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Claudio Meloni

Mese

aprile 2010

RIFIUTI: TRAFFICO ILLEGALE IN CAMPANIA, 6 ARRESTI

(AGI) – Napoli, 26 apr. – Smaltivano rifiuti speciali in terreni privati e in una cava di Pagani, nel salernitano. In un caso i carabinieri del Noe Campania hanno trovato grossi fusti con scarti di lavorazione conciaria interrati sotto ai binari ferroviari a Napoli. Dall’alba di questa mattina i carabinieri sono impegnati in una vasta operazione che interessa le province di Salerno, Avellino, Benevento e Napoli. E’ stata smantellata un’organizzazione che gestiva il traffico di rifiuti speciali per conto di aziende per la lavorazione ortofrutticola dell’agro Nocerino-Sarnese e per ditte conciarie di Solofra, in provincia di Avellino. Sono venticinque le imprese sequestrate, mentre per sei persone e’ stata emessa una ordinanza di custodia cautelare. Quattro di queste si trovano in carcere e due agli arresti domiciliari. Per la procura di Napoli, che ha coordinato l’indagine, si tratta di un’organizzazione ben strutturata al cui vertice c’era un imprenditore del settore trasporti del salernitano. Con la sua ditta assicurava il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti a costi molto vantaggiosi per gli imprenditori che decidevano di affidarsi a lui. Provvedimenti restrittivi anche per altre sette persone indagate. Tra le aziende sequestrate anche una cartiera di Minori, in Costiera Amalfitana e numerose concerie di Solofra, in provincia di Avellino. In qualche caso, indicano le indagini, i rifiuti speciali, anche cromo esavalente, vellenoso, venivano tombati nel terreno. (AGI) Cli/Na/dib Cli/Na/dib

Traffico di rifiuti tossici in Friuli Venezia Giulia

Giurastante: «Una situazione grave tenuta nascosta dalle istituzioni»

Roberto Giurastante presidente di Greenaction Transnational non usa mezzi termini nel denunciare il sistema che ha fatto diventare Trieste la provincia più inquinata d’Italia. Un sistema di connivenze e collusioni che ha avvelenato l’intera regione. Le denunce fatte, nel silenzio dell’informazione, hanno esposto l’attivista che la scorsa settimana ha ritrovato la testa mozzata di un capretto davanti la sua abitazione. Un messaggio chiaramente mafioso.

Lo scorso 6 aprile ha subito una minaccia in puro stile mafioso. Potrebbe parlarci di questa brutta vicenda?

E’ stata una sgradita sorpresa questa. Una caso che, diciamo così, mi ha lasciato perplesso, anche per la sottovalutazione che è stata fatta di questo gesto da parte delle istituzioni. Perché dal 6 aprile, da quando è capitato il fattaccio, non si è vista una grande solidarietà proveniente dalle istituzioni. Anzi ora non c’è praticamente nessun messaggio, il che non può che lasciare perplessi perché siamo di fronte a intimidazioni mafiose. Io ritengo che debba essere compatta la reazione della società civile, e naturalmente le istituzioni sono l’architrave della società civile.

Questa non è la prima volta che lei ha subito delle minacce, ma forse questa è la minaccia più cruenta che ha ricevuto..

Non è la prima volta che ho subito minacce, e non è la prima volta che il nostro gruppo di ambientalisti viene sottoposto a queste pressioni. Anzi possiamo dire che sono aggressioni, pressioni, intimidazioni che sono continuate nel tempo e che vanno avanti da molti anni. Più noi ci rifiutiamo di cedere e continuiamo nelle nostre giuste battaglie per la tutela dei diritti civili e della legalità, e più si intensificano manifestazioni intimidatorie. Certo questa però è quella con un messaggio sicuramente più cruento. Finora ho trovato comunque minacce di morte con biglietti, mail, scritte in luoghi pubblici, ma è la prima volta che trovo questo messaggio chiaramente mafioso davanti la porta di casa mia.

Con la sua associazione ha denunciato il traffico di rifiuti che investe Trieste e in generale il Friuli Venezia Giulia. Ce ne vuole parlare?

Si, ne parlo tranquillamente perché è proprio a seguito di queste nostre azioni che veniamo attaccati e aggrediti. Si tratta di un traffico di rifiuti che non avviene solo a livello locale, ma si è sviluppato nel corso degli anni con caratteristiche internazionali. E’ un sistema che riguarda lo smaltimento illecito di rifiuti ed altre azioni illecite a danno della collettività, che vedono purtroppo un forte coinvolgimento qui a Trieste degli apparati di governo. Questa è una cosa che noi abbiamo denunciato a più riprese. Il traffico di rifiuti ha portato ad un vero disastro ambientale che è pressoché sconosciuto in Italia, perché se ne parla poco, anzi non se ne parla. Siamo gli unici che abbiamo tirato fuori queste cose, e abbiamo svolto delle inchieste in profondità.

Un traffico di rifiuti che ha trasformato la piccola provincia di Trieste, la più piccola provincia italiana per intenderci, 212 chilometri quadrati, nel territorio più inquinato a livello nazionale. Inquinamento delle aree del territorio e inquinamento anche del Golfo di Trieste con discariche a mare. Discariche di rifiuti tossico-nocivi che provenivano non solo da queste terre, ma anche dal resto d’Italia, che hanno portato a delle situazioni di una gravità estrema. Situazioni che sono state nascoste dalle amministrazioni pubbliche e quindi dalle istituzioni.

Per quale motivo?

Adesso non si sa come affrontare questa emergenza. Trieste è uno dei siti inquinati nazionali, ufficialmente riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente, ma non si vogliono cercare le responsabilità di chi ha devastato questo territorio, i responsabili dell’inquinamento. Noi ci siamo impegnati anche per questo, perché è giusto che paghino i responsabili, e non è giusto che i cittadini, che hanno dovuto pagare pesantemente sulla loro pelle questa devastazione, debbano anche accollarsi i costi delle bonifiche. Bonifiche molto difficili. Parliamo di inquinamenti che coinvolgono il Carso, chi venisse a Trieste si troverebbe difronte a delle grotte con laghi di idrocarburi. Si troverebbe difronte a delle discariche come quelle della Valle delle Noghere, due chilometri di discarica con cinque metri di spessore. Sopra queste aree sono state realizzate strutture con insediamenti industriali, attività produttive. Sono delle situazioni che bisogna vedere, perché altrimenti è difficile immaginarle, però drammatiche e nascoste.

Quale interesse possono avere le amministrazioni locali a nascondere queste situazioni?

E’ molto semplice, e questo noi l’abbiamo anche messo in evidenza portando, naturalmente, documentazioni e prove. Dietro questo sistema c’era una larga intesa istituzionale. Le discariche sono state realizzate in accordo fra tutte le amministrazioni pubbliche, locali e nazionali. Venivano autorizzate discariche a mare, discariche nelle aree balneari, discariche dove venivano buttate, ad esempio, le pericolosissime ceneri degli inceneritori, e tutto questo in zone frequentate da bagnanti, lungo la costiera Barcolana, la costiera turistica principale di Trieste. Considerate che stiamo parlando solo delle discariche a mare. Zone di mare di oltre 20 chilometri di discarica fino al confine con la Slovenia. E’ una situazione drammatica, con le amministrazioni pubbliche che autorizzavano queste discariche, con i rappresentanti del governo che le autorizzavano. La Prefettura, la Regione Friuli Venezia Giulia, i ministeri erano a conoscenza della realizzazione di queste discariche.

Quindi lei sta parlando di discariche illegali rese legali da autorizzazioni amministrative?

Discariche illegali ma regolarmente autorizzate dallo Stato. Cosa possiamo dire, un’ecomafia di Stato. Questa è la situazione triestina che è un po’ diversa da quella di altre zone d’Italia, dove pure ci si trova difronte a situazioni estremamente critiche. Per spiegarmi ancora meglio, i rifiuti tossico – nocivi, parliamo di rifiuti che comprendono anche scorie radioattive, venivano trasportati sotto scorta dalle forze dell’ordine, quindi Guardia di Finanza, Polizia o Carabinieri, e scaricati nell’ambiente. Qui non c’era la camorra dietro, c’erano direttamente le forze dell’ordine che si occupavano della gestione e quindi dello smaltimento di questi rifiuti. Altrimenti non si sarebbe potuto inquinare, ad esempio il Carso in quella maniera. Non è che puoi prendere e trasportare fanghi industriali, liquami o idrocarburi come è capitato, e scaricarli direttamente nelle grotte. Anzi, creando addirittura nelle imboccature delle grotte il bocchettone su cui agganciare la manica di discarica della cisterna. Tutto autorizzato regolarmente dal Comune di Trieste, dalla Provincia di Trieste, dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Questo è il dramma per cui non si deve semplicemente scavare in questa porcheria, perché vengono fuori i nomi dei responsabili che portano alle istituzioni.

In seguito alle vostre denunce come si è comportata la magistratura?

Purtroppo ci sono stati degli interventi che non hanno portato risultati. Tutte le nostre denunce non hanno avuto seguito in quanto la maggior parte dei reati sono stati ritenuti prescritti. Stiamo parlando di una realtà che è un disastro ambientale, ma la magistratura non ha mai perseguito questo reato, il disastro ambientale, che non va in prescrizione. Si è semplicemente considerato che ogni singola discarica veniva trattata come cosa a sé stante, che non faceva parte di un sistema più ampio che collegava tute le discariche realizzate. Parliamo di un traffico di milioni e milioni di sostanze inquinanti. L’Autorità giudiziaria ha ritenuto che il reato ci stava nel momento in cui non veniva più scaricato il materiale inquinante, e alcune di queste discariche non sono più in funzione dalla metà degli anni ’80 o dagli inizi degli anni ’90, quindi il reato è prescritto al massimo dopo sette anni e mezzo. Questa è l’interpretazione che qui è stata data dall’Autorità giudiziaria di questo massiccio inquinamento. Quindi non c’era la possibilità per i magistrati di individuare nessun responsabile, perché i reati non erano più perseguibili.

Noi abbiamo sempre chiesto che venisse perseguito il reato di disastro ambientale, a quel punto si sarebbero potute portare avanti le indagini senza prescrizioni e sarebbe venuta a galla la verità. Peraltro la stessa Autorità giudiziaria negli anni più bui di questo massiccio inquinamento era informata di quanto stava avvenendo. Potete anche immaginarlo, non è che si realizzano enormi discariche costiere, scaricando ogni giorno centinaia di tonnellate di rifiuti, senza che nulla di tutto questo venga visto dalle forze dell’ordine o dall’autorità giudiziaria. Avveniva tutto alla luce del sole. Tutti vedevano, tutti sapevano, ma nessuno faceva nulla per bloccarlo.

La politica era “coinvolta” in questi traffici legalizzandoli, la magistratura non è stata in grado di intervenire, e l’informazione?

E’ stata debolissima. Su alcune di queste discariche non c’è stata nessuna informazione, tanto che venivano considerate addirittura discariche normali dove anche i cittadini potevano andare a portare i loro rifiuti. Non c’è stata una reale opposizione che poteva sorgere in base ad una corretta informazione. Quei pochi che già all’epoca avevano sollevato il problema, soprattutto delle discariche realizzate a mare e nelle zone balneabili, non hanno potuto fare niente e anzi hanno subito delle ritorsioni per essere intervenuti a tutela della collettività. All’informazione è stato messo il bavaglio, ma non è che la cosa sia poi migliorata nel corso degli anni. Ancora oggi ci troviamo con una informazione decisamente limitata su quello che è accaduto. Il passato è meglio non tirarlo fuori perché altrimenti emergono tutte le porcherie che sono state nascoste. Anche quello che si sta verificando adesso, perché il sistema dello smaltimento illecito dei rifiuti è continuato negli anni. L’ultima delle grandi discariche da noi denunciata risale al 2000, e anche in questo caso ci siamo trovati a vedere, da parte dei media locali, una diffusione di notizie addirittura contrarie alla verità. Per cui alla fine chi ha realizzato quella discarica, per semplificare, è stato quasi definito un eroe. Quelli che hanno denunciato questa discarica, cioè noi, sono stati quasi criminalizzati.

C’è qualcosa quindi che ovviamente non funziona. Abbiamo ottenuto risultati combattendo questo sistema di illegalità istituzionalizzata solo rivolgendoci alle istituzioni comunitarie. Denunce alla Commissione Europea che hanno portato a numerosi provvedimenti di infrazione, dall’inquinamento del Golfo di Trieste all’inquinamento della Valle delle Noghere, discariche costiere, terrapieno di Barcola, discariche nella Muggia. Abbiamo, insomma, ottenuto dei risultati solo però rivolgendoci alle istituzioni comunitarie. Forse per questo si spiega la reazione nei miei confronti, abbiamo rotto questo muro di omertà portando dei risultati che ovviamente sono negativi per il sistema responsabile di questo disastro ambientale.

http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=10825

Acque Chiare – Regi Lagni I depuratori che inquinano

Diversi reati notificati a imprenditori operanti nella gestione degli impianti di depurazione

Disastro ambientale, avvelenamento delle acque, truffa aggravata,danneggiamento di acque ed edifici pubblici, gestione illecita dei rifiuti, immissione di rifiuti in acque superficiali ed abbandono sul suolo. Sono i reati dei provvedimenti notificati ai 26 indagati emesse dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e della Procura di Nola nei confronti di imprenditori operanti nella gestione dei grandi impianti di depurazione di Villa Literno, Marcianise, Orta di Atella e Marigliano. L’intera rete di depurazione ben lungi dal fornire il contributo di bonifica delle acque diventava funzionale al peggioramento dello stesso. In generale scorie di altoforni, carcasse di animali e veicoli, balle di tessuti, solventi e scarti industriali confluivano direttamente nei Regi Lagni e di li’ nel mare del litorale tirrenico , tra la foce del fiume Volturno e Lago di Patria.
http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=10796

A Parma il popolo del No “Senza inceneritore è meglio”

Gente da ogni parte d’Italia. Gli organizzatori: “Siamo 10 mila. Un’alternativa c’è”

Alla fine ci si scannerà sui numeri della manifestazione “No all’inceneritore”. Gli organizzatori lo hanno presagito, tanto è vero che dal palco montato provvidenzialmente sotto i portici della Pilotta hanno sparato, imitando il premier Berlusconi a Roma, cifre a sei zeri – «siamo un milione» – tra le risate generali. Umore, comunque, per nulla avvilito dalla pioggia che impietosamente ha bagnato il corteo dall’inizio alla fine. «Piove, piove può anche nevicare, ma l’inceneritore non si deve fare». Sono i versi di una nenia diventata “canzone regina”, come dicevano in Rai qualche decennio fa, sotto l’azione del clima astioso. «Siamo in tanti, siamo 10 mila», gridava da un megafono neppure quaranta minuti prima un tizio che il corteo se l’è scalato dalla testa alla coda e viceversa un numero talmente considerevole di volte che sembrava di avercelo sempre accanto. Felici di essersi trovati, come un popolo alla diaspora, quelli che l’inceneritore proprio non lo vogliono hanno dimostrato, non solo di essere un buon numero, ma di essere capaci di coordinarsi tra loro. I manifestanti giunti a Parma da tante regioni d’Italia per protestare contro gli inceneritori costruiti o in costruzione in Liguria, Veneto, Lombardia, Puglia, Campania, Piemonte, non erano 10 mila, ma almeno 4-5 mila. Preceduto dai bambini e da alcuni figuranti travestiti con costumi ricavati da cartoni, sacchi di plastica, bottiglie e lattine, il corteo ha attraversato Parma prendendo il via dall’istituto Giordani, facendosi largo tra le code di auto in viale Tanara e poi in viale Fratti, suscitando stupore tra gli abitanti e il passeggio di via Garibaldi, fino ad arrivare in piazza della Pace. “Nella valle più inquinata d’Europa, la valle Padana, nella capitale della Food Valley, Parma, vogliono costruire una grande inceneritore, che brucerà 130.000 tonnellate di rifiuti all’anno. Noi siamo qui oggi per dire no a questo progetto e a tutti gli inceneritori, perché un’alternativa c’è”. E’ questo il messaggio che parte dall’iniziativa, organizzata dal coordinamento delle associazioni parmigiane (le coordina Gestione corretta dei rifiuti) che si battono per evitare la costruzione dell’impianto di Ugozzolo, a poca distanza dallo stabilimento Barilla. Tanti i manifestanti giunti a Parma da tante regioni d’Italia per protestare contro gli inceneritori costruiti o in costruzione in Liguria, Veneto, Lombardia, Puglia, Campania, Piemonte. Tra questi anche il professor Paul Connett (Consulente Onu per la gestione dei rifiuti) che ha ribadito che “Parma è l’ultimo posto al mondo dove costruire un inceneritore”. Un concetto condiviso anche da Patrizia Gentilini di Isde Italia (Medici per l’Ambiente) che ha contestato duramente la politica di smaltimento avviata nel nostro Paese. «I medici devono essere in prima fila in questa battaglia per la salute», ha detto prima di presentare alcuni colleghi che hanno già aderito. Ma come vincere, per l’appunto, questa battaglia? “La lotta per una gestione corretta dei rifiuti, o meglio delle risorse, è una lotta per dare un futuro alle nuove generazioni. L’incenerimento dei rifiuti produce danni alla salute, con emissioni di diossine, metalli pesanti, furani ed altre 200 sostanze tossiche. Solo chi ha interessi economici nella costruzione di questi impianti ormai sostiene la loro poca dannosità. Inoltre gli inceneritori, inquinano le acque, producono ceneri tossiche, deturpano il territorio”, si legge nel volantino distribuito dai coordinatori parmigiani. Quindi? “Bisogna credere nella raccolta differenziata, nel riciclo e nel riuso – ci spiega Aldo Caffagnini portavoce del coordinamento -, in altre parti d’Italia lo fanno e ci aspettiamo che, sotto la spinta del movimento, anche i nostri amministratori decidano per un’alternativa che c’è. Ribadiamo, c’è è va percorsa». Passa una bambina, poi i genitori che le sorridono. La piccola ha un cartello su cui è scritto: Dio ricicla, il diavolo brucia. «Noi siamo per i concetti semplici», sghignazza una manifestante.
http://www.polisquotidiano.it

Inceneritori : il popolo del no

Che l’accumularsi dei rifiuti sia un problema è fuor di dubbio. La perplessità è in come quel problema viene affrontato: un falò e tutto scompare dalla vista. Se, poi, da quel falò ricaviamo energia, siamo al trionfo. Sarebbe tutto bello se fosse vero ma, ahimè, di vero c’è solo l’illusione propria del gioco di prestigio. Tralasciando il bilancio energetico fallimentare, dove è chiaro come, facendo i conti per davvero, risulti che il recupero di quanto si brucia è di gran lunga più conveniente dal punto di vista dell’energia e dell’economia, cosa dimostrata ampiamente dalle esperienze condotte a livello planetario (per esempio a San Francisco), l’inghippo maggiore sta in ciò che l’incenerimento produce nell’ambiente, un ambiente da cui noi non possiamo evadere. Il Principio di Conservazione della Massa, una legge universale su cui non si discute, prevede che nulla della materia che si brucia possa essere distrutto. Così, se io do fuoco a una tonnellata di rifi uti e a questa, come avviene per motivi puramente tecnici, aggiungo un’altra tonnellata di sostanze (acqua, calce, bicarbonato, ammoniaca, carbone, metano, ecc.), chi ha progettato l’universo pretende che mi escano due tonnellate di qualcosa. Purtroppo, come i tossicologi sanno, quasi sempre da una combustione escono sostanze più tossiche di ciò che è entrato. Dunque, ecco il gioco di prestigio: io il rifi uto non lo vedo più, ma questo resta presente nell’ambiente, in aggiunta reso più velenoso e raddoppiato in massa. I fi ltri che si usano per fermare almeno le polveri (le micro- e nanoparticelle) valgono solo per una frazione molto modesta, quella chiamata primaria fi ltrabile, e di questa bloccano solo la parte meno fi ne che è anche quella meno aggressiva per la salute. Le altre polveri, cioè le primarie condensabili e le secondarie – con queste ultime che si formano a distanza di giorni e di chilometri dalla fonte e che trasportano veleni come le diossine, anche quelle non generate dall’inceneritore – non sono minimamente toccate dai fi ltri. Ciò che viene immesso nell’ambiente è una quantità enorme di particelle inorganiche fi ni ed ultrafi ni di cui sono ormai indiscusse a livello scientifi co l’aggressività per l’ambiente e la capacità d’innescare le cosiddette nanopatologie, malattie, cioè, che vanno da quelle cardiovascolari a varie forme di cancro, da quelle a carico dell’apparato endocrino a quelle neurologiche, dagli aborti alle malformazioni fetali. Uno dei tanti problemi che gravano su queste polveri è la loro “eternità”, cioè l’impossibilità sia per la Natura sia per la tecnologia di degradarle a qualcosa di compatibile con l’ambiente e, dunque, il fatto che, quando le produciamo, andiamo ad accumularle con quelle già prodotte e le lasciamo in eredità perenne alle generazioni future. A quelle polveri, di composizione quanto mai variabile ed imprevedibile perché variabili ed imprevedibili sono le reazioni che avvengono nell’inceneritore, stante la variabilità ed imprevedibilità dei reagenti (i rifi uti), vanno ad aggiungersi migliaia di composti organici, moltissimi dei quali tossici, che nessuno controlla e che, pertanto, nascono già come desaparecidos. Dal punto di vista medico, l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato una diapositiva, ormai notissima, in cui si vede come gli studi epidemiologici nazionali – peraltro fondati sulle malattie tumorali e trascurando le altre che pure sono prevalenti – dimostrino un aumento d’incidenza nei dintorni degl’inceneritori (impianti classifi cati insalubri di classe 1, la peggiore), e la letteratura mondiale è ricchissima di conferme. Ma considerazioni sul come l’incenerimento sia l’unico sistema di trattamento dei rifi uti senza alcuna base scientifi ca e rappresentino un fallimento politico ce ne sarebbero a iosa, e personalmente non posso che essere d’accordo con Paul Connett: dove c’è un inceneritore c’è ignoranza o corruzione.

estratto da PolisQuotidiano.it

Campania, disastro ai Regi lagni

Rifiuti non trattati venivano sversati nella rete di canali costruita dai Borbone per il deflusso delle acque piovane, e da lì finivano in mare. Ventisei ordinanze di custodia cautelare, ventinove misure reali e numerosi indagati

Un disastro ambientale epocale, al quale difficilmente si riuscirà a porre rimedio in meno di tre generazioni. Questo, secondo l’accusa, hanno provocato le società Hydrogest Campania e il consorzio di imprese Dondi/I.B.C./Impec, che gestiscono quattro depuratori nelle province di Napoli e Caserta, e alcuni allevatori di bufale.

Rifiuti non trattati venivano sversati nei regi lagni, la rete di canali costruita dai Borbone per il deflusso delle acque piovane, e da lì finivano in mare. Ventisei ordinanze di custodia cautelare e ventinove misure reali sono state eseguite dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta delle Procure di Santa Maria Capua Vetere e Nola. Agli arresti domiciliari sono finiti gli allevatori, mentre misure interdittive sono state emesse nei confronti di Gaetano De Bari, amministratore delegato della Hydrogest, Domenico Giustino, presidente del consiglio di amministrazione della stessa società, Luigi Piscopo, capo impianto del depuratore di Orta di Atella, e Mauro Pasquariello, capo impianto del depuratore di Foce Regi Lagni. Numerosi gli indagati, tra cui dirigenti della Regione Campania e docenti universitari che fanno parte della commissione regionale di esperti gestione impianti di depurazione.

Dai controlli compiuti da Arpac ed Enea è emerso che nei regi lagni e nel terreno finiscono gli escrementi di migliaia di bufale; in questo modo non solo è stato inquinato il mare, ma anche le falde acquifere. Altre terribili sostanze inquinanti provengono dai quattro depuratori non funzionanti: secondo l’accusa, le società che li gestivano evitavano di fare la manutenzione e di smaltire i fanghi in discarica per guadagnare di più. In mare, dunque, finiscono rifiuti industriali e urbani non trattati, autentici concentrati di veleni. stato inoltre accertato che tre Comuni della provincia di Caserta (Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa e Casapesenna) sversano direttamente nei regi lagni le acque nere, nonostante i cittadini paghino comunque le tasse per la depurazione. Gli indagati sono stati definiti “ladri di futuro” dal procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Corrado Lembo.

Impressionante l’elenco di reati contestati: disastro ambientale, avvelenamento di acque, truffa aggravata, danneggiamento di acque ed edifici pubblici, gestione illecita di rifiuti, immissione di rifiuti in acque superficiali ed abbandono su suolo, interruzione di pubblico servizio, distruzione e deturpamento, scempio paesaggistico ambientale, omissione di atti d’ufficio, falsità in atti commessa anche da pubblici ufficiali. “Il dato più allarmante – ha commentato il procuratore generale, Vincenzo Galgano – è l’indifferenza generalizzata per la salute e per il futuro. Non è un problema solo giudiziario: queste persone hanno tolto vivibilità e salute non solo ai figli, ma anche alle generazioni future, eppure di questi argomenti non si parla quanto sarebbe necessario. Ora vigileremo affinché la Regione faccia le bonifiche”. (Ansa)

Inceneritori, in sicilia i primi indagati

Associazione mafiosa e illeciti negli appalti: sono le ipotesi di reato su cui la procura di Palermo indaga. Sentito l’assessore regionale Pier Camillo Russo, autore di un dossier-denuncia

Associazione mafiosa e illeciti nella gestione degli appalti: sono le ipotesi di reato su cui la procura di Palermo indaga in relazione all’affare termovalorizzatori in Sicilia. Uun business stimato in oltre 4 miliardi di euro. I pm Nino Di Matteo e Sergio De Montis, titolari dell’inchiesta, hanno già iscritto i primi nomi nel registro degli indagati e hanno cominciato l’attività istruttoria. Per due volte è stato sentito dai magistrati l’assessore regionale all’Energia Pier Camillo Russo, autore del dossier-denuncia sugli appalti per la realizzazione degli impianti.

Il documento è stato anche citato dal governatore Raffaele Lombardo durante l’intervento all’Ars seguito alla notizia della inchiesta a suo carico per concorso in associazione mafiosa, aperta dalla Procura di Catania. Russo, nel corso del secondo interrogatorio, ha anche consegnato una serie di documenti ai pm. Il primo bando per l’aggiudicazione dei lavori, gestito dalla Regione attraverso l’Arra, un’agenzia regionale, è del 2002. Della vicenda si occuparono l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, allora in carica, in qualità di commissario straordinario dell’emergenza rifiuti, e il suo vice Felice Crosta. Ad aggiudicarsi l’appalto furono quattro raggruppamenti di imprese: tre dei quali capeggiati dal gruppo Falk e uno da Waste Italia. La gara fu però annullata dalla Corte di Giustizia Europea che contestò il mancato rispetto della procedura di evidenza pubblica imposta dalla direttive europee.
Le due successive gare bandite dalla Regione l’anno scorso sono andate deserte. Diversi i profili che la Procura sta cercando di chiarire. Dalla procedura di aggiudicazione, fatta, appunto senza la dovuta pubblicizzazione, alla costituzione delle Ati – istituite alla presenza dello stesso notaio – e alla partecipazione alla gara di un’impresa, la Altecoen, priva di certificazione antimafia. La ditta venne estromessa, ma la gara proseguì. Infine i pm vogliono approfondire i criteri scelti per l’individuazione dei siti sui quali dovevano sorgere i termovalorizzatori: Palermo, Casteltermini, Augusta e Paternò. Aree individuate a posteriori, secondo gli inquirenti, dalla stesse ditte che avevano presentato le offerte. (Ansa)

Intervista a Francesco Barbieri, portavoce del Coordimento Gestione Corretta dei Rifiut

Intervista a Francesco Barbieri, portavoce del Coordimento Gestione Corretta dei Rifiuti: “L’incenerimento è un vero scandalo sanitario”. La manifestazione nazionale del 17 aprile a Parma.
11/04/2010

ParmaDaily intervista Franceco Barbieri, portavoce del Coordinamento Gestione Corretta Rifiuti, impegnato in prima fila per contrastare la realizzazione dell’inceneritore di Parma.

Puoi presentarci l’iniziativa del 17 aprile contro gli inceneritore che vede il Comitato Gestione Corretta Rifiuti così mobilitato?
Il 17 Aprile si terrà a Parma la prima manifestazione nazionale contro tutti gli inceneritori, per legge (art. 216 RD 1265/34 DM 5.9/1994 ) annoverati tra le industrie insalubri di classe I ( le più pericolose!).
Un NO perentorio per dire SI’ alla salute, SI’ rifiuti zero, SI’ Decrescita Felice.
Non solo per fermare questo stramaledetto impianto a Parma, bensì per andare a spegnere tutti gli altri forni in Italia.
Venerdì 16 aprile alle ore 21, presso la Sala Aurea della Camera di Commercio, presenteremo alla cittadinanza e alle Autorità l’alternativa all’incenerimento. Relazioneranno Paul Connett, Carla Poli, Medici ISDE, Joan Marc Simon, Enzo Favoino, Rossano Ercolini.

Provincia e Comune di Parma appaiono compatti nella volontà di procedere nella realizzazione dell’inceneritore. E’ realisticamente ancora possibile bloccarlo l’inceneritore… mi risulta che il cantiere per la sua costruzione in zona Spip sia già stato aperto?
Emblematiche le parole del Sindaco Pietro Vignali, massima autorita’ sanitaria di questa comunità: “Una politica che di fronte a questa svolta epocale non si assuma la responsabilità di scelte forti, criticabili ma necessarie, e di rimettere eventualmente in discussione decisioni prese in momenti completamente diversi, sarebbe una politica ora più che mai dannosa, soprattutto per il futuro delle prossime generazioni”.
Ogni commento e’ superfluo. I Comuni Virtuosi, dalla California alle Filippine, chiamano Parma.

Ma come fai ad essere così sicuro che gli inceneritori facciano male quando tanti qualificati tecnici sostengono il contrario?
Un professore che in televisione, davanti a milioni di spettatori, sostiene (senza contraddittorio!): “rischio zero”, mentre pochi giorni dopo, dinanzi ad una manciata di ragazzi e lontano dalle telecamere che contano, si smentisce ammettendo di non essere un esperto di inceneritori, puo’ essere considerato un tecnico qualificato?
Professori che alterano studi scientifici onde fornire informazioni erroneamente rassicuranti, possono essere considerati tecnici qualificati?
Istituzioni che occultano i danni inflitti alla popolazione possono essere ritenute credibili?
Medici scevri da conflitti di interessi, supportati da centinaia di studi, concordano all’unanimità nel considerare l’incenerimento di rifiuti un vero scandalo sanitario.

Siete contro gli inceneritori e contro le discariche… la raccolta differenziata anche se spinta al massimo comunque non è in grado di differenziare il 100% dei rifiuti. Il resto dove lo mettiamo?
Certamente non possiamo metterlo in atmosfera! La materia non si distrugge, si trasforma. Occorre uscire immediatamente da questo medioevo culturale.
Smaltire non significa far sparire! Stiamo disperdendo in atmosfera centinaia di migliaia di tonnellate di materia sotto forma di gas e polveri fini e ultra-fini che inesorabilmente respiriamo (quando sospese in aria), mangiamo (quando depositate al suolo), beviamo (quando dilavate in falda). I bambini stanno pagando un conto salatissimo.
Serve un repentino cambio di paradigma. Il resto che loro vogliono bruciare, a Vedelago (e in molti altri Comuni) riprende nuova vita. Il resto che non si può compostare, riciclare, riusare, disaccoppiare… non si deve più produrre !
Possiamo trasformare i nostri cicli produttivi domattina. In tempo di guerra convertimmo l’industria civile in bellica dall’ oggi al domani. Di fronte a questa svolta epocale non possiamo replicare un cambiamento altrettanto determinato?

Secondo te i parmigiani sono interessati al tema inceneritore o sono piuttosto indifferenti all’argomento?
I parmigiani vivono con grande partecipazione questi temi. Le ultime manifestazioni ne sono la dimostrazione. Non potrebbe essere diversamente; proponiamo un sistema che genera posti di lavoro, che tutela la salute di creato e creature, che fa risparmiare denaro alle casse comunali e alle tasche dei cittadini, che promuove corretti stili di vita…
In questi ultimi decenni abbiamo avvelenato severamente acqua, terra e aria. Le generazioni future subiranno gli effetti delle azioni che compiamo oggi. Possiamo continuare a perseguire la strategia della tragedia oppure possiamo progettare e mettere in atto una strategia del cambiamento. I parmigiani vogliono cambiare.

Che appello ti senti di rivolgere a Vignali e Bernazzoli?
Servono delibere che tutelino la componente più fragile della comunità: i bambini. Quella nuvola nera, ad esempio, che fuoriesce dai tubi di scappamento e che fa l’ aerosol ai nostri bimbi, e’ segno che abbiamo sbagliato qualcosa.
Errare e’ umano. Riconoscere un errore umilmente e cambiare strada e’ da persone speciali. Vignali e Bernazzoli hanno le qualità per segnare la Storia. La nostra comunità idem. Osiamo?

Andrea Marsiletti

Fonte: Parma Daily

Diffida al Presidente Regione Toscana e ai Sindaci per inceneritore Montale

COMUNICATO STAMPA- ATTO DI DIFFIDA AI SINDACI E AL PRESIDENTE DELLA REGIONE
TOSCANA PER L’INCENERITORE DI MONTALE

AGLIANA 10 APRILE 2010

Il Coordinamento dei Comitati della Piana
Il Forum Ambientalista
Il Comitato per la Chiusura dell’Inceneritore di Montale
Il Comitato Cittadini Uniti Montemurlesi

in data odierna hanno tenuto una CONFERENZA STAMPA
AD AGLIANA PRESSO IL BAR NAZIONALE

per comunicare che in questi giorni hanno notificato al Presidente della
Giunta Regionale Toscana, ai Sindaci dei comuni di Montale, Agliana,
Quarrata, Pistoia, Montemurlo e Prato nonché al Presidente della Provincia
di Pistoia, FORMALE ATTO DI DIFFIDA AFFINCHE’ EMETTANO ORDINANZE DI DIVIETO
DI CONSUMO E COMMERCIALIZZAZIONE di prodotti alimentari di origine animale e
vegetale, coltivati e allevati nelle aree di ricaduta degli inquinanti che
fuoriescono dall’inceneritore di Montale, tenuto conto che lo stesso
Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e Toscana di Roma che ha
analizzato i campioni animali dell’area posta nella provincia di
Pistoia –zona rossa, ha rilevato “ una pressoché totale presenza” nei
campioni di origine animale, di diossina e di PCB diossina simili anche
assai superiori di legge previsto in 4 pg/g TE, come pure per campionamenti
posti nell’area della provincia di Prato, nei comuni di Montemurlo e di
Prato.

Il Forum Ambientalista ed i Comitati denunciano che le Ordinanze non sono
state emesse neppure all’indomani dei risulati delle autoanalisi sul latte
materno fatte per iniziativa del Comitato contro l’Inceneritore di Montale e
grazie alla disponibilità e al coraggio di due madri di Montale e Agliana
residenti in area di ricaduta che avevano volontariamente accettato di
sottoporre ad analisi il proprio latte a circa due settimane dal parto.
L’indagine, eseguita presso il Consorzio Interuniversitario Nazionale “la
chimica per l’ambiente” di Porto Marghera , ha evidenziato una consistente
presenza di diossine e PCB, superiore anche ai limiti normativi previsti
per il latte vaccino che è pari a 6 pg/g TE.
In particolare l’analisi del latte materno ha messo in evidenza che il
profilo di dodici molecole diossino-simili appartenenti ai PCB è del tutto
sovrapponibile al profilo dei PCB emessi dall’impianto (analisi al camino
effettuati in autocontrollo e dall’ARPAT negli ultimi anni) e al profilo dei
PCB riscontrati nella carne di pollo, tanto da far ritenere ragionevolmente
certa l’origine della contaminazione ambientale nell’impianto di
incenerimento dei rifiuti di Montale.
Tutti questi dati convergono nel far ritenere la sussistenza di una
situazione ambientale e sanitaria di rischio concreto per la salute delle
popolazioni della zona, e mentre i cittadini ignari continuano a consumare e
commerciare i prodotti alimentari, le amministrazioni locali né informano né
tutelano con ordinanze di divieto di consumo e commercializzazione dei
prodotti contaminati.

Noi riteniamo che tali provvedimenti non siano più rinviabili anche in
considerazione dell’aggravamento della situazione ambientale e sanitaria
dell’area in dipendenza dell’accumulo progressivo al suolo e nelle matrici
alimentari di inquinanti persistenti , quali le diossine e i
policlorobifenili, per causa delle continuative immissioni nell’ambiente ,
accumulatesi negli anni in quantitativi elevati, nonché quotidianamente
determinate dalle emissioni dell’ impianto di incenerimento, attualmente in
funzione e che ,come ogni impianto del genere, è riconosciuto sicura fonte
di produzione delle dette sostanze.
Abbiamo indirizzato la diffida al Presidente della Giunta regionale e ai
Sindaci, che in qualità autorità sanitarie locali, a sensi dei poteri ad
essi conferiti dall’art.32 L.833/78 anche agli effetti dell’ articolo 328
c.p, provvedano al compimento senza ritardo di atti del proprio ufficio per
ragioni di igiene e sanità,
Il Forum Ambientalista il Coordinamento dei Comitati e i Comitati dei
cittadini firmatari informano che, qualora entro i prossimi giorni, non
dovesse essere dato seguito a quanto richiesto verranno interessate le
Procure di Firenze, Prato e Pistoia per quanto di loro rispettiva competenza
affinché valutino la sussistenza a carico dei diffidati del reato di
“Rifiuto in atti di ufficio”.
Viene richiesto inoltre che le amministrazioni si facciano carico di
indennizzare e risarcire i produttori agricoli della zona per i danni
subiti.

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