosi in atmosfera». Lomelo ha infine sottolineato l’importanza di un adeguamento degli impianti, e già qualcosa si è mosso. Per evitare che il blocco diventi definitivo, la Polimeri Europa ha infatti inviato una sua delegazione dal pm Antonio Negro, titolare dell’indagine. Forse un primo passo verso la messa a norma.

Fonte: Terranews.it

Di nuovo in Germania

di Giorgio Mottola da Acerra

DENUNCIA. Il parlamentare della Lega Gianni Fava smentisce il premier («Noi non mandiamo i nostri rifiuti all’estero come hanno fatto altri»): «Già chiesti i preventivi». E anche la Sicilia ci starebbe pensando.
I rifiuti campani stanno prendendo di nuovo la via della Germania. Da diverse settimane le autorità italiane hanno avviato i contatti con alcuni impianti tedeschi. Gli stabilimenti di Amburgo, Dresda e Berlino sono tra le mete dell’eventuale sbarco in Germania dell’immondizia campana. La rivelazione è stata fatta da rappresentanti delle istituzioni tedesche alla delegazione italiana della Commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie, che è stata in visita, in questi giorni. Eppure ieri mattina, durante la conferenza stampa del premier ad Acerra, Berlusconi se ne era fatto un vanto: «Noi affrontiamo i problemi seriamente, non li mandiamo all’estero come hanno fatto altri prima di noi». E va riconosciuto che dal 2009 che in Germania non vedono i nostri rifiuti. Ma ora che l’emergenza è riesplosa e l’immondizia non si sa più dove metterla, torna la tentazione di spedirli oltre i confini nazionali.

«Le autorità tedesche», spiega Giovanni Fava, deputato della Lega Nord e membro della delegazione parlamentare, «ci hanno riferito che sono stati già chiesti i preventivi ed è possibili che in tempi brevi possano svolgersi anche i bandi di gara. È una cosa inaudita, in questo modo non si fa altro che nascondere la polvere sotto al tappeto». I sondaggi, rivela il parlamentare leghista, sono diventati molto più intensi dopo la scelta di rinunciare definitivamente alla seconda discarica di Terzigno. In effetti, le soluzioni prospettate da ieri da Berlusconi hanno suscitato molte perplessità. Nel progetto del Governo, Cava Vitiello viene congelata e i rifiuti di Napoli verranno tutti dirottati a Chiaiano, che però è già in fase di esaurimento. Basta fare qualche calcolo sulla quantità di rifiuti prodotti ogni giorno per capire che c’è bisogno di altro spazio. Se venisse confermata l’esportazione dell’immondizia in Germania, tutto si spiegherebbe più facilmente. La Campania non è l’unica regione che sta pensando a questa soluzione.

La Sicilia starebbe per fare la stessa scelta. La discarica palermitana di Bellolampo è ormai esaurita quasi del tutto. A causa di questa situazione, «pare che la Giunta siciliana voglia anticipare i termini per esportare la propria immondizia in Olanda», rivela Fava. Quest’anno arriveranno in Germania oltre un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti italiani. La stessa quantità è spedita nel 2009 e nel 2008; tre anni fa si è toccato quota 2 milioni. Ai tedeschi la situazione fa comodo. I loro impianti di termovalorizzazione hanno una capacità superiore alle quantità di scarti che gli vengono conferiti in patria. E l’immondizia napoletana è ancora più preziosa: vista l’emergenza, crea profitti altissimi. «Appare evidente che l’esportazione dei rifiuti – denuncia Fava – è un sistema molto comodo per le istituzioni italiane preposte ai controlli e per le amministrazioni che evitano di prendersi responsabilità in materia di ubicazione e controllo di impianti sui propri territori. Un quadro desolante che impone alla politica una seria riflessione riguardo una pratica teoricamente vietata dalla convenzione di Basilea ma che, al contrario, è diventata prassi normale a tutte le latitudini».

Fonte: Terranews.it

Il déjà vu del Cavaliere

di Giorgio Mottola da Acerra

CRISI. Il presidente del Consiglio Berlusconi torna ad Acerra e annuncia: «Tra tre giorni non ci sarà più nemmeno un sacchetto per le strade di Napoli». La promessa: «I termovalorizzatori? Saranno quattro».
Stavolta non è arrivato con la scopa, come fece quando venne a Napoli nel 2009 a dichiarare la fine dell’emergenza. Ma la sostanza dell’annuncio che Berlusconi ha fatto ieri ad Acerra è più o meno la stessa lo stessa. Anche stavolta farà il miracolo. «Tra tre giorni non ci sarà più nemmeno un sacchetto di immondizia per le strade della nostra amata città», ha promesso il premier. Ieri, ha incontrato, all’interno del termovalorizzatore, tutti i protagonisti dell’emergenza campana: Guido Bertolaso, nominato la settimana scorsa commissario ad acta della discarica di Terzigno, il Governatore della Regione Stefano Caldoro, i presidenti delle cinque Province e i prefetti. Il Cavaliere ha dispensato ottimismo a piene mani: l’inceneritore funziona benissimo, l’immondizia di Terzigno non puzzerà più, la seconda discarica, per ora, non si farà e i termovalorizzatori saranno pronti in meno di un anno e mezzo. Insomma, tutto risolto. Partiamo dal termovalorizzatore di Acerra.

L’impianto, in questa fase dell’emergenza, ha avuto un ruolo estremamente importante. Per un periodo, durato circa due settimane, su tre linee, ne ha funzionato una sola. E, per qualche giorno, aveva smesso di funzionare anche quella. Facile immaginare i problemi che ne sono derivati. Ieri, il presidente del Consiglio ha però assicurato: «L’inceneritore non ha nessun problema. Oggi funziona all’84 per cento del suo potenziale e per fine anno arriverà al 90». E nessuno dica che inquina: «Le emissioni sono quattro volte al di sotto dei limiti consentiti dalle leggi. Di questo impianto sono soddisfattissimo». Su Terzigno, le dichiarazioni del premier sono all’insegna dell’ecumenismo. Berlusconi ha espresso solidarietà sia alle le forze dell’ordine, «che hanno risposto con fermezza alle provocazioni dei facinorosi», sia alla gente del posto che ha manifestato. In fondo, ammette il premier, la puzza c’era davvero.

La colpa però viene scaricata su Asia, la municipalizzata del Comune di Napoli, che «a causa dei suoi problemi finanziari non ha garantito l’adeguato trattamento dei rifiuti negli Stir (gli impianti di tritovagliatura, ndr). Per cui sono stati conferiti rifiuti pieni di percolato che hanno causato i miasmi», ha spiegato Berlusconi. Ma, giura il presidente del Governo, «grazie all’intervento di Bertolaso la puzza è già diminuita del 90 per cento. Nei prossimi dieci giorni, scomparirà del tutto». Per il resto, conferma la linea tracciata in questi giorni dal capo della Protezione civile. Nella discarica Sari di Terzigno arriverà esclusivamente l’immondizia dei 18 comuni dell’area vesuviana.

«E la monnezza di Napoli?», urla non un giornalista, ma un cameraman, interrompendo il premier durante la conferenza stampa. «Il resto della provincia sverserà a Chiaiano e soprattutto qui ad Acerra, dopo essere passata negli impianti di pretrattamento», è la risposta. Nessun riferimento, quindi, al trasferimento in Calabria e nelle altre province della Campania. Berlusconi ribadisce il congelamento dell’apertura di Cava Vitiello nell’area vesuviana: «Ogni determinazione è sospesa a data da destinarsi», è la formula usata nel documento. Quindi, tutto procederà secondo il piano stabilito dal decreto di fine emergenza del 2009. Agli inceneritori, che sono l’anello mancante e cruciale, si provvederà in meno di diciotto mesi. Parola di Berlusconi. Il presidente della Regione, Caldoro, seduto a fianco al premier in conferenza stampa, scuote la testa e farfuglia a bassa voce una valutazione differente.

Ma il Cavaliere gli appoggia una mano sulla spalla e ripete: «Siamo intervenuti nelle regole della gara e abbiamo imposto la consegna entro un anno e mezzo. Saranno realizzati tre termovalorizzatori». Uno a Salerno, «è già stato individuato il sito», uno a Napoli est e l’altro con una sede ancora da trovare. Va all’attacco il leader dei Verdi per la Costituente ecologista Angelo Bonelli: «In questi anni sull’emergenza rifiuti è stata organizzata la più grande truffa della storia della Repubblica con effetti devastanti sulla vita dei cittadini campani, napoletani e di Terzigno. Oggi abbiamo solo assistito all’ennesimo show di Berlusconi». Per le soluzioni strutturali c’è tempo.

Fonte: Terranews.it

Terzigno, parla la gente

«Non siamo manovrati dalla Camorra. Anzi, gli interessi delle cosche sono all’opposto dei nostri. E’ che proprio non ce la facciamo più a vivere così e i nostri figli possono morirne». Ecco la voce di chi abita vicino alla cava
(26 ottobre 2010) Gli abitanti della località campana manifestano da giorni contro l’apertura di una nuova discarica a cava Vitiello. Temono per la salute dei loro figli, hanno paura di condizioni di vita ancora peggiori e sono pieni di rabbia per quello che, nella gestione dell’immondizia in Campania, non ha funzionato. E che a chi insinua inflitrazioni della Camorra nell’organizzazione della protesta dice: “Noi i buchi li vogliamo chiusi, loro li vogliono tenere aperti. Come possiamo essere amici dei camorristi?”

http://espresso.repubblica.it/multimedia/video/26704798

Inceneritori-killer, nuovo dossier dall’Inghilterra,pericoli inaccettabili per le popolazioni esposte

di GIANFRANCO BELLETTI

Nuove prove dalla Gran Bretagna sulla pericolosità dei termovalorizzatori per la salute umana. Il sito della Uk Health Research ha pubblicato uno studio sulla mortalità infantile nei distretti circostanti l’inceneritore di Kirklees, nella regione dello Yorkshire e Humber. Dagli esiti della ricerca, consultabile sulla mappa della zona, è emerso che nei distretti posti sottovento rispetto all’inceneritore il livello di mortalità infantile è anormalmente alto, pari al 9,6 per mille, mentre nei distretti sopravento il tasso è circa dell’uno per mille. Il termovalorizzatore di Kirklees produce energia dall’incenerimento di rifiuti solidi urbani.

“Metaforum” riporta i risultati del quarto rapporto della Società Britannica di Medicina Ecologica riguardante gli effetti sulla salute umana.
Studi su vasta scala hanno dimostrato che presso gli inceneritori di rifiuti urbani ci sono tassi più elevati di cancro negli adulti e nei bambini e anche difetti alla nascita: i risultati confermano l’ipotesi che le associazioni non siano casuali. Questa interpretazione è sostenuta da un certo numero di studi epidemiologici, che suggeriscono che la varietà di malattie prodotte dall’incenerimento possa essere molto più ampia.

Le emissioni degli inceneritori sono una fonte importante di polveri fini, di metalli tossici e di più di 200 sostanze chimiche organiche, tra le quali sostanze cancerogene, mutagene ed interferenti endocrini. Le emissioni contengono anche altri composti non identificati, la cui capacità di provocare danni è ancora ignota, come un tempo accadeva con le diossine. Dato che la natura dei rifiuti cambia continuamente, si modifica anche la natura chimica delle emissioni degli inceneritori e quindi il potenziale per produrre effetti pericolosi per la salute….
Le attuali misure di sicurezza sono progettate per evitare effetti tossici acuti nelle immediate vicinanze dell’inceneritore, ma ignorano il fatto che molti di questi inquinanti si accumulano negli organismi, possono entrare nella catena alimentare e possono causare malattie croniche nel tempo e in un’area geografica molto più ampia. I dispositivi per l’abbattimento degli inquinanti negli inceneritorimoderni, in particolare quelli per le diossine e i metalli pesanti, semplicemente trasferiscono il carico inquinante dalle emissioni in atmosfera alle ceneri leggere.
Recenti studi americani hanno mostrato che l’inquinamentoatmosferico dovuto alle polveri fini (Pm 2,5) causa aumenti nella mortalità: malattie cardiache e tumori polmonari in primis. Le cardiopatie ischemiche sono responsabili di quasi una quarto delle morti e sono fortemente correlate con il livello di polveri fini. Tra le altre patologie segnalate: asma e ostruzione polmonare cronica, autismo, dislessia, disturbi emotivi, Parkison. E’ stato dimostrato che il cancro è correlato geograficamente con impianti di trattamento di rifiuti tossici, materiale radiattivo, idrocarburi e metalli pesanti.
Il controllo degli inceneritori, sostengono i medici britannici, è stato insoddisfacente per la mancanza di rigore, per i monitoraggi poco frequenti, per il basso numero di composti misurati, per i livelli giudicati accettabili e per l’assenza di monitoraggio biologico. «Si asserisce che le moderne procedure di abbattimento degli inquinanti rendono sicure le emissioni degli inceneritori, ma questo è impossibile da stabilire». Inoltre «non è possibile stabilire in anticipo la sicurezza di nuove installazioni di inceneritori». Difficile verificare problemi nel periodo pre-natale, e gli stessi tumori possono avere un’incubazione di dieci o vent’anni.
Attualmente, aggiunge “Metaforum”, gli inceneritori contravvengono aidiritti basilari, come enunciato dalla Commissione delle Nazioni Unite per idiritti umani, in particolare al diritto alla vita nella Convenzione per iDiritti Umani Europea, ma anche nella Convenzione di Stoccolma e nella legge di protezione ambientale del 1990. Il feto, il neonato e il bambino sono quelli più a rischio per le emissioni degli inceneritori. Diritti violati e soluzioni infelici, come ad esempio l’attuale politica di collocare gliinceneritori in zone povere, dove i loro effetti sulla salute saranno massimi.

Fonte: notiziegenova.altervista.org

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