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Claudio Meloni

Mese

gennaio 2010

Diossina nel latte delle mamme che abitano vicino a inceneritore

di Laura Montanari

Il comitato di Montale lancia l’allarme. Tracce della sostanze nei campioni di latte materno di due donne che abitano nel piccolo centro vicino a Pistoia dove è presente l’impianto che bruci i rifiuti. Il sindaco Scatriglia: “Sono preoccupato, occorre fare tutti i controlli”

Il Comitato che si batte contro l’inceneritore di Montale ha lanciato l’allarme: ci sono diossine in campioni di latte materno di due donne che abitano nel piccolo centro in provincia di Pistoia dove è presente l´impianto che brucia i rifiuti. «Sono preoccupato e nelle prossime ore cercherò di capire meglio chi ha fatto questa analisi e dove vivono le donne esaminate dallo studio» spiega il sindaco di Montale, Davide Scatragli.

Il sindaco aggiunge che «naturalmente bisognerà fare tutti i controlli del caso». Sulla stessa linea l´assessore all´Ambiente della Provincia Rino Fragai: «Da due anni abbiamo istituito un osservatorio che tramite la Asl ha il compito di monitorare la situazione da un punto di vista sanitario. L´impianto di Montale è fra i più controllati e non ci è stato segnalato nessun problema particolare». Per questa mattina la Asl ha annunciato una conferenza stampa assieme alla Provincia. Le analisi rese note ieri sono state fatte dal Comitato autotassandosi ed è stato esaminato il latte materno di due donne a una quindicina di giorni dal parto: era l´estate del 2009 quando sono stati eseguiti i prelievi. Le due mamme-campione abitano nell´area cosiddetta rossa, di ricaduta dell´impianto: una zona compresa fra i Comuni di Montale, Agliana e Montemurlo. «Dopo aver ripetutamente sollecitato senza successo amministrazioni e organi competenti ad eseguire controlli biologici e sanitari sulle persone da sempre residenti nelle vicinanze dell´inceneritore – fanno sapere in una nota gli stessi aderenti al Comitato – abbiamo provveduto a nostre spese ad eseguire in un laboratorio accreditato la ricerca di inquinanti ambientali».

Il laboratorio dove sono stati esaminati i campioni allo studio è il Consorzio interuniversitario nazionale di Chimica per l´ambiente di Marghera, in provincia di Venezia. Lo conferma l´oncologa Patrizia Gentilini che spiega: «Gli esami ci dicono che c´è la presenza di diossine e Pcb (policlorobifenili), cioè sostanze tossiche nel latte materno. Di particolare interesse è stato il riscontro di Pcb che in entrambi i campioni di latte presenta un profilo del tutto sovrapponibile a quello già riscontrato nei campioni di carne di pollo esaminati un anno fa dalla Asl e a quelle riscontrate nelle emissioni dell´inceneritore da Arpat e dallo stesso gestore nelle emissioni dell´impianto». Secondo l´oncologa che da tempo segue le vicende di Montale e di altri inceneritori in Italia, questi nuovi risultati «dimostrano che le sostanze chimiche che escono dai camini della struttura per i rifiuti pistoiese si ritrovano nei corpi degli uomini e degli animali».

Il Comitato contro l´inceneritore ha anche sottolineato che «le inopportune affermazioni date a suo tempo dalle istituzioni circa la totale assenza di Pcb nelle emissioni dell´impianto che brucia i rifiuti trovano ora ulteriore smentita sulla base di indagini che i cittadini, di tasca loro, hanno provveduto ad eseguire».

Circa un anno fa scoppiarono allarmi e polemiche quando secondo dati epidemiologici raccolti e studiati dalle Asl 3 e 4 di Pistoia e Prato ed elaborati dall´Istituto zooprofilattico della Toscana e del Lazio emerse che erano presenti diossine e Pcb «in dosi significativamente elevate» in animali (pesce gatto, paperi, anatre…) cresciuti in ambienti liberi, quindi potenzialmente esposti a diverse fonti di inquinamento. Gli animali «abitavano» l´area a ridosso dell´inceneritore, ma non era provato che la causa della presenza di quelle sostanze tossiche fosse colpa dell´inceneritore stesso. Lo studio evidenziava anche che i decessi delle persone in quella stessa area rientravano nella norma eccetto che per alcune patologie come il cancro allo stomaco, negli uomini, e nel diabete per le donne. La Asl promise di approfondire la ricerca per capire se esisteva una causa-effetto tra malattie e impianto. Bisognava indagare su chi fossero i soggetti e dove avessero trascorso gli anni della loro vita.

Nell´impianto di Montale nel 2007 ci fu, in seguito a un incidente causato da una partita avariata di carbone attivo, una fuoriuscita di diossina. Da allora i controlli sono stati potenziati

http://firenze.repubblica.it/dettaglio/Diossina-nel-latte-delle-mamme-vicino-a-inceneritore/1842813

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Rifiuti: Malagrotta prorogata per 2010, ma 50% a impianti

Parroncini: e’ scelta obbligata, Campidoglio dia alternativa.

(ANSA) – ROMA, 13 GEN – E’ ufficiale: la megadiscarica di Malagrotta, a servizio della Capitale, non chiudera’ i battenti neanche nel 2010. La Regione Lazio ha firmato anche quest’anno la proroga, ponendo pero’ un vincolo: che almeno il 50% dei rifiuti conferiti passino per gli impianti di trattamento e non finiscano in discarica ‘tal quale’. ‘La proroga – spiega l’assessore Parroncini – e’ stata una scelta obbligata’. E chiede al Comune di ‘individuare la discarica alternativa a Malagrotta’.
http://www.ansa.it

No agli inceneritori: intervista a Gianni Tamino Il professor Gianni Tamino difende i comitati romagnoli contro il raddoppio degli inceneritori di rifiuti di Ravenna, Rimini e Forlì

Marilena Spataro

Parla con cognizione di causa, il professor Gianni Tamino, ricercatore e docente di Biologia all’Università di Padova, quando affronta il tema dell’inquinamento atmosferico e ambientale provocato dagli inceneritori di rifiuti solidi urbani (RSU). Ha tutte le carte in regola per farlo, non solo come scienziato, conosciuto a livello internazionale, ma anche in base ad una lunga esperienza politica come Parlamentare, dall’’83 al’92, presso la nostra Camera dei Deputati e, dal’95 al’99, al Parlamento Europeo. Presso queste sedi istituzionali, si è sempre battuto a favore della tutela dell’ambiente e della salute, sostenuto non da semplici convinzioni personali, ma da anni di studio e di ricerca scientifica . Oltre a pubblicare su tali argomenti una serie di libri, il Professor Tamino, fra i rari accademici italiani a essere sceso, senza timori, dalla cattedra, non ha esitato a “spendersi”, partecipando in questi anni a conferenze e pubblici dibattiti, là dove i cittadini, costituitisi in comitati per contestare alcune scelte di politica ambientale locale, lo abbiano invitato. A parecchie di queste assemblee ha partecipato anche in Romagna, dimostrando, attraverso minuziose relazioni tecno-scientifiche, la sensatezza dell’ostilità popolare in merito alle scelte di raddoppio degli RSU di Ravenna, Rimini e Forlì o alla nascita di centrali termoelettriche a biomasse (Conselice, Russi) incompatibili con una sana ed incisiva politica ambientale.

Può spiegarci professore, in parole semplici, qual è l’impatto ambientale attualmente prodotto, in termini d’inquinamento atmosferico, dai tre inceneritori di Ravenna, Forlì (Coriano) e Rimini (Raibano) e cosa comporterebbe, come previsto, un loro eventuale raddoppio?
Va considerato che nel loro insieme i tre attuali inceneritori per rifiuti solidi urbani (RSU) di Ravenna, Forlì e Rimini hanno una potenzialità, in base ai dati di Hera, di bruciare 235.000 tonnellate all’anno di rifiuti, pari a oltre 600 ton/giorno (con la prospettiva di raddoppiare questo valore). Ciò significa che, a causa delle reazioni chimiche che intervengono nell’inceneritore (in natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma!) buona parte dei rifiuti si trasforma producendo oltre quattro milioni di metri cubi di fumi al giorno, che contengono un gran numero di inquinanti pericolosi per l’ambiente e per la salute. Un’altra parte dei rifiuti, pari a circa il 30% di quelli in entrata, diventa, invece, ceneri e scorie (cioè 70.000 tonnellate all’anno), classificate come rifiuti speciali, in parte pericolosi, che devono essere smaltiti in apposite discariche.
Gli impianti di incenerimento sono delle fonti di emissioni molto eterogenee (sia in termini qualitativi che quantitativi) perché sono eterogenei i loro combustibili: i rifiuti. Così, tra gli oltre 250 inquinanti che si possono trovare nei fumi, sono particolarmente rilevanti l’anidride carbonica (CO2), gas responsabile dell’effetto serra, e, tra i composti pericolosi per la salute e per l’ambiente, il monossido di carbonio (CO), gli ossidi di azoto (NOx), l’acido cloridrico (HCl), l’anidride solforosa (SO2), i metalli pesanti (in particolare il mercurio e il cadmio), le polveri, le sostanze organiche volatili (COT), gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), le diossine.
Pur rispettando i limiti di legge, indicati da concentrazioni, possiamo affermare che, in valori assoluti, ogni anno questi inceneritori possono produrre circa 216.000 ton. di CO2, 80 ton. di CO, 320 ton. di NOx, 32 ton. di HCl, 160 ton. di SO2, 0,8 ton. di metalli, di cui 80 Kg di mercurio e 80 Kg di cadmio e tallio, 16 ton. di polveri, 16 ton. di COT, 17 Kg di IPA e 170 mg di diossine (TCDD equivalenti). Quest’ultimo valore potrebbe sembrare modesto (solo 170 mg, cioè 0,17 grammi in un anno), ma va tenuto presente che la dose giornaliera per l’uomo è di 2 picogrammi per Kg di peso corporeo. Ciò significa che, considerato che 170 milligrammi all’anno corrispondono a quasi 0,5 mg al giorno, cioè 500 milioni di picogrammi, l’emissione di diossine dei tre inceneritori potrebbe costituire la massima dose giornaliera per una popolazione (calcolando un peso medio di 70 Kg) di tre milioni e mezzo di abitanti, ben più di quanti si trovano nelle tre province considerate. La Commissione Europea ha recentemente denunciato che “l’esposizione a diossine e a PCB diossino-simili supera la dose tollerabile giornaliera (TDI…) in una parte considerevole della popolazione europea”, e la principale causa di emissione di diossine sono gli inceneritori. Inoltre le diossine si accumulano nell’ambiente e passano all’uomo soprattutto attraverso la catena alimentare (verdure, latte, carne ecc.), concentrandosi nel tempo e lungo la catena degli alimenti. Le diossine possono avere effetti sanitari a così basse concentrazioni sia perché cancerogene, ma anche perché in grado di alterare il sistema endocrino (cioè il funzionamento dei segnali ormonali).
Ma anche altri composti emessi dagli inceneritori possono avere effetti tossici e cancerogeni: metalli pesanti, IPA e polveri sottili, soprattutto quelle molto sottili, cioè di dimensioni inferiori ai PM 10 (cioè che hanno dimensioni inferiori a 10 micron, cioè 0,01 millimetri).
Ma altri composti possono provocare piogge acide (NOx, HCl, SO2), mentre altri possono danneggiare flora e fauna (CO, metalli, polveri ecc.).
Naturalmente raddoppiando le quantità di rifiuti inceneriti, anche se si ipotizza un miglioramento tecnologico, non si può che avere un forte incremento di questo già grave inquinamento.

Nella passata legislatura Lei è stato Parlamentare europeo, ha registrato difformità tra le politiche sugli inceneritori messe in atto in Italia e quelle adottate negli altri Paesi dell’Unione?
In passato molti paesi europei hanno fatto ricorso agli inceneritori, ma gli studi sugli effetti ambientali e sanitari delle emissioni hanno portato a ridimensionare il loro uso. Si è visto in particolare che le mucche che pascolavano vicino agli inceneritori producevano latte con alte concentrazioni di diossine. Inoltre la normativa europea ha indicato precise priorità nella gestione dei rifiuti: anzitutto ridurre la produzione, poi riutilizzare i prodotti e gli imballaggi, quindi riciclare i materiali e solo dopo aver esaurito queste possibilità ha senso ricorrere a discariche ed inceneritori. L’incenerimento è risultato in contrasto con la politica di riciclaggio, che va attuata attraverso la raccolta differenziata, perché si tende a bruciare carta e plastica, ad alto contenuto calorifico.
Così mentre nel resto d’Europa si disincentivava la costruzione di nuovi impianti di incenerimento, in Italia si è arrivati ad incentivarli. Infatti in alcuni paesi i contributi sono stati diminuiti (in Inghilterra è meno della metà rispetto all’Italia) o, nella maggior parte dei casi, tolti; ma in Danimarca è stata addirittura introdotta una tassa sull’incenerimento e Olanda e Inghilterra stanno discutendo lo stesso provvedimento. Solo l’Italia, in controtendenza, ha concesso contributi per l’energia elettrica ottenuta dall’incenerimento dei rifiuti, equiparandoli a fonti rinnovabili. Ciò equivale da una parte a incentivare la produzione dei rifiuti, anziché la loro riduzione, e dall’altra parte è in contrasto con la normativa europea che esclude di incentivare la produzione di energia ottenuta dalla plastica, che è di origine fossile (derivata dal petrolio): per questa ragione siamo stati richiamati e sanzionati dalla Commissione Europea per infrazione.

C’è un motivo valido per non chiamarli, da noi, col proprio nome, ma termovalorizzatori?
Solo in Italia gli inceneritori sono chiamati “termovalorizzatori” quando producono energia elettrica (ed in tal caso ricevono incentivi sotto forma o di CIP6 o di certificati verdi). In realtà meglio sarebbe chiamarli “termodistruttori” perché distruggono i materiali riciclabili presenti nei rifiuti e per questa ragione non contribuiscono a produrre energia, ma a perderla. Infatti dell’energia contenuta nei rifiuti solo un decimo diventa energia elettrica, mentre con il riciclaggio se ne può recuperare più del 50%.

In Italia esistono dei finanziamenti pro-inceneritori, in questi giorni si discute di modificare la normativa al riguardo. Secondo Lei è questo un modo valido per scoraggiare questo tipo d’impianti e, quindi, un primo passo verso una politica diversa su questa materia?
Dovemmo avviarci a fare come la Danimarca: togliere gli incentivi e introdurre disincentivi per l’incenerimento, in particolare delle materie plastiche. Mi auguro che il Governo approvi al più presto un provvedimento che escluda gli inceneritori da ogni tipo di finanziamento, almeno a partire da quelli non ancora in funzione.

In tutte le città dove si prevede d’installare o allargare gli inceneritori sono sorti comitati di protesta, così è stato per Forlì, Ravenna, Rimini. Lei ha sempre sostenuto queste iniziative fornendo anche un supporto tecnico-scientifico e partecipando attivamente con interventi in pubbliche assemblee, può spiegarci i motivi di questa sua adesione?
Credo sia doveroso, per chi dispone di alcune conoscenze tecniche, metterle a disposizione di chi si batte per la difesa dell’ambiente, della salute e del futuro dei propri figli. Continuare a produrre sempre più rifiuti e pensare di eliminarli bruciandoli significa compromettere il futuro di noi tutti, alterando l’ambiente in cui viviamo.

Lo scorso anno insieme al comitato “i medici contro gli inceneritori” e al professor Tomatis, Lei è stato ascoltato dalla II Commissione Consiliare del Comune di Forlì in merito all’inceneritore di Coriano e al progetto del suo raddoppio, ci racconta com’è andata e con quali risultati?
Insieme al professor Tomatis e alla dottoressa Gentilini ho cercato di spiegare alla Commissione Consiliare che in natura, pur essendo molto grande (ben maggiore di quanto avviene nelle attività umane), per quantità e qualità, la produzione delle complesse molecole presenti negli organismi viventi, che danno origine all’intera biomassa naturale, non si producono rifiuti, perché con l’energia solare si alimentano cicli biogeochimici, che riciclano continuamente i materiali utilizzati. Se vogliamo garantire un futuro alle nostre produzioni e al nostro ambiente dobbiamo imparare dalla natura: utilizzare energie rinnovabili e riciclare tutti gli scarti e tutti i materiali impiegati. Fondamentale in una fase di transizione è abbandonare l’incenerimento e spingere al massimo le raccolte differenziate, soprattutto con il metodo “porta a porta”.
I risultati non sono facili da valutare, comunque successivamente a quell’incontro in un altro Comune, a Forlimpopoli, è stata avviata una sperimentazione di raccolta differenziata con il sistema “porta a porta”, che ha dato in pochissimo tempo risultati eccezionali (oltre il 70% di raccolta) ed ora la Circoscrizione di Forlì che comprende l’area dell’inceneritore e che è contigua a Forlimpopoli, ha chiesto che tale sperimentazione sia estesa anche a quel territorio.

In questi ultimi mesi si sta diffondendo un allarme generale, che sta generando quasi una psicosi collettiva, a causa del mutamento climatico in atto di cui tutti stanno toccando con mano gli effetti. I mass media si sono tuffati nella notizia, specialmente dopo la relazione, al riguardo, della Commissione Europea. La gente è spaventata, la politica risponde blandamente e in modo contraddittorio. Sono anni che molti di voi, scienziati e studiosi dei problemi ambientali, dicevano che sarebbe accaduto, indicandone le cause. Qualcuno, come Lei, ha persino tentato di farlo capire attraverso l’azione politica, perché solo adesso se ne parla con tanta insistenza?
Centinaia di scienziati convocati dalle Nazioni Unite hanno concordato che la situazione climatica è molto grave: i cambiamenti sono in atto e la responsabilità va cercata soprattutto nelle attività umane. Molti di noi lo andavano dicendo da molti anni, anche nelle sedi politiche (come il Parlamento Italiano o quello europeo) ed oggi abbiamo la conferma di aver indicato correttamente cosa occorre fare: risparmiare energia e materiali, sostituire le fonti energetiche fossili con quelle rinnovabili, non produrre rifiuti, ma solo scarti da riciclare, evitare il più possibile le combustioni (compreso l’incenerimento di rifiuti), responsabili della produzione di gas in grado di alterare il clima.
Finora il mondo politico ha solo dato l’impressione di ascoltare blandamente tali indicazioni, ad esempio approvando il Protocollo di Kyoto (non tutti i paesi però: manca ancora la firma di Stati Uniti e Cina) o parlando di sviluppo sostenibile.
Ma si tratta spesso solo di un po’ di fumo: lo sviluppo sostenibile è diventato l’alibi per fare qualunque cosa, solo aggiungendovi il miracoloso aggettivo “sostenibile” (meglio sarebbe verificare la sostenibilità ambientale e sociale delle azioni economiche e politiche), mentre il protocollo di Kyoto, pur sottoscritto dal nostro paese, è stato totalmente disatteso. Anziché ridurre le emissioni di gas-serra le abbiamo aumentate del doppio di quanto doveva essere la prevista riduzione.
Inoltre i governi discutono più se, entro la fine del secolo, l’incremento della temperatura sarà di 3 o 4 gradi e se il mare si alzerà di 30 o 50 centimetri, mentre il problema è che comunque, più o meno, prima o dopo, gli effetti saranno devastanti, se da subito non si prenderanno i provvedimenti necessari, che il mondo politico sembra riluttante a prendere.

La politica messa in atto dai nostri Comuni, che, da una parte ricorrono sempre più spesso al blocco auto, mentre dall’altra autorizzano l’ampliamento di nuovi impianti che bruciano rifiuti o biomasse nocive alla salute e all’ambiente, è, con tutta evidenza, incoerente. Secondo Lei, questo atteggiamento è frutto d’incapacità oppure è complicitario rispetto a un sistema d’interessi altri?
Purtroppo sindaci, giunte e consigli comunali sono sempre meno in grado di prendere decisioni importanti e utili per la collettività e così si limitano a scelte poco impegnative, ma sostanzialmente inutili. Inoltre delegano sempre più i tecnici a prendere le decisioni che spettano ai politici. Anzi, con la privatizzazione dei servizi pubblici, stiamo addirittura assistendo all’inversione dei ruoli: non sono i Comuni che indicano ai gestori dei servizi cosa fare nell’interesse comune, ma sono le aziende private come Hera che decidono le politiche economiche, sociali ed ambientali dei Comuni, con un risultato che è sotto gli occhi di tutti: decidono le inutili o quantomeno insufficienti targhe alterne un giorno alla settimana per qualche settimana all’anno (ma senza sviluppare un adeguato servizio di trasporti pubblici) e contemporaneamente danno via libera ad impianti di incenerimento dei rifiuti o a centrali a biomasse (che poi risultano molto simili ad inceneritori).

L’intervista è apparsa sul numero di febbraio 2007 della rivista locale Natura e Città, edita da Macro Edizioni.

Cosentino e le 46 telefonate alla camorra

– di Leandro Del Gaudio –

Quelle telefonate non raccontano fatti privati, non affrontano questioni personali. Ma vanno calate in un contesto, riportate in uno scenario storico, in uno spaccato politico e affaristico…

Quelle telefonate – ne sono 46 (24 con Valente, 22 equamente divise per i due Orsi) – non sono prive di rilevanza, ma possibili «conferme dirette» nel corso del procedimento a carico del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino. È la convinzione che ha spinto il gip Raffaele Piccirillo a chiedere alla Camera il via libera per la loro utilizzazione. S’indaga per concorso esterno in associazione camorristica. E da lunedì la richiesta del giudice sarà sulla scrivania di Pierluigi Castagnetti, presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Tocca a lui fissare una data (probabile il 20 gennaio) per rispondere all’istanza napoletana, due mesi dopo il no della Camera all’arresto del coordinatore Pdl in Campania.

La superprotezione politica. È il leit motiv del ragionamento del giudice, il fulcro del cosiddetto «paradigma Cosentino» nelle indagini dei pm anticamorra Alessandro Milita e Giuseppe Narducci. Al di là del narrato dei pentiti – tra cui l’imprenditore di riferimento dei casalesi Gaetano Vassallo – ci sono telefonate considerate dal gip come «conferme dirette» degli interessi di Cosentino nell’intreccio di interessi clientelari ed economici negli anni dell’emergenza rifiuti. Spiega oggi il gip: «Le comunicazioni attestano contatti e frequentazioni tra l’onorevole Cosentino e soggetti dei quali è stato accertato il contributo rilevante e consapevole prestato al clan dei casalesi e a sodalizi vicini». Esplicito il riferimento a Giuseppe Valente, ex presidente del Consorzio Ce4, condannato in primo grado a cinque anni e quattro mesi, e ai fratelli Sergio e Michele Orsi (quest’ultimo ucciso nel 2008), ex imprenditori della società mista Eco4, bollata come «società mafiosa». Il comune da sciogliere Parlando con Valente, secondo il gip Piccirillo emergerebbe il «coinvolgimento dell’onorevole Cosentino in un’attività diretta a proteggere il sindaco di Mondragone Ugo Conte e la sua amministrazione da quello che Valente qualifica come un ”omicidio politico”, riferendosi al possibile scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose». Altro tema battuto dal gip rimanda invece alle conversazioni sul «conferimento degli incarichi all’interno delle compagini consortili interessate dall’indagine». Poi il gip apre un inciso sul «ruolo decisionale del parlamentare»: «Si parla di un ingegnere da coinvolgere in una commissione consortile, della moglie di tale ”omissis”, esperta in materie ambientali; ma anche del peso del parlamentare nella composizione del consiglio di amministrazione della Eco4, il suo intervento per la composizione di un contenzioso tra il Consorzio Ce4 e la Ecocampania dei fratelli Ferraro». Difeso dai penalisti Agostino De Caro e Stefano Montone, Cosentino ha sempre respinto l’accusa di aver favorito imprese in odore di camorra, smentendo il teorema «voti contro favori»: assunzioni, segnalazioni e incontri con imprenditori locali sarebbero pertanto rientrati in una ordinaria condotta politica, finalizzata a difendere gli interessi puliti del proprio territorio.

La discarica di Santa Maria La Fossa. È un capitolo centrale, un altro aspetto dell’inchiesta che sembra trovare appigli nelle conversazioni spedite a Roma. Al telefono ancora Cosentino e Valente – è il 5 luglio del 2002, emergenza rifiuti in corso -, quando il gip «riscontra dalla telefonata l’intervento di Cosentino per un ampliamento dell’area del comune di Santa Maria La Fossa, da espropriare per la realizzazione di una discarica e di una serie di impianti autorizzati dal subcommissario Facchi. Un intervento finalizzato a favorire l’imprenditore casalese omissis». Ma ci sono anche riferimenti indiretti: «Traccia di questo intervento anche nelle conversazioni tra Valente e omissis e con l’ex commissario Claudio De Biasio».

L’autorizzazione illecita. Una vera e propria «direzione politica» sulle strategie di Eco4 e del superconsorzio «Impregeco» viene attribuita al parlamentare anche in relazione all’autorizzazione illecita per l’apertura della discarica di Lo Uttaro. Un affare che, stando alla ricostruzione degli inquirenti, non va in porto grazie all’intervento diretto del ministro all’Ambiente Altero Matteoli. È su questo argomento che si registrano colloqui tra Valente, Sergio Orsi, il subcommissario Facchi, il progettista Orrico e l’ex subcommissario Massimo Paolucci (gli ultimi due estranei all’inchiesta), che evidenziano «la superprotezione politica garantita da Cosentino al progetto». Un gioco di rimandi che fa emergere l’interesse da parte del coordinatore campano del Pdl a «provincializzare» il ciclo di raccolta dei rifiuti, spostandone la gestione dal commissariato di governo. È in questo scenario che si colloca la nascita del superconsorzio Impregeco – realtà bipartisan – che nei piani individuati dalla Procura avrebbe dovuto assegnare un ruolo preminente proprio al parlamentare indagato.

Appuntamenti in stazioni di servizio. Undici telefonate con ognuno dei due fratelli Orsi. Spesso però il parlamentare preferisce «adottare alcune cautele nelle sue interlocuzioni con gli Orsi, quando ad esempio fissa appuntamenti presso stazioni di servizio». Telefonate che potranno servire all’accusa ma anche alla difesa di Cosentino, come scrive lo stesso gip: «Il parlamentare e i suoi difensori potranno trarre, una volta rese utilizzabili le intercettazioni, argomenti difensivi altrimenti preclusi».

Fonte: http://www.reportonline.it/2010011140101/politica/cosentino-e-le-46-telefonate-alla-camorra.html

ALCUNI PUNTI PER LA SEDUTA STRAORDINARIA DELLA COMMISSIONE AMBIENTE
DEL COMUNE DI ROMA – mercoledì 13 gennaio 2010, ore 11, Largo Loria 3

In merito alla seduta straordinaria della Commissione Ambiente del 13
gennaio 2010, poichè la speranza è l’ ultima a morire, noi confidiamo
ancora nella possibilità di ottenere comunicazioni soddisfacenti e decisioni
operative in tempi brevi sui seguenti punti:

1) L’ indicazione ferma di UNA DATA ULTIMA E DEFINITIVA per la chiusura
della megadiscarica dopo cinque anni di proroghe impotenti.

2) In via urgente e immediata, la messa in opera di una strumentazione
efficace e credibile per i controlli ambientali in tempo reale relativamente
al gassificatore e alle sue emissioni, , alla megadiscarica, alla
Raffineria di Roma, all’ inceneritore dei rifiuti ospedalieri, alle cave.
ai depositi di carburante e di gas, alla centrale elettrica, agli altri
impianti concentrati a Malagrotta e, infine, al massiccio traffico
veicolare di mezzi pesanti strettamente collegato a quest’ area industriale,
già dichiarata a rischio di incidente rilevante (D.Lgs. 334/99, “Seveso
II”) ben prima della costruzione del gassificatore.

3) L’ ESIGENZA ASSOLUTAMENTE PRIORITARIA E’ L’ISTTUZIONE DI UN RAPIDO
COORDINAMENTO OPERATIVO FRA LE PRINCIPALI AGENZIE DI RICERCA E
MONITORAGGIO AMBIENTALE DELLA CAPITALE, CON LA CREAZIONE DI UN’
“ANTENNA” A MALAGROTTA. I livelli di inquinamento delle acque
superficiali, delle acque sotterranee, del terreno e dell’ aria sono
infatti riconosciuti in maniera pressochè unanime (le divergenze
riguardano le fonti dell’ inquinamento) e suscitano grande e continuamente
crescente preoccupazione.

4) Il Piano do Assetto per la Riqualificazione dell’ area , messo a punto
dal X Dipartimento del Comune di Roma, non è stato reso pubblico e quindi
ne sono sconosciuti i contenuti e i tempi di attuazione.

5) Lo stesso si può dire della gestione post-operativa della discarica (il
cosiddetto “post mortem” della durata di 30 anni) di cui non si conoscono
né i contenuti, né i tempi di esecuzione, né i costi, né si sa, a
proposito di questi ultimi, a carico di chi saranno.

6) Il programma di monitoraggio delle emissioni del gassificatore che l’
ARPA intende realizzare con la società SME non è conosciuto nei suoi
contenuti né nel grado di evidenza e tempestività pubblica che esso avrà (o
non avrà). In allegato , una sintesi estremamente precisa e valida , a
cura dell’ ing. Piergiorgio Rosso, esperto di sistemi industriali, sui
controlli prescritti ma ancora da verificare per il gassificatore e le
scorie: una situazione che solleva problemi di importanza, urgenza e
potenziale gravità veramente fondamentali.

7) Gli esiti operativi della lettera del Prefetto di Roma alla Regione Lazio
e al direttore regionale della Protezione Civile in data 8 agosto 2008 ,
nella quale si rappresentava “una situazione generale di grave pericolo per
l’ ambiente e la salute dei cittadini che richiederebbe un’ analisi
ambientale globale, che valuti il complesso dell’ impatto generato dai
singoli impianti in una visione unitaria, al fine di poter elaborare un
piano di risanamento e bonifica ambientale…”. La lettera si concludeva con
una precisa richiesta : “Al riguardo si richiedono notizie circa l’
attivazione da parte della Regione Lazio della procedura ai sensi dell’
art. 74 del D. Lgs. 112/98.”

8) Garantire la sicurezza della popolazione rispetto al pericoli di
incidenti rilevanti in aree ad alta concentrazione industriale è un compito
assolutamente prioritario e fondamentale delle amministrazioni pubbliche.
In questo contesto gli adempimenti da osservare sono numerosi a a vari
livelli, primo fra tutti la consultazione della popolazione sui piani di
emergenza esterni, come specificato dal recente regolamento emanato dal
Ministro dell’ Ambiente con il Decreto n. 139 del 24 luglio 2009 (v.
allegato). La creazione di una Consulta ambientale di Malagrotta come
organo consultivo democratico, che avrebbe potuto svolgere un’ azione
positiva di “raccordo”, pur avviata un anno fa, è stata successivamente
lasciata cadere dalle autorità del Municipio XVI.

9) In merito al precedente punto 8 occorre segnalare che Il Piano di
Assetto per la Riqualificazione dell’ area di Malagrotta – Programma
integrato di intervento preparato dal X Dipartimento (v. punto 4)
risulterebbe corredato di mappe sull’uso attuale del suolo e sulla
localizzazione delle attività inquinanti ed a rischio di incidente rilevante
(RIR), con indicazione dei diversi gradi di criticità e letalità delle
diverse zone di Malagrotta. Su 8 impianti a RIR esistenti a Roma 6 si
troverebbero a Malagrotta. Finora non siamo stati messi a conoscenza neanche
del piano di evacuazione esterna che dev’ essere approvato dal Prefetto.

10) Infine, ovvero “last but not least”, se è consentito un americanismo
(appropriato in questo caso), il viaggio del Sindaco Gianni Alemanno a San
Francisco, su invito del Sindaco di quella città, che come noto è all’
avanguardia nel mondo per raccolta differenziata, riciclo e compostaggio. L’
invito è in piedi dal 18 settembre scorso, su iniziativa del prof. Paul
Connett, e con vigoroso appoggio da parte tua. Sarebbe formalizzato
immediatamente non appena il Sindaco di Roma indicasse una sua

disponibilita’. Apparentemente il viaggio di Alemanno a San Francisco non
c’entra per nulla con Malagrotta e la Valle Galeria, ma in realtà esso
rappresenterebbe un segnale forte e innovativo, perfettamente in linea con
il Masterplan dell’ energia per Roma.

Comitato Malagrotta

COMUNICATO STAMPA

COMUNICATO STAMPA
Altro che fine dell’emergenza rifiuti.
Anche quelli che fino a pochi giorni fa hanno applaudito al lavoro del Governo e quindi dei Commissari succedutesi sino ad oggi, dai Sindaci, di destra e di sinistra, al Presidente della Provincia di Napoli, ad autorevoli esponenti politici della Regione, riconoscono che non esiste un piano industriale che consenta alla Regione di uscire dall’emergenza rifiuti e che l’inceneritore di Acerra, ancora in fase di collaudo, non funziona e non è la soluzione, come hanno da sempre sostenuto i cittadini, i comitati, i movimenti che in questi anni si sono opposti alle scelte scellerate perpetrate ai danni della salute e dell’ambiente .
Il Decreto Legge emanato il 17 dicembre 2009 e pubblicato solo pochi giorni fa, rappresenta, infatti, l’ennesima farsa messa in scena ormai da oltre 15 anni a riprova del colossale affare rappresentato dalla gestione Commissariale dei rifiuti i cui costi saranno pagati dai cittadini e i cui effetti ricadranno inevitabilmente sulle fasce più deboli della popolazione.
Escusatio non petita accusatio manifesta, dicevano gli antichi. E avevano ragione!
E’ un’intera classe dirigente a dover fare autocritica e a riconoscere una volta per tutte che in Campania si continuano in materia a contrastare normative nazionali ed europee, con l’aggravante di affidare alle forze dell’ordine funzioni proprie di altri organi sostituendo, come nell’ottocento, all’autorevolezza e alla credibilità delle scelte l’autorità dello Stato di Polizia.
Che fine ha fatto la raccolta differenziata? Si è forse raggiunto l’obiettivo indicato dal Decreto Berlusconi? E di chi le responsabilità

? Dove sono gli impianti di compostaggio? E le Isole ecologiche? Chi trasporta i rifiuti in Campania? Dove finiranno le balle che ancora ricoprono il territorio campano e che dovevano essere smaltite a cura e spese della Fibe? Chi dovrà smaltirle, in quanti anni e chi pagherà? Dove sono le bonifiche? L’inceneritore di Acerra, intanto, completato solo grazie ai soldi dei cittadini, spento e riacceso in continuazione, ancora in fase di collaudo, da chi sarà acquistato? Dalla futura società della Protezione Civile voluta fortemente da Bertolaso o dalla Regione o da entrambe? Ancora una volta, evidentemente con i soldi dei cittadini!
Un Piano di smaltimento presentato in partenza privo di costi pubblici, alla fine mostra il suo vero obiettivo: continuare a far guadagnare una società, cui è stato rescisso il contratto per legge, mentre si avvicina il termine di prescrizione dei reati per i quali si sta, ancora una volta con sperpero di denaro a carico dell’erario, vanamente celebrando un processo.
Noi non ci stiamo a far finta di nulla. Non ci stiamo a subire in silenzio che a nove mesi dall’avvio dell’inceneritore di Acerra i livelli di PM10 nella zona sono stati superati per ben 175 giorni a fronte del limite massimo di 35 giorni all’anno previsto dalla legge e che l’Osservatorio con il quale i controllati hanno nominato i loro controllori il 31 dicembre scorso ha cessato la sua attività.
Facciamo appello alle forze sane del Paese perché facciano sentire alta la loro indignazione di fronte oggi ad una emergenza ancora più preoccupante: quella democratica.
Senza cedere ai balletti pre-elettorali in atto, chiediamo di essere ascoltati dal Presidente dell’ANCI Campania e dai Sindaci per presentare le nostre proposte, con l’ausilio di tecnici indipendenti e di fama internazionale che da tempo si sono offerti, in via del tutto gratuita, per dimostrare che la Campania può uscire dall’emergenza senza discariche di rifiuti indifferenziati e inceneritori ma solo grazie ad una seria e moderna politica di gestione dei rifiuti fondata su riduzione, riuso, raccolta differenziata e riciclaggio e per quella parte minima di residuo impianti a basso impatto ambientale che potrebbero essere accettati dalle popolazioni senza rischi per la salute e l’ambiente.
Potrebbe essere un’occasione irripetibile per ricucire una ferita democratica ancora sanguinante e dare fiducia a quei cittadini onesti e disinteressati che non hanno mai smesso di fare la loro parte.
Comitato contro il mega Inceneritore di Acerra
Per contatti 3358167020

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Rifiuti, linea dura di Maroni: sciolti primi tre comuni

NAPOLI (31 dicembre) – Il Viminale conferma la linea dura: i sindaci risultati inadempienti sull’adozione dei provvedimenti idonei ad arginare l’emergenza rifiuti devono andare a casa. Dunque, vanno rimossi, così come richiesto dal sottosegretario Guido Bertolaso che nelle settimane scorse aveva inviato al ministero dell’Interno
un elenco con la posizione di nove comuni a rischio (Maddaloni, Castelvolturno, Casal di Principe, Casaluce, San Marcellino, Trentola Ducenta, Aversa, Nola e Giugliano).

Ma sul punto – come precisato dallo stesso ministro dell’Interno Roberto Maroni qualche giorno fa – «ogni decisione in merito spetta esclusivamente al Viminale». Ecco perché i dossier vengono in queste ore presi attentamente in esame dal ministro, caso per caso. E proprio in queste ore sono arrivati i primi verdetti.

Il Viminale pertanto, conclusa l’istruttoria, si è pronunciato per la rimozione del sindaco di Maddaloni Michele Farina (centrosinistra), analogo provvedimento è stato adottato anche per le posizioni dei sindaci di Castelvolturno (centrosinistra, dove peraltro il sindaco, Francesco Nuzzo, magistrato, si è già dimesso proprio in polemica aperta con l’iniziativa di Bertolaso) e Casal di Principe (Cipriano Cristiano, centrodestra).

http://www.ilmattino.it

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