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Claudio Meloni

Mese

aprile 2010

RIFIUTI: TRAFFICO ILLEGALE IN CAMPANIA, 6 ARRESTI

(AGI) – Napoli, 26 apr. – Smaltivano rifiuti speciali in terreni privati e in una cava di Pagani, nel salernitano. In un caso i carabinieri del Noe Campania hanno trovato grossi fusti con scarti di lavorazione conciaria interrati sotto ai binari ferroviari a Napoli. Dall’alba di questa mattina i carabinieri sono impegnati in una vasta operazione che interessa le province di Salerno, Avellino, Benevento e Napoli. E’ stata smantellata un’organizzazione che gestiva il traffico di rifiuti speciali per conto di aziende per la lavorazione ortofrutticola dell’agro Nocerino-Sarnese e per ditte conciarie di Solofra, in provincia di Avellino. Sono venticinque le imprese sequestrate, mentre per sei persone e’ stata emessa una ordinanza di custodia cautelare. Quattro di queste si trovano in carcere e due agli arresti domiciliari. Per la procura di Napoli, che ha coordinato l’indagine, si tratta di un’organizzazione ben strutturata al cui vertice c’era un imprenditore del settore trasporti del salernitano. Con la sua ditta assicurava il trasporto e lo smaltimento dei rifiuti a costi molto vantaggiosi per gli imprenditori che decidevano di affidarsi a lui. Provvedimenti restrittivi anche per altre sette persone indagate. Tra le aziende sequestrate anche una cartiera di Minori, in Costiera Amalfitana e numerose concerie di Solofra, in provincia di Avellino. In qualche caso, indicano le indagini, i rifiuti speciali, anche cromo esavalente, vellenoso, venivano tombati nel terreno. (AGI) Cli/Na/dib Cli/Na/dib

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Acque Chiare – Regi Lagni I depuratori che inquinano

Diversi reati notificati a imprenditori operanti nella gestione degli impianti di depurazione

Disastro ambientale, avvelenamento delle acque, truffa aggravata,danneggiamento di acque ed edifici pubblici, gestione illecita dei rifiuti, immissione di rifiuti in acque superficiali ed abbandono sul suolo. Sono i reati dei provvedimenti notificati ai 26 indagati emesse dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere e della Procura di Nola nei confronti di imprenditori operanti nella gestione dei grandi impianti di depurazione di Villa Literno, Marcianise, Orta di Atella e Marigliano. L’intera rete di depurazione ben lungi dal fornire il contributo di bonifica delle acque diventava funzionale al peggioramento dello stesso. In generale scorie di altoforni, carcasse di animali e veicoli, balle di tessuti, solventi e scarti industriali confluivano direttamente nei Regi Lagni e di li’ nel mare del litorale tirrenico , tra la foce del fiume Volturno e Lago di Patria.
http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=10796

A Parma il popolo del No “Senza inceneritore è meglio”

Gente da ogni parte d’Italia. Gli organizzatori: “Siamo 10 mila. Un’alternativa c’è”

Alla fine ci si scannerà sui numeri della manifestazione “No all’inceneritore”. Gli organizzatori lo hanno presagito, tanto è vero che dal palco montato provvidenzialmente sotto i portici della Pilotta hanno sparato, imitando il premier Berlusconi a Roma, cifre a sei zeri – «siamo un milione» – tra le risate generali. Umore, comunque, per nulla avvilito dalla pioggia che impietosamente ha bagnato il corteo dall’inizio alla fine. «Piove, piove può anche nevicare, ma l’inceneritore non si deve fare». Sono i versi di una nenia diventata “canzone regina”, come dicevano in Rai qualche decennio fa, sotto l’azione del clima astioso. «Siamo in tanti, siamo 10 mila», gridava da un megafono neppure quaranta minuti prima un tizio che il corteo se l’è scalato dalla testa alla coda e viceversa un numero talmente considerevole di volte che sembrava di avercelo sempre accanto. Felici di essersi trovati, come un popolo alla diaspora, quelli che l’inceneritore proprio non lo vogliono hanno dimostrato, non solo di essere un buon numero, ma di essere capaci di coordinarsi tra loro. I manifestanti giunti a Parma da tante regioni d’Italia per protestare contro gli inceneritori costruiti o in costruzione in Liguria, Veneto, Lombardia, Puglia, Campania, Piemonte, non erano 10 mila, ma almeno 4-5 mila. Preceduto dai bambini e da alcuni figuranti travestiti con costumi ricavati da cartoni, sacchi di plastica, bottiglie e lattine, il corteo ha attraversato Parma prendendo il via dall’istituto Giordani, facendosi largo tra le code di auto in viale Tanara e poi in viale Fratti, suscitando stupore tra gli abitanti e il passeggio di via Garibaldi, fino ad arrivare in piazza della Pace. “Nella valle più inquinata d’Europa, la valle Padana, nella capitale della Food Valley, Parma, vogliono costruire una grande inceneritore, che brucerà 130.000 tonnellate di rifiuti all’anno. Noi siamo qui oggi per dire no a questo progetto e a tutti gli inceneritori, perché un’alternativa c’è”. E’ questo il messaggio che parte dall’iniziativa, organizzata dal coordinamento delle associazioni parmigiane (le coordina Gestione corretta dei rifiuti) che si battono per evitare la costruzione dell’impianto di Ugozzolo, a poca distanza dallo stabilimento Barilla. Tanti i manifestanti giunti a Parma da tante regioni d’Italia per protestare contro gli inceneritori costruiti o in costruzione in Liguria, Veneto, Lombardia, Puglia, Campania, Piemonte. Tra questi anche il professor Paul Connett (Consulente Onu per la gestione dei rifiuti) che ha ribadito che “Parma è l’ultimo posto al mondo dove costruire un inceneritore”. Un concetto condiviso anche da Patrizia Gentilini di Isde Italia (Medici per l’Ambiente) che ha contestato duramente la politica di smaltimento avviata nel nostro Paese. «I medici devono essere in prima fila in questa battaglia per la salute», ha detto prima di presentare alcuni colleghi che hanno già aderito. Ma come vincere, per l’appunto, questa battaglia? “La lotta per una gestione corretta dei rifiuti, o meglio delle risorse, è una lotta per dare un futuro alle nuove generazioni. L’incenerimento dei rifiuti produce danni alla salute, con emissioni di diossine, metalli pesanti, furani ed altre 200 sostanze tossiche. Solo chi ha interessi economici nella costruzione di questi impianti ormai sostiene la loro poca dannosità. Inoltre gli inceneritori, inquinano le acque, producono ceneri tossiche, deturpano il territorio”, si legge nel volantino distribuito dai coordinatori parmigiani. Quindi? “Bisogna credere nella raccolta differenziata, nel riciclo e nel riuso – ci spiega Aldo Caffagnini portavoce del coordinamento -, in altre parti d’Italia lo fanno e ci aspettiamo che, sotto la spinta del movimento, anche i nostri amministratori decidano per un’alternativa che c’è. Ribadiamo, c’è è va percorsa». Passa una bambina, poi i genitori che le sorridono. La piccola ha un cartello su cui è scritto: Dio ricicla, il diavolo brucia. «Noi siamo per i concetti semplici», sghignazza una manifestante.
http://www.polisquotidiano.it

Inceneritori : il popolo del no

Che l’accumularsi dei rifiuti sia un problema è fuor di dubbio. La perplessità è in come quel problema viene affrontato: un falò e tutto scompare dalla vista. Se, poi, da quel falò ricaviamo energia, siamo al trionfo. Sarebbe tutto bello se fosse vero ma, ahimè, di vero c’è solo l’illusione propria del gioco di prestigio. Tralasciando il bilancio energetico fallimentare, dove è chiaro come, facendo i conti per davvero, risulti che il recupero di quanto si brucia è di gran lunga più conveniente dal punto di vista dell’energia e dell’economia, cosa dimostrata ampiamente dalle esperienze condotte a livello planetario (per esempio a San Francisco), l’inghippo maggiore sta in ciò che l’incenerimento produce nell’ambiente, un ambiente da cui noi non possiamo evadere. Il Principio di Conservazione della Massa, una legge universale su cui non si discute, prevede che nulla della materia che si brucia possa essere distrutto. Così, se io do fuoco a una tonnellata di rifi uti e a questa, come avviene per motivi puramente tecnici, aggiungo un’altra tonnellata di sostanze (acqua, calce, bicarbonato, ammoniaca, carbone, metano, ecc.), chi ha progettato l’universo pretende che mi escano due tonnellate di qualcosa. Purtroppo, come i tossicologi sanno, quasi sempre da una combustione escono sostanze più tossiche di ciò che è entrato. Dunque, ecco il gioco di prestigio: io il rifi uto non lo vedo più, ma questo resta presente nell’ambiente, in aggiunta reso più velenoso e raddoppiato in massa. I fi ltri che si usano per fermare almeno le polveri (le micro- e nanoparticelle) valgono solo per una frazione molto modesta, quella chiamata primaria fi ltrabile, e di questa bloccano solo la parte meno fi ne che è anche quella meno aggressiva per la salute. Le altre polveri, cioè le primarie condensabili e le secondarie – con queste ultime che si formano a distanza di giorni e di chilometri dalla fonte e che trasportano veleni come le diossine, anche quelle non generate dall’inceneritore – non sono minimamente toccate dai fi ltri. Ciò che viene immesso nell’ambiente è una quantità enorme di particelle inorganiche fi ni ed ultrafi ni di cui sono ormai indiscusse a livello scientifi co l’aggressività per l’ambiente e la capacità d’innescare le cosiddette nanopatologie, malattie, cioè, che vanno da quelle cardiovascolari a varie forme di cancro, da quelle a carico dell’apparato endocrino a quelle neurologiche, dagli aborti alle malformazioni fetali. Uno dei tanti problemi che gravano su queste polveri è la loro “eternità”, cioè l’impossibilità sia per la Natura sia per la tecnologia di degradarle a qualcosa di compatibile con l’ambiente e, dunque, il fatto che, quando le produciamo, andiamo ad accumularle con quelle già prodotte e le lasciamo in eredità perenne alle generazioni future. A quelle polveri, di composizione quanto mai variabile ed imprevedibile perché variabili ed imprevedibili sono le reazioni che avvengono nell’inceneritore, stante la variabilità ed imprevedibilità dei reagenti (i rifi uti), vanno ad aggiungersi migliaia di composti organici, moltissimi dei quali tossici, che nessuno controlla e che, pertanto, nascono già come desaparecidos. Dal punto di vista medico, l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato una diapositiva, ormai notissima, in cui si vede come gli studi epidemiologici nazionali – peraltro fondati sulle malattie tumorali e trascurando le altre che pure sono prevalenti – dimostrino un aumento d’incidenza nei dintorni degl’inceneritori (impianti classifi cati insalubri di classe 1, la peggiore), e la letteratura mondiale è ricchissima di conferme. Ma considerazioni sul come l’incenerimento sia l’unico sistema di trattamento dei rifi uti senza alcuna base scientifi ca e rappresentino un fallimento politico ce ne sarebbero a iosa, e personalmente non posso che essere d’accordo con Paul Connett: dove c’è un inceneritore c’è ignoranza o corruzione.

estratto da PolisQuotidiano.it

Campania, disastro ai Regi lagni

Rifiuti non trattati venivano sversati nella rete di canali costruita dai Borbone per il deflusso delle acque piovane, e da lì finivano in mare. Ventisei ordinanze di custodia cautelare, ventinove misure reali e numerosi indagati

Un disastro ambientale epocale, al quale difficilmente si riuscirà a porre rimedio in meno di tre generazioni. Questo, secondo l’accusa, hanno provocato le società Hydrogest Campania e il consorzio di imprese Dondi/I.B.C./Impec, che gestiscono quattro depuratori nelle province di Napoli e Caserta, e alcuni allevatori di bufale.

Rifiuti non trattati venivano sversati nei regi lagni, la rete di canali costruita dai Borbone per il deflusso delle acque piovane, e da lì finivano in mare. Ventisei ordinanze di custodia cautelare e ventinove misure reali sono state eseguite dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta delle Procure di Santa Maria Capua Vetere e Nola. Agli arresti domiciliari sono finiti gli allevatori, mentre misure interdittive sono state emesse nei confronti di Gaetano De Bari, amministratore delegato della Hydrogest, Domenico Giustino, presidente del consiglio di amministrazione della stessa società, Luigi Piscopo, capo impianto del depuratore di Orta di Atella, e Mauro Pasquariello, capo impianto del depuratore di Foce Regi Lagni. Numerosi gli indagati, tra cui dirigenti della Regione Campania e docenti universitari che fanno parte della commissione regionale di esperti gestione impianti di depurazione.

Dai controlli compiuti da Arpac ed Enea è emerso che nei regi lagni e nel terreno finiscono gli escrementi di migliaia di bufale; in questo modo non solo è stato inquinato il mare, ma anche le falde acquifere. Altre terribili sostanze inquinanti provengono dai quattro depuratori non funzionanti: secondo l’accusa, le società che li gestivano evitavano di fare la manutenzione e di smaltire i fanghi in discarica per guadagnare di più. In mare, dunque, finiscono rifiuti industriali e urbani non trattati, autentici concentrati di veleni. stato inoltre accertato che tre Comuni della provincia di Caserta (Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa e Casapesenna) sversano direttamente nei regi lagni le acque nere, nonostante i cittadini paghino comunque le tasse per la depurazione. Gli indagati sono stati definiti “ladri di futuro” dal procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Corrado Lembo.

Impressionante l’elenco di reati contestati: disastro ambientale, avvelenamento di acque, truffa aggravata, danneggiamento di acque ed edifici pubblici, gestione illecita di rifiuti, immissione di rifiuti in acque superficiali ed abbandono su suolo, interruzione di pubblico servizio, distruzione e deturpamento, scempio paesaggistico ambientale, omissione di atti d’ufficio, falsità in atti commessa anche da pubblici ufficiali. “Il dato più allarmante – ha commentato il procuratore generale, Vincenzo Galgano – è l’indifferenza generalizzata per la salute e per il futuro. Non è un problema solo giudiziario: queste persone hanno tolto vivibilità e salute non solo ai figli, ma anche alle generazioni future, eppure di questi argomenti non si parla quanto sarebbe necessario. Ora vigileremo affinché la Regione faccia le bonifiche”. (Ansa)

Inceneritori, in sicilia i primi indagati

Associazione mafiosa e illeciti negli appalti: sono le ipotesi di reato su cui la procura di Palermo indaga. Sentito l’assessore regionale Pier Camillo Russo, autore di un dossier-denuncia

Associazione mafiosa e illeciti nella gestione degli appalti: sono le ipotesi di reato su cui la procura di Palermo indaga in relazione all’affare termovalorizzatori in Sicilia. Uun business stimato in oltre 4 miliardi di euro. I pm Nino Di Matteo e Sergio De Montis, titolari dell’inchiesta, hanno già iscritto i primi nomi nel registro degli indagati e hanno cominciato l’attività istruttoria. Per due volte è stato sentito dai magistrati l’assessore regionale all’Energia Pier Camillo Russo, autore del dossier-denuncia sugli appalti per la realizzazione degli impianti.

Il documento è stato anche citato dal governatore Raffaele Lombardo durante l’intervento all’Ars seguito alla notizia della inchiesta a suo carico per concorso in associazione mafiosa, aperta dalla Procura di Catania. Russo, nel corso del secondo interrogatorio, ha anche consegnato una serie di documenti ai pm. Il primo bando per l’aggiudicazione dei lavori, gestito dalla Regione attraverso l’Arra, un’agenzia regionale, è del 2002. Della vicenda si occuparono l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro, allora in carica, in qualità di commissario straordinario dell’emergenza rifiuti, e il suo vice Felice Crosta. Ad aggiudicarsi l’appalto furono quattro raggruppamenti di imprese: tre dei quali capeggiati dal gruppo Falk e uno da Waste Italia. La gara fu però annullata dalla Corte di Giustizia Europea che contestò il mancato rispetto della procedura di evidenza pubblica imposta dalla direttive europee.
Le due successive gare bandite dalla Regione l’anno scorso sono andate deserte. Diversi i profili che la Procura sta cercando di chiarire. Dalla procedura di aggiudicazione, fatta, appunto senza la dovuta pubblicizzazione, alla costituzione delle Ati – istituite alla presenza dello stesso notaio – e alla partecipazione alla gara di un’impresa, la Altecoen, priva di certificazione antimafia. La ditta venne estromessa, ma la gara proseguì. Infine i pm vogliono approfondire i criteri scelti per l’individuazione dei siti sui quali dovevano sorgere i termovalorizzatori: Palermo, Casteltermini, Augusta e Paternò. Aree individuate a posteriori, secondo gli inquirenti, dalla stesse ditte che avevano presentato le offerte. (Ansa)

Intervista a Francesco Barbieri, portavoce del Coordimento Gestione Corretta dei Rifiut

Intervista a Francesco Barbieri, portavoce del Coordimento Gestione Corretta dei Rifiuti: “L’incenerimento è un vero scandalo sanitario”. La manifestazione nazionale del 17 aprile a Parma.
11/04/2010

ParmaDaily intervista Franceco Barbieri, portavoce del Coordinamento Gestione Corretta Rifiuti, impegnato in prima fila per contrastare la realizzazione dell’inceneritore di Parma.

Puoi presentarci l’iniziativa del 17 aprile contro gli inceneritore che vede il Comitato Gestione Corretta Rifiuti così mobilitato?
Il 17 Aprile si terrà a Parma la prima manifestazione nazionale contro tutti gli inceneritori, per legge (art. 216 RD 1265/34 DM 5.9/1994 ) annoverati tra le industrie insalubri di classe I ( le più pericolose!).
Un NO perentorio per dire SI’ alla salute, SI’ rifiuti zero, SI’ Decrescita Felice.
Non solo per fermare questo stramaledetto impianto a Parma, bensì per andare a spegnere tutti gli altri forni in Italia.
Venerdì 16 aprile alle ore 21, presso la Sala Aurea della Camera di Commercio, presenteremo alla cittadinanza e alle Autorità l’alternativa all’incenerimento. Relazioneranno Paul Connett, Carla Poli, Medici ISDE, Joan Marc Simon, Enzo Favoino, Rossano Ercolini.

Provincia e Comune di Parma appaiono compatti nella volontà di procedere nella realizzazione dell’inceneritore. E’ realisticamente ancora possibile bloccarlo l’inceneritore… mi risulta che il cantiere per la sua costruzione in zona Spip sia già stato aperto?
Emblematiche le parole del Sindaco Pietro Vignali, massima autorita’ sanitaria di questa comunità: “Una politica che di fronte a questa svolta epocale non si assuma la responsabilità di scelte forti, criticabili ma necessarie, e di rimettere eventualmente in discussione decisioni prese in momenti completamente diversi, sarebbe una politica ora più che mai dannosa, soprattutto per il futuro delle prossime generazioni”.
Ogni commento e’ superfluo. I Comuni Virtuosi, dalla California alle Filippine, chiamano Parma.

Ma come fai ad essere così sicuro che gli inceneritori facciano male quando tanti qualificati tecnici sostengono il contrario?
Un professore che in televisione, davanti a milioni di spettatori, sostiene (senza contraddittorio!): “rischio zero”, mentre pochi giorni dopo, dinanzi ad una manciata di ragazzi e lontano dalle telecamere che contano, si smentisce ammettendo di non essere un esperto di inceneritori, puo’ essere considerato un tecnico qualificato?
Professori che alterano studi scientifici onde fornire informazioni erroneamente rassicuranti, possono essere considerati tecnici qualificati?
Istituzioni che occultano i danni inflitti alla popolazione possono essere ritenute credibili?
Medici scevri da conflitti di interessi, supportati da centinaia di studi, concordano all’unanimità nel considerare l’incenerimento di rifiuti un vero scandalo sanitario.

Siete contro gli inceneritori e contro le discariche… la raccolta differenziata anche se spinta al massimo comunque non è in grado di differenziare il 100% dei rifiuti. Il resto dove lo mettiamo?
Certamente non possiamo metterlo in atmosfera! La materia non si distrugge, si trasforma. Occorre uscire immediatamente da questo medioevo culturale.
Smaltire non significa far sparire! Stiamo disperdendo in atmosfera centinaia di migliaia di tonnellate di materia sotto forma di gas e polveri fini e ultra-fini che inesorabilmente respiriamo (quando sospese in aria), mangiamo (quando depositate al suolo), beviamo (quando dilavate in falda). I bambini stanno pagando un conto salatissimo.
Serve un repentino cambio di paradigma. Il resto che loro vogliono bruciare, a Vedelago (e in molti altri Comuni) riprende nuova vita. Il resto che non si può compostare, riciclare, riusare, disaccoppiare… non si deve più produrre !
Possiamo trasformare i nostri cicli produttivi domattina. In tempo di guerra convertimmo l’industria civile in bellica dall’ oggi al domani. Di fronte a questa svolta epocale non possiamo replicare un cambiamento altrettanto determinato?

Secondo te i parmigiani sono interessati al tema inceneritore o sono piuttosto indifferenti all’argomento?
I parmigiani vivono con grande partecipazione questi temi. Le ultime manifestazioni ne sono la dimostrazione. Non potrebbe essere diversamente; proponiamo un sistema che genera posti di lavoro, che tutela la salute di creato e creature, che fa risparmiare denaro alle casse comunali e alle tasche dei cittadini, che promuove corretti stili di vita…
In questi ultimi decenni abbiamo avvelenato severamente acqua, terra e aria. Le generazioni future subiranno gli effetti delle azioni che compiamo oggi. Possiamo continuare a perseguire la strategia della tragedia oppure possiamo progettare e mettere in atto una strategia del cambiamento. I parmigiani vogliono cambiare.

Che appello ti senti di rivolgere a Vignali e Bernazzoli?
Servono delibere che tutelino la componente più fragile della comunità: i bambini. Quella nuvola nera, ad esempio, che fuoriesce dai tubi di scappamento e che fa l’ aerosol ai nostri bimbi, e’ segno che abbiamo sbagliato qualcosa.
Errare e’ umano. Riconoscere un errore umilmente e cambiare strada e’ da persone speciali. Vignali e Bernazzoli hanno le qualità per segnare la Storia. La nostra comunità idem. Osiamo?

Andrea Marsiletti

Fonte: Parma Daily

Rapporto Rifiuti dell’Ispra, il mistero del Dossier Scomparso

Da quattro mesi si attende che sia reso pubblico il Rapporto rifiuti curato dall’Ispra, l’ente, ora commissariato, vigilato dal ministro Prestigiacomo. Anche la presentazione del 30 marzo è stata cancellata.

ll Rapporto rifiuti, forse il più importante dei compiti istituzionali riservati all’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ente vigilato dal ministero dell’Ambiente e attualmente commissariato, è scomparso nel nulla. O, meglio, giace nei cassetti del ministro Prestigiacomo e dei vertici dell’Istituto. Il documento, che fino all’edizione dell’anno scorso conteneva tutti i dati relativi a questo delicato settore, dalla produzione di rifiuti urbani a quelli speciali, passando per la pianificazione territoriale e i rifiuti elettronici, doveva essere presentato l’altro ieri, 30 marzo, invece la sua pubblicazione è stata rinviata, ancora una volta, a “data da destinarsi”. Il tutto, dopo che la notizia era già uscita sulle agenzie di stampa. Un breve annuncio sul sito dell’Istituto (scomparso dopo pochi giorni) ha notificato la cancellazione dell’evento.

Negli anni passati il rapporto veniva presentato a dicembre dell’anno cui era riferito; dunque, stavolta si è già in ritardo di quattro mesi, in un momento in cui almeno tre regioni (Lazio, Sicilia e Campania) sono ancora in piena emergenza spazzatura.

Il documento poi serve soprattutto a comuni, province e regioni, che avendo a disposizione dati completi e aggiornati possono fare scelte più consapevoli. Sull’argomento è intervenuto Massimiliano Bottaro, uno dei portavoce dei precari Ispra che nei mesi scorsi hanno occupato il tetto della sede di Casalotti: «Non siamo in grado di dire se i motivi del rinvio siano tecnici o di altro genere, ma sicuramente il ritardo nella presentazione del documento impedisce che le amministrazioni pubbliche e i cittadini italiani siano correttamente informati sulla situazione rifiuti nel paese, e contribuisce a dare un’idea dell’Ispra totalmente sbagliata, quella di un ente che non è in grado di svolgere i suoi compiti istituzionali e può quindi essere ridimensionato senza problemi». Sicuramente non è una buona pubblicità ad un Istituto per cui già in passato si è parlato di smantellamento e che da due anni è commissariato da prefetti di cui non sono note le competenze ambientali.

Il ritardo nella presentazione del report, secondo voci raccolte in ambienti del ministero, potrebbe essere legato al timore che uscissero dati politicamente scomodi in piena campagna elettorale, magari sulla regione del ministro Prestigiacomo, la Sicilia, già protagonista l’anno scorso di una performance disastrosa. Di sicuro l’autonomia dell’Ispra, già messa pesantemente in discussione dal regolamento all’esame del Parlamento, è sempre più a rischio, mentre sembra che durante le vacanze pasquali usciranno i concorsi per i posti di capo dipartimento, ormai vacanti da tempo. Chissà se serviranno a rendere l’Istituto meno acefalo, dal punto di vista scientifico se non amministrativo.

http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/2010/04/01/rapporto-rifiuti-dellispra-il-mistero-del-dossier-scomparso/

Rifiuti tossici: ecco come la camorra mi ha avvelenato

Giampiero Angeli vive da sempre a Castelvolturno. Dopo alcuni malori inspiegabili è corso a fare delle analisi. «Contaminato da arsenico, manganese, cadmio, policlorobifenili, diossina». Qui per anni hanno sversato rifiuti pericolosi.
Giampiero Angeli, classe 1950, è un colonnello dell’esercito, ora in pensione. Lo incontriamo al convegno organizzato lunedì scorso a Napoli dall’Isde, l’associazione medici per l’ambiente. Angeli vive da sempre a Castelvolturno, in provincia di Caserta. Non ha partecipato a missioni all’estero, né ad altre operazioni significative che avrebbero potuto esporre il suo corpo a situazioni di rischio sanitario. Dopo aver avuto una serie di patologie inspiegabili, però, ha voluto vederci chiaro. Si è fatto analizzare in modo approfondito da un ente accreditato per verificare il suo livello di contaminazione da sostanze inquinanti.

Risultato?
Nel mio corpo è presente un cocktail di agenti chimici come arsenico, manganese, cadmio, policlorobifenili, Ipa, diossina. Quest’ultima, peraltro, è il problema minore. Si parla sempre di diossina (sprigionata dagli incendi della spazzatura, ndr) solo perché è uno dei composti tossici più noti. Negli Usa hanno fatto studi approfonditi. Durante la guerra del Vietnam gli americani utilizzarono in modo massiccio come defoliante l’“agente Orange”, una diossina cloroderivata, con effetti devastanti sia sulla popolazione vietnamita sia sugli stessi soldati americani. In Campania lo smaltimento dei rifiuti speciali e tossici è diventato una delle principali attività illecite della camorra. Queste aree sono diventate oggi le “terre della diossina”, riscontrata nel latte vaccino, sui terreni, nel foraggio. La diossina, però, è solo il più noto dei veleni: in Campania non ci facciamo mancare nulla. Abbiamo manganese, potassio, cromo, atrazina, e chi più ne ha più ne metta. In alcune aree come Acerra e Cercola sono stati misurati nel terreno picchi di 50 e più picogrammi di diossina. A Seveso, per 49,6 picogrammi, intervenne l’esercito con reparti specializzati per la bonifica.

Quando iniziano le sue vicissitudini cliniche?
Io sono l’unico in Campania che, a livello ospedaliero, ha fatto delle apposite analisi. Il mio iter clinico nasce da una serie di patologie che non trovavano spiegazione. Nel 2003 la Regione Campania aveva fatto i primi monitoraggi sul latte, ed era uscito fuori che il latte delle pecore della zona in cui risiedo, Castelvolturno, era contaminato da diossina. Da lì ho iniziato un percorso di ricerca documentale e, in più, mi sono “usato” come cavia. Ho iniziato a fare analisi, nel 2003, 2004 e 2005, sui policlorobifenili presso la Fondazione Maugeri di Pavia, un ente accreditato.

E cosa ha scoperto?
Che avevo una quantità di policlorobifenili pari a quella della popolazione della zona più inquinata della località Caffaro in Lombardia, dove si verificò un grosso incidente industriale. Ma io ho sempre vissuto in Campania.

La fonte di questi veleni?
Credo proprio si tratti del Pirotecnico di Capua, l’ente militare dove facevo servizio. Mi spiego meglio. Le mense comunitarie cercano di acquistare con criteri di economicità carne, uova, latte. In quel periodo c’era la famosa cava di Sant’Angelo in Formis che era aperta, dove ci sversavano di tutto. E in quel periodo abbiamo avuto allo stabilimento militare del Pirotecnico un’infinità di decessi per tumore, nonché casi stranissimi: un operaio, ad esempio, è rimasto paralizzato per sei mesi. Non si è mai capito il perché. Dopo, come Lazzaro, si è rimesso in piedi. Inspiegabilmente.

Poi cosa accadde?
Con queste analisi fatte dalla fondazione Maugeri vado al Policlinico di Napoli: presento tutto il dossier, e loro mi fanno fare un’analisi completa per furani, policlorobifenili e diossina. Sostanze, stranamente, tutte presenti nel mio organismo per quantità significative anche se io negli ultimi trent’anni ho vissuto in un’area agricola. Stiamo parlando di parametri rispetto a cui la scienza è completamente impotente: quelli relativi alle intossicazioni croniche.

Magari molte persone ne soffrono e non lo sanno.
E certo che non lo sanno! In queste zone (stiamo parlando di dati certi, di campagne di analisi fatte da enti pubblici) è stata trovata un’infinità di prodotti chimici, ma se cercate in Rete i livelli tossici di queste sostanze non li trovate. In Campania c’è un problema globale di inquinamento: qui, grazie agli “amici di Casale”, siamo al vertice dell’inquinamento mondiale. Siamo conciati peggio del delta del Mekong (il fiume indocinese inserito nella lista dei dieci più inquinati al mondo; nella zona, durante la guerra in Vietnam gli americani fecero largo uso di bombe al napalm, defolianti e diserbanti, ndr) perché almeno lì gli Usa hanno avuto la cortesia di dare ai vietnamiti le mappe che indicavano dove avevano buttato tutta questa robaccia. I Casalesi (i camorristi, ndr) questa cortesia ancora non ce l’hanno fatta, e là dove ce l’hanno fatta la magistratura ha secretato tutto: prima per il segreto istruttorio, poi per il diritto alla privacy. Nelle zone di Acerra, Regi Lagni e Castelvolturno è documentata la presenza di ogni tipo di inquinante chimico. Le certezze scientifiche ci sono. Gli americani hanno fatto un monitoraggio sull’acqua (in zona sorgono basi Usa, ndr): hanno rilevato solo il tetraclorotoluene nell’acqua. Hanno fatto una relazione sul rischio per la salute e hanno dichiarato questo rischio inaccettabile. E i valori da loro riscontrati sono molto più bassi rispetto a quelli trovati ad Acerra e Castelvolturno.

E per i campani?
Nella regione c’è una vera e propria azione di insabbiamento. Le analisi dicono che ho un’intossicazione cronica per molti agenti chimici (arsenico, manganese, cadmio, policlorobifenili, Ipa). Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire, perché i medici non me l’hanno detto, che si tratta della cosiddetta sindrome multichimica. Non si tratta di una malattia. è quasi un’invenzione clinica per cercare di inquadrare questo tipo di problema. Questa sindrome viene diagnosticata in Italia principalmente quando, ad esempio, si utilizza un deodorante e si viene colpiti da uno shock anafilattico. In questo caso i medici potrebbero dire “lei ha la sindrome multichimica”. Però tra il benessere e lo shock anafilattico c’è tutta una gradazione di sintomi più o meno gravi.

La ricerca medica a che punto è?
All’anno zero. Siamo in una fase di medicina sperimentale. E il disastro è che la sperimentazione deve avvenire in Campania perché stiamo molto, molto, molto peggio degli altri. Il dottor Racanelli, direttore del Laboratorio interuniversitrario di Mestre, mi ha detto che avevo il profilo tossicologico di un operaio del polo chimico di Porto Marghera. Dove io non ho mai messo piede.

Lei ha mai partecipato a missioni all’estero, magari esposto ad agenti contaminanti?
Ho sempre fatto una vita molto sana. All’estero non sono andato: quando ero in servizio non “era di moda”. Ho avuto mille riscontri che questa contaminazione è avvenuta nei luoghi dove vivo.

Come fa a esserne così sicuro?
Nella zona di Castelvolturno ci sono dei ragazzi che all’improvviso hanno degli attacchi di panico, con il cuore che comincia ad avere pulsazioni incontrollate. Questi attacchi li ho avuti anch’io: si ha davvero la sensazione di morire. Ma sapevo di cosa si trattava. Nel momento in cui ne ha sofferto anche un amico di mio figlio l’ho portato, subito dopo il pronto soccorso, in un laboratorio di analisi di mia fiducia: aveva il tsh (un ormone secreto dall’ipofisi per stimolare o meno la tiroide a produrre ormoni tiroidei) a un valore pari a 0,6.

Cosa significa?
Che la tiroide pompa ormoni praticamente da sola, di fatto è fuori controllo. E questo avviene tipicamente per l’avvelenamento da policlorobifenili. Queste sostanze chimiche, infatti, vengono interpretate dal nostro organismo come un ormone tiroideo: le immagazzina nella tiroide e poi succede il patatrac.

Ma allora chi ha avvelenato la Campania?
La “Casalesi smaltimenti company e spa”, fuor d’ogni dubbio.

La petizione
Il colonnello Angeli, nel dicembre scorso, ha inviato una petizione popolare alle massime cariche dello Stato per sollecitare provvedimenti «di massima urgenza a tutela della salute pubblica nelle province di Napoli e Caserta», territori dove per anni sono stati sversati milioni di tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi, metalli pesanti, polveri d’abbattimento fumi, olii minerali, piombo, fanghi industriali (smaltiti nelle campagne come fertilizzanti: 40mila tonnellate, inchiesta “Madre Terra 1” del 2004 della Procura di S. M. Capua Vetere a Castelvolturno e Villa Literno). Ma anche cromo, nikel, rame (utilizzati come concime per i pomodori, come rivelato dall’inchiesta del 2004 della Procura di Rieti tra Lazio, Toscana e Campania). Nella petizione è altresì ricordato che nell’audizione del 21 dicembre del 2005 presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, i dirigenti della Sogin dichiararono che «in molte zone caratteristiche e ben note (…) abbiamo riscontrato una presenza di diossina centomila volte superiore ai limiti del decreto n. 471». La pubblicazione Siti contaminati (2008) dell’Arpac, l’Agenzia regionale per l’ambiente, riporta le analisi effettuate negli ex mattatoi comunali di Marcianise, S. Nicola la Strada, Villaricca, Melito: i campioni sono risultati tutti positivi per presenza di diossine, furani, policlorobifenili e, a Marcianise, anche per berillio e stagno. Le richieste della petizione hanno il solo scopo di poter avere, dopo oltre vent’anni, certezza sulle conseguenze sulla salute pubblica degli errori della pubblica amministrazione e dei crimini dell’ecomafia. A oggi non ha avuto alcuna risposta. (Valerio Ceva Grimaldi, Terra)

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