Cerca

Claudio Meloni

Mese

marzo 2010

Campania, l’inferno
delle discariche

L’espresso è riuscito a entrare all’interno della discarica di Ferrandelle a Santa Maria la Fossa, il tappeto sotto il quale sono stati nascosti i rifiuti di Napoli per sbandierare l’efficientismo del Cavaliere. Così siamo in grado di raccontare cosa succede nelle discariche volute da Berlusconi e Bertolaso. Con montagne di rifiuti a cielo aperto e laghi di percolato, il liquido tossico che poi finisce per infiltrarsi nei terreni coltivati circostanti
L’articolo di Emiliano Fittipaldi e Claudio Pappaianni

Rifiuti che bluff

Le piramidi di rifiuti sono tutte lì, lasciate a marcire sotto il primo sole di primavera. Tra le 500 mila tonnellate di sacchetti putrescenti spuntano qua e là copertoni, bidoni arrugginiti, qualche tubo di ethernit. Milioni di buste puzzolenti, ammassate sui terreni sequestrati dallo Stato a Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, formano gigantesche torri di monnezza, mentre sul terreno enormi pozze di acqua piovana si trasformano sotto l’occhio annoiato dei gabbiani in percolato tossico destinato a tracimare nei canaletti dei Regi Lagni. Acque che vengono utilizzate per irrigare i campi vicini, coltivati a cocomeri o ad agrumeti, e territorio di pascolo delle bufale; acque nere che alla fine del loro percorso scaricano i loro veleni direttamente in mare. Un panorama infernale: ‘L’espresso’ è riuscito a entrare all’interno della discarica di Santa Maria la Fossa, il buco dentro cui in piena emergenza-rifiuti sono state nascoste le schifezze di Napoli e dintorni. Un viaggio che permette di raccontare, anche attraverso foto e filmati esclusivi, cosa succede realmente nelle discariche volute da Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso per risolvere lo scandalo che due anni fa ha messo in ginocchio la Campania e il suo capoluogo. Un’emergenza che, tra promesse e bugie, è in realtà ancora da risolvere.

Viaggio all’inferno. A presidiare Ferrandelle c’è l’Esercito, più otto guardie giurate della Gesa, una società di Casagiove. Fuori, c’è un via vai di camion che vanno e vengono dalla vicina discarica di San Tammaro. Dentro, c’è un quartiere costruito con i sacchetti, con cui sono state erette 17 strutture alte una trentina di metri. Molte non sono coperte dai teli speciali. Di fronte alla ‘piattaforma delta’ (la chiamano così), in una piazzola svuotata si è formata una ‘piscina di percolato’ lunga una ventina di metri. Sembra una di quelle regolamentari, ma qui non si azzarderebbe a nuotare nemmeno una rana. Appena dietro l’angolo si staglia una collinetta di detriti realizzata fuori dagli spazi allestiti, che ‘galleggia’, letteralmente, sopra un’immensa pozza d’acqua.

Ogni giorno, solo da qui, partono 20 autobotti per smaltire altrove il percolato. Quello, almeno, che non scompare infiltrandosi nel terreno. Ogni viaggio costa alle casse pubbliche 1.800 euro tondi tondi. Un servizio quotidiano da 36 mila euro, che in due anni fa un totale mostruoso che supera i 20 milioni. Ferrandelle, Italia, è solo uno dei quartieri che formano la grande città dei rifiuti nata in provincia di Caserta: in 3 chilometri quadrati si contano quattro mega discariche, di cui una sola ancora attiva. Quattro milioni di tonnellate di monnezza ‘tal quale’, circondata da frutteti e allevamenti che producono cibo che arriva sulle tavole degli italiani. “L’emergenza è finita. Abbiamo fatto interventi concreti, seri e reali che rispettano l’ambiente, a differenza di quello che alcuni vanno dicendo”, aveva spiegato Bertolaso lo scorso novembre, replicando a chi sosteneva che il piano non stava funzionando a dovere. Le immagini di Ferrandelle e di San Tammaro su www. espressonline.it dimostrano come l’ambiente e la salute siano in realtà l’ultimo dei problemi che si sono posti i governanti affrettati a pulire le strade dai sacchetti. Le conseguenze potrebbero essere devastanti, e la storia dei sopravvissuti di Maruzzella, la prima discarica dell’area San Tammaro, fa da monito. “Nel 1996 eravamo in 20 a lavorarci dentro”, racconta il direttore Antonio De Gennaro: “Oggi siamo rimasti in 12, tutti a ripulire le ecoballe destinate ad Acerra dai materiali ferrosi. In cinque sono morti di tumore e altri tre, incluso il sottoscritto, stanno lottando contro il cancro”.

Inceneritori? No grazie. Dopo i giorni della vergogna, il 2010 doveva essere l’anno che sanciva definitivamente il ritorno alla normalità. Invece è iniziato nel peggiore dei modi. Prima la condanna all’Italia della Corte di Giustizia europea “per non aver creato una rete adeguata di smaltimento” e il blocco di 500 milioni di fondi comunitari, poi le immagini sui giornali del centro di Napoli nuovamente sommerso dai sacchetti. Se le foto sono simili a quelle scattate nel 2008, il lezzo è identico. È la puzza di monnezza bruciata, di sacchetti in decomposizione, è odore di affari e camorra, che come un avvoltoio non ha mai abbandonato uno dei suoi business preferiti: pure in questa fase – sospetta la Digos di Caserta che ha aperto un fascicolo – i boss dei Mallardo e delle famiglie di Casal di Principe hanno probabilmente continuato a guadagnare, piazzando imprese colluse nell’affare della raccolta. Di fatto, il miraggio evocato come un mantra da Berlusconi&Bertolaso si è dissolto al primo problema amministrativo. È bastata una protesta dei lavoratori del consorzio Napoli-Caserta per il mancato pagamento degli stipendi e il blocco dell’accesso a uno dei siti aperti negli ultimi 18 mesi per mettere in ginocchio l’intero sistema.
limiti del decreto 195, che sulla carta sanciva la fine del disastro, sono evidenti. Il sottosegretario ha varato cinque nuove discariche per liberare subito le strade dai rifiuti, in attesa di dotare la regione degli inceneritori necessari e di una raccolta differenziata che riducesse al minino la quantità di spazzatura da bruciare. Ma l’unico termovalorizzatore funzionante è quello di Acerra che, tra continui stop and go, a fine febbraio ha finalmente terminato il collaudo e presto funzionerà a pieno regime. Sempre che il controllo delle emissioni nocive non determini altre fermate: le prove generali avevano generato più di un allarme, con il continuo sforamento dei limiti consentiti. Qualcuno si è pure divertito a manomettere le attrezzature da migliaia di euro che l’Arpac ha sistemato a ridosso del camino. Tanto da spingere l’Agenzia regionale per l’ambiente a lamentarsi, nero su bianco, con il nuovo gestore, la milanese A2A. Gli altri impianti vaticinati da Bertolaso non esistono: il progetto di Santa Maria La Fossa, adocchiato subito dai clan e finito nelle carte dei pm che hanno chiesto l’arresto di Cosentino, è bloccato. Per quello di Napoli c’è solo l’indicazione di massima dei suoli, mentre a Salerno la gara indetta dal sindaco Vincenzo De Luca, candidato governatore per il centrosinistra, è ferma tra ricorsi e controricorsi. Se tutto va bene, ci vorranno altri quattro anni, forse anche di più, prima di avere il secondo inceneritore utile. A quel punto, tutte le discariche aperte oggi in Campania saranno strapiene.

Miraggio differenziata. Con una raccolta differenziata ancora inchiodata al 22 per cento (ma Napoli sfiora il 18, Caserta non arriva nemmeno al 14), i cinque siti rischiano di reggere massimo due anni. L’invaso di Chiaiano è pieno per metà, quello Terzigno è quasi colmo. Ecco perché, malgrado il parere negativo della Conferenza di servizi, a poche centinaia di metri dalla ex Cava Sari sarà presto inaugurata Cava Vitello, con un invaso ancora più grande: oltre un milione di tonnellate di capacità. Con buona pace dei soldi (1,2 milioni di euro) che ogni anno il ministero dell’Ambiente versa nelle casse del Parco nazionale del Vesuvio per tutelare la biodiversità dell’area naturale. E dei cittadini di Boscoreale, comune limitrofo, raggiunti ogni giorno dalle zaffate dello sversatoio: esasperati, nelle scorse settimane hanno assediato per protesta il Municipio, e in occasione della visita elettorale del ministro Mara Carfagna hanno lanciato contro la sua auto un po’ di spazzatura.

Ogni anno in Campania si gettano 2,5 milioni di rifiuti: la ricetta di B&B non è riuscita a far diminuire la produzione. I comuni che non raggiungono le percentuali di raccolta differenziata previste dalle nuove regole, dovrebbero essere sciolti all’istante. Ma finora sono stati firmati solo sette decreti, che poi sono stati puntualmente annullati dal Tar. Oggi appena 500 mila tonnellate l’anno vengono riciclate, oltre un milione finisce direttamente in discarica, il rimanente continua a essere compresso e avvolto nel cellophane per essere poi distrutto negli inceneritori. Ma visto che l’arretrato è da record, il 40 per cento di quello che dovrebbe essere trattato nei compattatori finisce in sversatoi tradizionali. Raggiungere i dati del Nord, vicini al 50 per cento, sembra pura fantascienza: la differenziata è un’operazione che non conviene ai campani, costretti a smaltire l’umido in impianti lontani dalla regione, per un costo che supera i 200 euro a tonnellata. Eppure esiste un sito per produrre compost già bell’è pronto, proprio di fronte a Ferrandelle. Incredibilmente è stato utilizzato per accatastare ecoballe. I macchinari all’interno non sono mai stati usati e le vasche sono vuote. “Una tristezza”, commenta laconico un tecnico che conosce il deposito.

Debiti, consorzi e promozioni. Con l’addio di Bertolaso, le province della Campania hanno ereditato, oltre a tutti i poteri, anche problemi di una gestione folle durata 16 anni. È un serpente che si morde la coda: la gente non paga, i Comuni accumulano debiti verso la struttura commissariale (siamo oltre i 300 milioni di euro), i consorzi provinciali ereditano il buco e non pagano gli stipendi dei dipendenti. Non solo. I consorzi sono strutture ingolfate con personale spesso inutilizzato, che sprecano soldi a go-go. Il consorzio Napoli-Caserta (sulla cui gestione i pm stanno indagando da mesi) è, per esempio, gestito di fatto dal direttore generale Antonio Scialdone, uomo di fiducia di Nicola Ferraro, consigliere regionale uscente dell’Udeur coinvolto in numerose inchieste di camorra.
Ogni anno in Campania si gettano 2,5 milioni di rifiuti: la ricetta di B&B non è riuscita a far diminuire la produzione. I comuni che non raggiungono le percentuali di raccolta differenziata previste dalle nuove regole, dovrebbero essere sciolti all’istante. Ma finora sono stati firmati solo sette decreti, che poi sono stati puntualmente annullati dal Tar. Oggi appena 500 mila tonnellate l’anno vengono riciclate, oltre un milione finisce direttamente in discarica, il rimanente continua a essere compresso e avvolto nel cellophane per essere poi distrutto negli inceneritori. Ma visto che l’arretrato è da record, il 40 per cento di quello che dovrebbe essere trattato nei compattatori finisce in sversatoi tradizionali. Raggiungere i dati del Nord, vicini al 50 per cento, sembra pura fantascienza: la differenziata è un’operazione che non conviene ai campani, costretti a smaltire l’umido in impianti lontani dalla regione, per un costo che supera i 200 euro a tonnellata. Eppure esiste un sito per produrre compost già bell’è pronto, proprio di fronte a Ferrandelle. Incredibilmente è stato utilizzato per accatastare ecoballe. I macchinari all’interno non sono mai stati usati e le vasche sono vuote. “Una tristezza”, commenta laconico un tecnico che conosce il deposito.

Debiti, consorzi e promozioni. Con l’addio di Bertolaso, le province della Campania hanno ereditato, oltre a tutti i poteri, anche problemi di una gestione folle durata 16 anni. È un serpente che si morde la coda: la gente non paga, i Comuni accumulano debiti verso la struttura commissariale (siamo oltre i 300 milioni di euro), i consorzi provinciali ereditano il buco e non pagano gli stipendi dei dipendenti. Non solo. I consorzi sono strutture ingolfate con personale spesso inutilizzato, che sprecano soldi a go-go. Il consorzio Napoli-Caserta (sulla cui gestione i pm stanno indagando da mesi) è, per esempio, gestito di fatto dal direttore generale Antonio Scialdone, uomo di fiducia di Nicola Ferraro, consigliere regionale uscente dell’Udeur coinvolto in numerose inchieste di camorra.

A gennaio, quando c’era da gestire il passaggio di consegne tra la struttura in liquidazione e la neonata società provinciale, Scialdone ha avviato paradossalmente una massiccia campagna di promozioni. Almeno 70 operai e impiegati si sono visti aumentare lo stipendio. Alcuni di loro sono candidati per il centrodestra alla provincia di Caserta. Per la Regione corre la moglie dello stesso Scialdone, Michela Pontillo, candidata con la lista che unisce l’Mpa e il Nuovo Psi di Stefano Caldoro, il campione del Pdl. Anche la sorella di Scialdone, Lina, è in politica: alle elezioni comunali di Vitulazio, nel Casertano, è risultata la più votata. Quando nelle scorse settimane nel piccolo centro di Terra di Lavoro è partito il progetto per la raccolta differenziata non si è badato a spese: fuochi d’artificio, majorettes, la banda. Tutto a carico del consorzio. “Mio marito è come Berlusconi”, ha risposto la Pontillo a chi criticava, “una vittima degli attacchi ad orologeria di una sinistra ormai defunta”. Bertolaso e il premier continuano a nicchiare e parlare di trionfo del buongoverno, ma una cosa è certa: senza tagli agli sprechi e un piano industriale serio, chi lavora nei consorzi presto incrocerà nuovamente le braccia e interromperà la raccolta. I soldi stanziati dalle provincie per gli stipendi arretrati, poco più di 4 milioni, stanno già finendo. La guerra contro la monnezza è ancora tutta da vincere.
(25 marzo 2010)
http://espresso.repubblica.it/

Bollette dell’energia elettrica più care per finanziare il nucleare in Inghilterra. E in Italia…

Altro che energia elettrica a buon mercato per tutti. Per finanziare il nucleare, le bollette rincareranno in Inghilterra anche del 25% nei prossimi 10 anni.
Può rendere l’idea di cosa accadrà in Italia con il ritorno al nucleare. Le rosee previsioni del Governo sono state già smentite da Citigroup. E se serve un ulteriore elemento per dubitare, eccolo.
Le centrali nucleari sono stra-care. Quanto effettivamente costino, in realtà non lo sa nessuno.
In Finlandia, la costruzione del reattore Epr di Olkiluoto (lo stesso tipo di quelli che si vogliono realizzare in Italia) ha costi ormai fuori controllo e sta accumulando ritardi. Senza contare i problemi di sicurezza sollevati dalle autorità nazionali di controllo e quelli rivelati in Francia da un’anonima fonte interna a Edf.
Nessuna società privata è disposta ad imbarcarsi in investimenti di ammontare altissimo e sostanzialmente ignoto senza l’appoggio del Governo.
Così Obama (alla faccia delle promesse elettorali) sosterrà con fondi statali la costruzione di due centrali nucleari negli Usa, le prime da trent’anni a questa parte.
E le dolorose ripercussioni sui consumatori? Il tema è vivo in Gran Bretagna, dove il Governo vorrebbe costruire 6 centrali nucleari e ritiene necessari investimenti nel settore elettrico per 110.000 miliardi di sterline – 123.000 miliardi di euro – per assicurare l’approvvigionamento di energia e ridurre contemporaneamente le emissioni di gas serra.
Il nucleare non aiuta a combattere i cambiamenti climatici: ma andatelo un po’ a spiegare agli inglesi. Così, riferisce il Guardian, sono allo studio finanziamenti al nucleare e alle altre fonti non fossili di energia attraverso le bollette dei consumatori.
Il Governo sostiene che le bollette rincareranno tutt’al più dell’8% in 10 anni. Secondo i calcoli dell’Office of the Gas and Electricity Markets (l’autorità governativa per l’elettricità), i rincari però potranno arrivare anche al 25%.
Vedete voi se il cuore vi inclina a credere ai ministri inglesi o all’autorità per l’elettricità. E vedete anche se credere al Governo italiano quando promette che con nucleare ci sarà elettricità a buon mercato per tutti.
Sul Guardian bollette dell’energia elettrica più care per finanziare il nucleare

http://www.blogeko.it/2010/bollette-dellenergia-elettrica-piu-care-per-finanziare-il-nucleare-in-inghilterra-e-in-italia/

Con l’abolizione degli Ato, si apre l’ennesimo vuoto normativo

Il Senato ha definitivamente convertito in legge il decreto legge 25 gennaio 2010, n2 conosciuto come decreto enti locali, mantenendo integro l’emendamento presentato dalla Lega che sopprime gli ambiti territoriali ottimali su acqua e rifiuti e bocciando invece gli oltre 200 emendamenti presentati dall’opposizione.
Il provvedimento sopprime quindi gli Ato e sposta invece al 2011 il taglio del 20% delle poltrone degli enti locali previsto in Finanziaria, mentre la riduzione degli assessori comunali e provinciali inizierà dal 2010.
Entro un anno dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale, «sono soppresse le autorità d’ambito territoriale di cui agli articoli 148 e 201 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 e successive modificazioni»: così sta scritto al comma 1-quinquies. Quindi gli atti compiuti dagli Ato dopo quella data saranno da considerarsi nulli. Mentre entro quella data «le regioni attribuiscono con legge le funzioni già esercitate dagli Ato».
Pertanto rimane compito delle regioni non più definirne i confini ma attribuire le funzioni, sino ad ora svolte dagli Ato. Ma non è detto che le regioni optino necessariamente per assegnare queste funzioni alle province, come auspica il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, che ha dichiarato che con la legge approvata ieri «E’ stato raggiunto un obiettivo importante: finalmente si è messa mano, attraverso la soppressione delle Autorità d’ambito territoriale, ad un reale contenimento del numero dei soggetti che operano sul territorio, al di fuori dei livelli di governo costituzionalmente previsti, le cui funzioni, relative alla programmazione e regolazione in tema di acque e rifiuti, possono, tramite le leggi regionali, essere ricondotte in capo alle Province».
L’ambito territoriale ottimale è un territorio su cui sono organizzati servizi pubblici integrati, in particolare quello idrico e quello dei rifiuti, introdotti per i servizi idrici dalla L. 36/94 (legge Galli) e per i rifiuti dal Dlgs. 22/97 (decreto Ronchi) e confermati nel Testo unico ambientale (dlgs 152/2006). Gli Ato sono individuati dalle Regioni con apposita legge (nel caso del servizio idrico integrato con riferimento ai bacini idrografici e dei rifiuti principalmente alle province) e su di essi agiscono le Autorità d’Ambito, strutture dotate di personalità giuridica che hanno il compito di organizzare, affidare e controllano la gestione del servizio.
Proprio le modalità di affidamento del servizio – più volte riviste in successive norme e regolamenti-hanno determinato una inerzia nell’attività degli Ato, in particolare per l’individuazione del gestore del servizio integrato dei rifiuti, che rischia ora di subire un ennesimo ritardo.
Il ruolo di definire a chi attribuire le funzioni tolte agli Ato spetta ancora alle regioni che potrebbero optare per scelte diverse dalle province e addirittura farle rimanere competenza diretta delle amministrazioni regionali.
Come ha prospettato il candidato a governo della regione Toscana, Enrico Rossi, che parlando di Ato aveva annunciato un intervento- qualora eletto – per la definizione di un unico ambito regionale per l’acqua e altrettanto per i rifiuti; una scelta che al di là della personalità giuridica potrebbe rimanere in termini di attribuzione di funzioni. Ovvero potrebbe essere la regione a svolgere le funzioni che sino ad ora sono state attribuite agli Ato.
Qualsiasi saranno le scelte che le regioni andranno a fare nel prossimo anno, resta il fatto che la previsione della soppressione di qui a quella data delle funzioni sino ad ora svolte dalle autorità d’ambito porterà sicuramente una empasse nelle loro attività. Con conseguenze facilmente immaginabili. Si pone infatti il tema di come gestire le gare per l’affidamento del gestore dei servizi, che in alcuni casi sono in fase avanzata e in altri prossime ad essere bandite.
«Siamo al caos- aveva detto Raffaella Mariani, capogruppo Pd in commissione Ambiente della Camera, all’approvazione del decreto legge alla Camera, perché «nell’attesa che ora le regioni legiferino per la nuova organizzazione, c’è un vuoto normativo: chi farà le gare? Chi tutelerà gli enti locali?».

Lucia Venturi
http://www.greenreport.it

«Il cielo sopra Gomorra» di RaiNews24: la verità sui rifiuti tossici sversati a Caserta

Sono trecento i siti di stoccaggio presenti in Campania
Stanziati otto milioni per una bonifica mai iniziata

CASERTA – Il cancro di una terra che si riverbera violentemente sui suoi abitanti. I l problema dei rifiuti tossici sversati nelle zone agricole campane ha fatto sussultare il popolo italiano. Numerose sono state le indagini e le ricerche effettuate da Legambiente e dal sostituto procuratore di Santa Maria Capua Vetere, Donato Ceglie, soprattutto nel territorio casertano, mostrando nuove e terribili scoperte. Recentemente infatti, una lodevole inchiesta mandata in onda da RaiNews24 e chiamata: «Il cielo sopra Gomorra» ha rivelato, in tutta la sua triste drammaticità, la tragica quotidianità che caratterizza la vita dei residenti della zona. Le economafie, impadronendosi del lucroso affare dello smaltimento di rifiuti tossici, hanno reso sterile e contaminato circa un terzo dell’intero territorio casertano.

UN’AGGHIACCIANTE VERITA’ – Il reportage, che indaga in profondità sulle modalità dell’aberrante atto perpetrato nei confronti di questa terra, inizia con l’analisi della discarica tossica sepolta nella cava di Masseria Monti. Il video mostra i diversi macchinari utilizzati dagli addetti ai lavori nella rilevazione di componenti pericolosi del suolo campano, come il magnetometro e la telecamera termica. Come riporta il Corriere di Caserta, il servizio rivela la presenza di amianto, polveri di varia natura, bitumi, materiali ferrosi celati nel sottosuolo agricolo, causa di un’ineludibile quanto rapida diffusione di varie tipologie di carcinoma, che attaccano soprattutto i più giovani. Una realtà dolorosa, ben nota ai maddalonesi, che si manifesta con drammatica evidenza nei fumi nocivi che escono dal sottosuolo o nei milioni di rifiuti stoccati nelle cave abbandonate di Caserta o nei cosiddetti «laghetti», specchi d’acqua creatisi artificialmente dal prelievo di terra e sabbia da utilizzare nell’edilizia, che sorgono in terreni i cui titolari sono, ovviamente, legati al clan dei casalesi.

UNA BONIFICA FINANZIATA E MAI REALIZZATA – Sono mutate in parte le modalità di smaltimento illegale dei rifiuti. Un’esemplificazione è il trasferimento dei materiali chimici e scarti industriali da grossi tir su furgoni più piccoli, che più facilmente possono passare inosservati. Secondo alcune indagini effettuate dall’Arpac, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente in Campania, sono trecento i siti contaminati, mentre sono stati stanziati 8 milioni per bonificare l’intero territorio. Una bonifica che non è mai iniziata, finanziata da una somma che non è sufficiente e che rischia di finire in mano alla camorra. Il video conclude infatti con una indigesta verità, per la quale vi è la possibilità che gli stessi che hanno straziato e violentato questa terra, arricchendosi in maniera sproporzionata, si arricchiranno ulteriormente attraverso le bonifiche.
Redazione online
23 marzo 2010
http://www.corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Rifiuti in Campania, Italia condannata «Messi in pericolo l’uomo e l’ambiente»

L’ACCUSA È DI «NON AVER CREATO UNA RETE ADEGUATA DI RECUPERO E SMALTIMENTO».

La Corte di giustizia Ue accoglie il ricorso presentato dalla Commissione nel 2008: congelati 500 milioni.

MILANO – Italia condannata dall’Unione europea sull’emergenza rifiuti in Campania. L’accusa: «Non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l’ambiente». La Corte di giustizia di Lussemburgo ha accolto il ricorso presentato dalla Commissione europea a luglio 2008. I giudici condannano l’Italia per «non aver creato una rete adeguata e integrata di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti nelle vicinanze del luogo di produzione»: in questo modo, spiega la Corte, «l’Italia è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della direttiva rifiuti». In Campania i rifiuti ammassati nelle strade, nonostante l’assistenza di altre regioni italiane e delle autorità tedesche, dimostrano «un deficit strutturale di impianti, cui non è stato possibile rimediare». L’Italia ha peraltro ammesso, si legge ancora nella sentenza, che «alla scadenza del termine stabilito nel parere motivato, gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali».

LE MOTIVAZIONI – Il ricorso era partito dopo l’emergenza rifiuti del 2007, quando la Commissione ha proposto alla Corte di procedere per inadempimento contro l’Italia, criticando la mancata creazione di «una rete integrata e adeguata di impianti atta a garantire l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti sulla base del criterio della prossimità geografica». La Commissione, come poi confermato dai giudici, riteneva che «tale situazione rappresentasse un pericolo per la salute umana e l’ambiente». Dopo l’avvio della procedura d’infrazione, la Commissione ha inoltre congelato i fondi comunitari destinati alla Campania per circa 500 milioni di euro. Allora il governo italiano aveva chiesto di respingere il ricorso sottolineando come era stato fatto ogni possibile sforzo per arginare la crisi e affermando di aver aumentato il livello di raccolta differenziata, aperto due discariche e costruito inceneritori. Ha inoltre addotto inadempimenti contrattuali e comportamenti criminali, riferisce la Corte di giustizia, indipendenti dalla sua volontà. «Né l’opposizione della popolazione, né gli inadempimenti contrattuali e neppure l’esistenza di attività criminali costituiscono casi di forza maggiore che possono giustificare la violazione degli obblighi derivanti dalla direttiva e la mancata realizzazione effettiva e nei tempi previsti degli impianti» scrivono i giudici nella sentenza.

CONGELATI FONDI – Restano dunque congelati i fondi comunitari destinati alla Campania e bloccati dalla Commissione europea dopo l’avvio della procedura d’infrazione. In ballo ci sono circa 500 milioni di euro, secondo i dati della Regione, di cui 300 della programmazione 2007-2013 e i restanti dei sette anni precedenti, bloccati da Bruxelles a giugno del 2007. L’argomento è stato affrontato giorni fa a Bruxelles nella riunione della commissione petizioni del Parlamento europeo, presieduta da Erminia Mazzoni (Pdl), a cui hanno partecipato rappresentanti delle autorità regionali e nazionali e dei cittadini firmatari di sedici petizioni relative ai problemi ambientali e dei rifiuti a Napoli e in Campania. «Siamo pronti a riconsiderare la decisione quando la situazione sarà cambiata, di fronte a risultati» ha spiegato Pia Bucella, direttrice alla dg Ambiente della Commissione, evidenziando gli elementi essenziali per raggiungere l’erogazione dei fondi comunitari per il settore: la definizione di una «solida programmazione» con un piano di gestione dei rifiuti, un’adeguata rete di infrastrutture per lo smaltimento, affiancato da un rendiconto reale e documentato e il ritorno alla gestione ordinaria. Aspetti su cui Bruxelles ritiene, in massima parte, di non aver avuto le delucidazioni necessarie.

RITORNO ALLA NORMALITÀ – In commissione è toccato a Raimondo Santacroce per la Campania e ad Ettore Figliolia per il governo illustrare i provvedimenti presi dall’Italia. La Regione ha assicurato che è in dirittura d’arrivo un piano capace di consentire il ritorno alla normalità e ha citato un aumento significativo della raccolta differenziata che si attesta al 22%. Di «obiettivi raggiunti» ha parlato anche il rappresentante del governo secondo cui il termovalorizzatore di Acerra sarà in grado di assorbire il 40% della produzione di rifiuti della Regione. «Siamo pronti a documentare quello che diciamo» hanno precisato i rappresentanti italiani. Poco convinte un’eurodeputata inglese del gruppo socialista e una danese dei Verdi, che hanno annunciato una visita in Campania. La presidente di commissione Mazzoni si è detta convinta della necessità di cercare e verificare le soluzioni per scongiurare il pericolo di perdere fondi comunitari. Ora, dopo la condanna della Corte Ue, i fondi potranno essere erogati solo se Bruxelles avrà elementi tali da certificare il ritorno alla normalità in Campania. L’Italia ha trasposto la direttiva rifiuti nel 2006 e, per quanto riguarda la regione Campania, una legge regionale ha definito 18 zone territoriali omogenee in cui si deve procedere alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti urbani prodotti nei rispettivi bacini.

Redazione online
04 marzo 2010