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Claudio Meloni

Mese

novembre 2009

«Gigino ‘o drink», quel killer-manager con i soldi pubblici

Le mani dei boss sulla Eco4 a capitale misto

DAL NOSTRO INVIATO NAPOLI — «Il primo appalto venne gestito direttamente da Panzone, soprannome con il quale indicavamo Francesco Bidognetti». «Mio cognato mi indicò in Gigino ‘o drink il vero titolare della Eco4». «In posizione apicale nell’organigramma del nuovo consorzio si manifestava la presenza di Emilio Di Caterino detto Capa grossa, testa grossa». I soprannomi dei personaggi citati dai pentiti non sono folklore, tutt’altro. La storia più tremenda contenuta nella richiesta di arresto dell’onorevole Nicola Cosentino è infatti quella di Eco4, un’azienda a capitale misto che il giudice ha definito «pura espressione della criminalità organizzata».

Dietro questa frase c’è la rottura di un ultimo diaframma, la dimostrazione della porosità della Pubblica amministrazione in terre disordinate come queste. La «Ati Flora Ambiente» dei fratelli Michele e Sergio Orsi, diretta emanazione del potere di Cicciotto ‘e mezzanotte, ovvero Francesco Bidognetti, «il panzone», rappresentava il 49% della nuova creatura, la parte privata. Il socio di maggioranza (51%) era invece il Consorzio di bacino Ce4, con sede legale a Sessa Aurunca (Caserta), costituito da 20 comuni della provincia. Le sue finalità, dettate dallo statuto, sono la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Un ente pubblico, il più ricco della zona. Oltre alle tasse ordinarie provenienti dai paesi che ne facevano parte, all’epoca riceveva fondi dalla Prefettura e dal Commissariato straordinario ai rifiuti per il mantenimento delle due discariche presenti sul territorio di sua competenza. Ma nella nuova società, la cosa pubblica era gestita dalla camorra in prima persona. A cominciare dagli spazzini, decine di loro erano affiliati del clan La Torre, fino alle posizioni apicali. Il direttore del personale di Eco4 era Luigi Fragnoli, figlio del capozona del più potente clan di Mondragone, poi arrestato nel giugno 2008 dalla procura di Napoli.

Secondo il pentito Gaetano Vassallo, l’amministratore di Eco4, ripagato con regolare stipendio era Luigi Guida, Gigino ‘o drink a causa del suo amore per gli aperitivi. «Decideva gli appalti e indicava quale direzione dare agli affari». Da giovane si è fatto le ossa nelle guerre tra i clan napoletani del centro storico. Zoppo da una gamba, eroinomane. Durante una vacanza forzata al mare, conosce Francesco Bidognetti, e si guadagna la sua fiducia entrando nel mondo dei casalesi. I magistrati della Dda fanno un po’ di fatica a tenere la contabilità che lo riguarda: gli vengono attribuiti 7 omicidi nel capoluogo e un’altra decina nel casertano. Pistola, mitra, coltello, un paio di strangolamenti. Se i padroni occulti di Eco4, tramite i fratelli Orsi, sono indicati in Cicciotto Bidognetti e Sandokan Schiavone, leader indiscussi dei casalesi resi famosi da Gomorra, Emilio Di Caterino, classe 1975, detto Emiliotto o capa grossa, era un manager gratificato di regolare busta paga. Ebbe una certa fama per il suo legame con il sanguinario Giuseppe Setola, il capo delle «schegge impazzite» che massacrò — tra gli altri — sette extracomunitari a Castelvolturno. Meno celebri gli omicidi firmati da giovanissimo, durante la guerra tra i clan di Villa Literno. Non certo un colletto bianco come Vassallo, ma comunque capace di gestire con una certa sapienza il settore degli «storni», la distrazione di fondi pubblici per i rifiuti a favore di soggetti privati, i Bidognetti. Attività che in un biennio aveva fruttato al clan qualcosa come 6 milioni di euro. Soldi di tutti, gestiti da Gigino, Panzone, e gli altri. Non si tratta di folklore. E’ lo stato delle cose.

Marco Imarisio
12 novembre 2009
http://www.corriere.it

Certificati sotto accusa – Quelli verdi italiani deferiti alla Corte europea di giustizia

Bruxelles, 23 novembre – La Commissione europea ha deciso di deferire l’Italia davanti alla Corte di giustizia per il mancato riconoscimento dell’origine di certificati verdi a garanzia della produzione di elettricità da fonti rinnovabili, importata da altri stati membri.
Il nostro paese ha un regime dove i fornitori di elettricità sono obbligati a possedere i certificati verdi, cioè la garanzia di provenienza da fonti green, per una determinata quota dell’elettricità prodotta. I fornitori che importano l’energia elettrica possono essere però esentati da quest’obbligo se invece ne dimostrano la provenienza da altri Stati membri.
Diverse aziende hanno denunciato il fatto che l’Italia abbia rifiutato di riconoscere le garanzie di origine da Francia, Grecia e Slovenia per l’energia rinnovabile prodotta nel 2005.
Dopo un’indagine, la Commissione europea ha ritenuto questo rifiuto ingiustificato. Secondo Bruxelles, l’Italia non è riuscita a dimostrare la minore affidabilità di queste garanzie acquisite nel 2005.
http://www.e-gazette.it

Le immagini dell’orrore

Clamoroso e inquietante video diffuso da Simona Ricotti e Alessandro Manuedda: rifiuti e polveri movimentate all’aria aperta dentro Tvn e portate chissà dove. La Procura della Repubblica sta indagando

CIVITAVECCHIA – Dopo le foto il video. E le immagini che, dopo quelle della scorsa settimana, arrivano oggi dal cantiere di Torre Valdaliga Nord sono ancora più inquietanti. A diffonderle sono stati questo pomeriggio il Consigliere comunale Alessandro Manuedda e l’esponente del Forum Ambientalista Simona Ricotti, la cui denuncia è di quelle che fanno rabbrividire e che impongono, stavolta, una presa di posizione chiara e inappellabile da parte dell’Enel e del Comune; soprattutto nel momento in cui la Procura della Repubblica ha aperto una indagine sul video in questione e su quanto da esso è possibile vedere: mucchi di rifiuti, di qualunque tipo, in un’area non precisata ma comunque interna al cantiere della centrale e movimentazione di merci, polveri e sostanze in gran quantità e in totale assenza di sicurezza ambientale. Il video non è databile, ma le semplici immagini bastano ad accertare una palese violazione di legge da parte dell’Enel: la movimentazione di rifiuti, polveri e sostanze in ambiente aperto all’interno del cantiere, quando sia la Valutazione di Impatto Ambientale che la conferenza dei servizi per l’aggiornamento dell’Autorizzazione Integrata Ambientale impongono espressamente all’azienda elettrica che ogni operazione di materiale avvenga in ambienti chiusi e senza alcuna dispersione atmosferica. A questo dato di fatto si affianca poi un interrogativo, allarmante e che necessita chiarimenti, laddove nelle immagini si vedono chiaramente dei camion raccogliere ingenti quantità di materiale e polveri e trasportale via dal cantiere.
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Il video infatti, come già le foto pubblicate dalla nostra Redazione, è giunto a Simona Ricotti in forma anonima per essere poi consegnato dalla stessa alla Procura. Ritengo che queste immagini, come le foto pubblicate da Centumcellae News, possano essere state realizzate soltanto da qualcuno che opera ed ha libero accesso dentro la centrale – ha proseguito la Ricotti – dunque da qualche lavoratore che comincia finalmente a preoccuparsi delle condizioni di sicurezza ambientale in cui è costretto ad operare, tanto da denunciare quello che avviene all’interno del cantiere di Tvn. Il fatto poi che lo faccia in forma anonima dimostra come in centrale regni un clima di intimidazione ormai inaccettabile. L’invito che facciamo a chi può avere altre notizie su questi gravissimi fatti, dunque, è quello di uscire allo scoperto e di collaborare alle indagini>.
Chissà che nel frattempo anche Comune ed Enel si sveglino.
Marco Galice

il link del video
http://www.centumcellae.it/orrore/

Comunicato stampa, Vice Presidente del Consiglio, gruppo PRC Municipio XVI

 Malagrotta,  Ortu (PRC): “Discarica di Malagrotta  aperta per altri cinque anni. No del Municipio”

“Il Municipio Roma XVI ha votato, ieri, un documento che, con nettezza, si oppone a qualsiasi ipotesi di proroga ulteriore per la discarica fuorilegge di Malagrotta. Il Comune e l’AMA parlano di altri 5 anni di conferimento dei rifiuti di Roma e del Vaticano a Malagrotta, noi, insieme ai cittadini, diciamo no”.
Lo dichiara in un comunicato stampa il Vice Presidente del Consiglio del Municipio Roma XVI, Massimiliano Ortu.
“Come se non bastasse, a parte qualche dichiarazione estemporanea, nessuno smentisce ufficialmente, che la nuova discarica di Roma verrà ubicata nel Municpio XV a poche centinaia di metri da Malagrotta. I nostri quartieri hanno già pagato il prezzo di una gestione del ciclo dei rifiuti fallimentare, tutta rivolta a favorire la costruzione degli inceneritori e all’apertura di nuove discariche. Sembra che le varie giunte di Comune e Regione, succedutesi in questi anni, siano accomunate dall’incapacità o dalla “non volontà” di porre fine alla devastazione ambientale della Valle Galeria, sulla quale l’Unione Europea, proprio in questi giorni, sta riavviando procedure di vigilanza.”

All’Elba, pesci morti nelle reti dei pescatori

di Andrea Palladino.
È il cinque luglio scorso. Il battello della Ong tedesca Green Ocean ha appena avvistato la nave tedesca Toscana – battente bandiera maltese – mentre getta almeno un container in fondo al mare, di fronte all’isola d’Elba. Passano appena 48 ore e i pescatori di Marciana vedono i pesci morire. Forse un caso o, molto probabilmente, l’ulteriore conferma che il crimine ambientale delle navi dei veleni non è una leggenda dei mari. La denuncia arriva direttamente da chi ha avvistato il mercantile armato di gru, alle prese con i movimenti sospetti di containers al largo della costa toscana. «Ho parlato con i pescatori – racconta Robert Groitl, comandante della nave Thales della Green Ocean – e mi hanno confermato tutto». Non solo. Fino a qualche settimana fa «anche i pescatori di Livorno hanno raccontato che nei giorni successivi all’individuazione della nave Toscana nelle loro reti hanno visto molti pesci morti».
Almeno uno dei container abbandonati probabilmente dal Toscana è ora a 120 metri di profondità, a nord dell’Elba. È stato individuato dalla nave Alliance della Nato, intervenuta su richiesta dell’Ente parco dell’Arcipelago toscano, guidato da Mario Tozzi. La moria della fauna marina è ora il sintomo preoccupante dell’eventuale presenza di rifiuti tossici all’interno del contenitore gettato in mare. Un allarme che ovviamente dovrà essere confermato da analisi mirate e urgenti. «Ma qualcuno ha effettuato dei prelievi dell’acqua? Qualcuno ha analizzato il pescato», chiede Robert Groitl.
Il ricercatore della Green Ocean il mare lo conosce bene. Conosce anche molto bene il mondo della navigazione, essendo stato capitano di mercantili. «Accade molto spesso di vedere buttare in mare rifiuti tossici – racconta – è una cosa comune. Qualcuno paga molto bene l’equipaggio, fa caricare i container per scaricarli in mare». Quello che colpisce è però il luogo scelto. In un recente reportage della televisone franco-tedesca Arte sono state mostrate le immagini di navi europee che scaricavano centinaia di bidoni al largo dell’Atlantico, dove le fosse oceaniche raggiungono profondità altissime. Perché dunque puntare sul Tirreno? «Dipende dalla rotta, chiaramente», spiega Robert Groitl. «La posizione della zona a nord dell’Elba – continua – è poi ideale, perfetta. Ci sono tanti residui della guerra, bombe, aeroplani, sommergibili, c’è tanta roba sott’acqua in quella zona, relitti segnati sulle carte nautiche». Come al largo della Calabria, dove la storia del relitto di Cetraro – ancora da chiarire in molti aspetti – è stata chiusa dal ministero dell’Ambiente spiegando che si trattava per l’appunto di una nave affondata nel 1917. «Se buttano qualcosa vicino ai vecchi relitti gli strumenti si confondono – continua il racconto il ricercatore tedesco – è difficile individuare container o fusti». È come il famoso racconto di Poe, la lettera rubata: per far sparire qualcosa devi metterla magari in evidenza, ma dove però nessuno andrebbe a cercare.
Ora sappiamo che in un punto individuato da una nave della Nato c’è un container probabilmente buttato a mare dall’equipaggio della nave Toscana, intestata all’armatore tedesco Bertling FH, come risulta da un’ispezione della nave effettuata in Lituania lo scorso luglio; sappiamo che in quella zona starebbero morendo dei pesci, come raccontano alcuni pescatori. E sappiamo che chi ha buttato quel container ha cercato di speronare il battello degli ambientalisti tedeschi mentre cercavano di fotografare l’operazione. Il ministero dell’ambiente non ha, però, ancora attivato nessuna procedura d’intervento, perché «ad oggi non è stato ancora avvisato», spiega il portavoce del ministro Stefania Prestigiacomo. Eppure la Capitaneria di Porto è stata subito allertata e immediatamente, già a luglio, si è attivata inviando una relazione alla Procura di Livorno. L’inchiesta dei magistrati è già partita da questa estate con l’acquisizione del materiale fotografico realizzato dall’equipaggio della Thales. E la stessa capitaneria, subito dopo la segnalazione, cercò di raggiungere il mercantile, intervenendo immediatamente. All’appello manca solo il ministero della Prestigiacomo, che, d’altra parte, a Cetraro è intervenuto dopo un mese e mezzo dal ritrovamento del relitto. La Ong tedesca sta seguendo da vicino l’intera vicenda, anche perché in Germania la storia delle navi dei veleni non è passata innosservata. Robert Groitl – che per primo denunciò il caso – è stato minacciato direttamente, subito dopo l’avvistamento del Toscana. «Mi sono arrivate due o tre telefonate anonime – racconta – dicendomi di stare zitto, di fare attenzione alla mia nave, e alla mia vita». Chi organizza i traffici criminali di rifiuti sa che in questi casi il silenzio e le coperture sono essenziali.
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Cinque domande, un silenzio colpevole

Il manifesto ha iniziato a riprendere la storia delle rotte dei veleni il 5 settembre 2009, in un reportage sulla discarica di Borgo Montello, in provincia di Latina. Questa zona a pochi chilometri da Roma, dove secondo alcuni collaboratori di giustizia i casalesi hanno interrato per anni rifiuti pericolosi, ha una vocazione agricola. È una sorta di giardino dove vengono coltivati ortaggi, frutta, uva da vino. Pochi mesi fa l’Arpa Lazio (Agenzia regionale per la protezione ambientale), ha scritto che la falda acquifera è contaminata. Bene, il sospetto era – ed è – che qui siano finiti una parte di fusti con rifiuti pericolosi trasportati alla fine degli anni ’80 da alcune navi dei veleni.
Il ritrovamento, ieri, di un container sul fondo del mare toscano aggiunge un altro tassello alla nostra ricostruzione. E, qualora fosse appurato che si tratti di rifiuti tossici, sarebbe la dimostrazione di quello che stiamo cercando di dimostrare: il «caso» non si ferma al relitto di Cetraro e quella che stiamo riprendendo non è solo una storia del passato, ma uno scempio che continua ancora oggi.
Il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140 “grandi marche”, ovvero dal gotha del sistema industriale italiano, come abbiamo raccontato e documentato nei giorni scorsi. E quella stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato vediamo all’opera le peggiori mafie – camorra e ‘ndrangheta – si è poi allargata e specializzata nel corso degli ultimi anni. Ci sono almeno cinque questioni che aspettano una risposta.
Le cronache più recenti parlano di settori dell’Enea alleati con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto (inchiesta su discarica di Pomezia, 2009); abbiamo assistito alla gestione di immense discariche nel biutiful cauntri dei casalesi; abbiamo scritto di come società di grandi dimensioni bruciassero di tutto senza nessun controllo negli inceneritori. Sono pezzi della stessa storia, che prosegue dagli anni ’80, da quando le navi italiane portavano in giro per il mondo gli scarti delle nostre industrie.
Per questo continueremo a parlare su queste pagine di navi dei veleni. Ci sono domande che da mesi aspettano una risposta dal governo. Tasselli di un unico disastro ancora avvolti da una fitta rete di reticenze politiche e istituzionali. Le elenchiamo, sperando che qualcuno un giorno riuscirà a sbrogliare la matassa e a dare qualche risposta. Eccole.
1)
Il 5 settembre abbiamo chiesto alla Protezione civile di sapere dove sono stati smaltiti i 10.500 fusti tossici riportati in Italia dalla nave Zanoobia nel maggio del 1988. La protezione civile fino ad ora non è stata in grado di rispondere. Chiediamo dunque al ministro dell’ambiente: il governo è in grado di spiegare come e dove sono stati smaltiti i rifiuti tossico-nocivi rientrati in Italia tra il 1988 e il 1989?
2)
Il ministro Carlo Giovanardi nel 2004 dichiarò in Parlamento: «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d’armi. (…) Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei». Quali sono questi paesi che sono stati coinvolti nel traffico internazionale di rifiuti?
3)
Il 24 gennaio del 2006 l’allora sostituto procuratore della Repubblica di Paola Francesco Greco riferì davanti alla commissione bicamerale sui rifiuti che era stato individuato al largo di Cetraro un relitto della lunghezza di 126 metri circa. Dopo ulteriori informazioni acquisite dal Procuratore di Paola Bruno Giordano, l’assessore regionale della Calabria Silvio Greco ha scritto il 14 maggio 2009 al ministro dell’ambiente chiedendo un intervento per lo studio del relitto. Perché in questi quasi quattro anni il Ministero dell’ambiente non ha mai approfondito quanto comunicato dalla Procura di Paola fin dal gennaio 2006?
4)
Nella stessa seduta del gennaio 2006, il pubblico ministero Francesco Greco affermò che non era riuscito ad ottenere informazioni precise dalle Capitanerie di Porto sui relitti presenti al largo di Cetraro e che in alcuni casi era stato opposto il segreto militare. Risulta al ministro che esista un segreto di stato o militare sui relitti presenti sui fondali del mare della Calabria? E’ stato mai apposto il segreto sulla vicenda delle navi dei veleni? E’ vero che la Guardia Costiera non fornì le informazioni chieste dalla Procura di Paola, come sostiene il magistrato Francesco Greco?
5)
Nel maggio del 2007 un imprenditore di Fondi (Latina), Massimo Anastasio Di Fazio, poi arrestato con l’accusa di usura con modalità mafiose, annunciò di aver concluso un accordo con la Liberia per l’esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro. Secondo quanto riportato dal sito dell’emittente locale canale sette, all’accordo avrebbe partecipato anche l’ex sindaco Luigi Parisella. Oggi riportiamo poi la storia dei container buttati in mare da navi tedesche, solo quattro mesi fa. Risulta al ministro dell’ambiente che esistono oggi accordi per l’esportazione di rifiuti pericolosi da parte di aziende italiane verso l’Africa? Quali procedure di controllo dei nostri mari vengono attuate per bloccare lo scarico di rifiuti da parte di navi mercantili?
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