Cerca

Claudio Meloni

Mese

ottobre 2009

TIA rimborsi compensati

Un emendamento al dl 135 risolve i problemi originati dalla Consulta

L’addizionale ex Eca annulla l’Iva da restituire

Tariffa rifiuti senza Iva ma con addizionale ex Eca. È questo il senso dell’emendamento presentato dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Pdl) al disegno di legge di conversione del dl n. 135/2009, attualmente in discussione presso la Commissione bilancio del senato. Lo scopo dell’emendamento all’art. 20 del dl è quello di arginare la voragine apertasi nei bilanci dei comuni, e dei loro enti gestori, dopo che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 238/2009, ha riconosciuto la natura tributaria alla tariffa igiene ambientale (Tia) e, quindi, la sua esclusione dall’Iva. L’emendamento Bonfrisco chiarisce preliminarmente che non solo la tariffa igiene ambientale di cui all’art. 49 del dlgs n. 22/1997- ma anche la futura tariffa per la gestione ambientale (prevista dall’art. 238 del decreto ambientale n. 152/2006) sono escluse da Iva. Vengono così integralmente recepite le conclusioni alle quali è pervenuta la Consulta con la sentenza n. 238/2009. Il provvedimento al vaglio del senato, partendo dal presupposto che la Tia ha natura tributaria, riconosce l’applicabilità dell’addizionale ex Eca, nella misura del 10% anche nel caso in cui la tariffa non venga riscossa, dal comune o dall’ente gestore, con il sistema del ruolo (cioè della cartella di pagamento). L’ex Eca è un addizionale che fu istituita dal rdl n. 2145/1937 per la costituzione di un fondo ad integrazione dei bilanci degli enti comunali di assistenza da applicarsi alle imposte, tasse e contributi comunali e provinciali riscuotibili per ruolo. Per effetto della soppressione degli enti comunali di assistenza, nonché per l’abrogazione dei trasferimenti alle province finanziate con l’addizionale, i proventi della stessa vennero introitati dallo stato per essere, dall’1/1/1996, nuovamente devoluti ai comuni dal concessionario della riscossione (art. 3, c. 39, legge n. 549/1995). Essendo stato chiarito che la Tia è un tributo comunale (peraltro riscuotibile a mezzo ruolo), ne deriva l’applicabilità dell’ex Eca che il comma 2 dell’art. 20-bis esplicita essere dovuta, nella misura del 10%, anche qualora l’ente gestore utilizzi modalità di riscossione diverse dalla cartella di pagamento (es. riscossione diretta). Posto che la Tia deve essere maggiorata del 10% a titolo di addizionale ex Eca (che gli utenti non hanno pagato in quanto mai addebitata dai gestori) ma deve essere esclusa dall’Iva (che gli utenti hanno invece corrisposto nella misura del 10%), il comma 3 dell’art. 20-bis prevede una compensazione automatica tra i due tributi, specificando che gli enti gestori non dovranno procedere al rimborso dell’Iva eventualmente richiesta dagli utenti privati o con un regime di detraibilità dell’Iva parziale. Per quanto concerne i soggetti (imprenditori e professionisti) che hanno invece portato in detrazione l’Iva per intero, viene esclusa la compensazione con l’ex Eca, in quanto, essendo fatti salvi i comportamenti adottati sino all’entrata in vigore dell’emendamento, resterà valida la detrazione Iva operata e pertanto tali soggetti saranno privi di interesse giuridico a richiedere al gestore il rimborso di un’Iva legittimamente decurtata. Inoltre, vengono fatti salvi i comportamenti adottati dai gestori che avevano assoggettato a Iva i corrispettivi portandosi in detrazione l’imposta sugli acquisti.
ItaliaOggiNumero 249 pag. 39 del 20/10/2009

Di Maurizio Bonazzi

Nove indagati per l’appalto alla Jacorossi

Bassolino e il prefetto Pansa sott´inchiesta per le bonifiche
venerdì, ottobre 16, 2009
Nell´inchiesta bis sulle bonifiche compaiono formalmente i nomi dei primi indagati: sono nove, fra questi il governatore ed ex commissario straordinario Antonio Bassolino, l´ex subcommissario Raffaele Vanoli, il prefetto ex ed commissario delegato per l´emergenza rifiuti Alessandro Pansa, l´ex subcommissario alle bonifiche Arcangelo Cesarano, l´imprenditore Ovidio Jacorossi. La Procura indaga sull´accordo integrativo al contratto siglato nel novembre 2007 con la società Jacorossi per la bonifica dei siti inquinati. Nei giorni scorsi i magistrati hanno chiesto al giudice altri sei mesi di tempo per effettuare tutti gli accertamenti sui risvolti dell´atto. La richiesta di proroga delle indagini preliminari è stata già recapitata ad alcuni indagati. Altri, come il governatore Bassolino che in questa settimana era negli Stati Uniti per i festeggiamenti del Columbus day, non hanno ricevuto l´avviso. Nelle richieste già notificate sono comunque indicati i nomi di tutti i destinatari e la difesa è già al lavoro per individuare le contromosse. Qualcuno, come previsto dalla legge, ha presentato opposizione ritenendo che la Procura abbia già avuto a disposizione un periodo di tempo sufficiente per compiere le verifiche.
Il fascicolo è delegato alla Guardia di Finanza e coordinato dal pm Ettore La Ragione, del pool Mani Pulite guidato dal procuratore aggiunto Francesco Greco, al quale si è affiancato proprio di recente il pm Henry John Woodcock. Per l´ex pm che a Potenza si tratta dunque della prima inchiesta di rilievo da quando è in servizio al Centro direzionale. L´ipotesi investigativa configura l´attribuzione alla Jacorossi di commesse pubbliche con conseguente vantaggio patrimoniale in violazione delle norme. La fase assolutamente iniziale delle indagini impone cautela prima di esprimere qualsiasi giudizio in ordine a eventuali responsabilità dei singoli che potranno essere accertate solo all´esito del procedimento. In particolare, la posizione di Pansa appare piuttosto defilata, tenuto del fatto che il prefetto si accingeva, proprio nei giorni durante i quali fu sottoscritto l´accordo, a lasciare l´incarico di commissario delegato, ufficio che sotto la sua gestione non aveva competenza in materia di bonifiche. Anche per gli altri indagati l´avviso costituisce un atto “a garanzia” in vista degli approfondimenti che saranno svolti dagli inquirenti.
Appare evidente però la volontà dei magistrati di approfondire i risvolti del contratto, che prevedeva anche l´assorbimento di oltre 360 lavoratori socialmente utili. Nei giorni scorsi, la Procura ha delegato alla Guardia di Finanza l´acquisizione di documenti, atti e resoconti di lavori parlamentari che saranno allegati al fascicolo. In Procura è stato sentito come “persona informata dei fatti” l´assessore regionale al Lavoro Corrado Gabriele, di Rifondazione comunista. Davanti ai magistrati potrebbero essere ascoltati anche altri esponenti politici, come l´ex presidente della commissione Ambiente del Senato, Tommaso Sodano, e il deputato del Pdl Paolo Russo, che ha presieduto la commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti. È fissata per il 23 ottobre prossimo davanti al giudice Anna Laura Alfano invece l´udienza preliminare fissata nei confronti di tredici imputati (dodici persone fisiche e la società Jacorossi) a conclusione di un diverso filone d´indagine (dove non sono coinvolti gli indagati del procedimento affidato ai pm Woodcock e La Ragione) relativo a presunti illeciti nella gestione di rifiuti provenienti da alcuni comuni del litorale domizio flegreo e dell´agro aversano. Attività effettuata dalla Jacorossi in base a una convenzione stipulata nel 2002 con il commissariato per le emergenze e le bonifiche. Questo capitolo investigativo è stato condotto dai pm Fabio Di Iorio e Maria Cristina Gargiulo. Gli inquirenti ipotizzano il reato di traffico illecito di rifiuti nei confronti di dipendenti della società, Jacorossi dirigenti di impianti di smaltimento e cave. In base alla legge del 2001, il rinvio a giudizio è stato chiesto anche nei confronti della persona giuridica Jacorossi con riferimento al reato di truffa contestato ad alcuni imputati. Tutti gli imputati hanno respinto energicamente le accuse. In questa vicenda figurano come persone offese anche la Regione Campania, il commissariato per le bonifiche e il ministero dell´Ambiente. La richiesta di rinvio a giudizio è stata firmata anche dal procuratore Giandomenico Lepore.
di Dario Del Porto da la Repubblica Napoli

Tia dall’Iva all’Eca… ma i problemi sono sempre gli stessi

Lucia Venturi ________Una sentenza della Corte Costituzionale dello scorso 24 luglio ha stabilito che per il servizio di gestione dei rifiuti, la tariffa non deve essere soggetta ad Iva (calcolata ad oggi al 10%), perché da considerarsi non un servizio dovuto a contratto ma una tassa che, di per sé, non si qualifica mai come corrispettivo di un servizio . Una questione che coinvolge ben 17 milioni di cittadini e tutti gli operatori che gestiscono il servizio dei 1193 comuni che hanno abbandonato la tassa per la tariffa. La domanda che si è subito levata è stata infatti quella relativa alla possibilità, per i cittadini, di chiedere rimborsi su quanto versato, ma che da parte dei gestori del servizio e dei comuni veniva rimandata direttamente all’agenzia delle entrate dove i provenenti dell’Iva erano stati versati. Si tratta di non pochi milioni di euro che l’Erario dovrebbe restituire ai contribuenti con una retroattività di cinque anni. In attesa di una risposta ( a meno che non si debba considerare questa una risposta) arriva adesso un emendamento al disegno di legge di conversione del dl 135/2009, attualmente in discussione alla commissione Bilancio del Senato. Lo ha presentato la senatrice Anna Cinzia Bonfrisco (Pdl) e parte dall’assunto che la tariffa debba essere esclusa dall’assoggettamento ad Iva, così come stabilito dalla sentenza della Corte, ma anche dal presupposto che, invece, la Tia ha natura di un tributo comunale; quindi l’emendamento rispolvera una veccia addizionale, l’Eca, e propone di applicare questa nella misura del 10% al posto dell’Iva anche nel caso in cui la tariffa non venga riscossa, dal comune o dall’ente gestore, con il sistema del ruolo (cioè della cartella di pagamento). L’ Eca è un’addizionale che risale ai tempi della monarchia, fu istituita infatti con il regio decreto 2145/1937, pensata per costituire un fondo ad integrazione dei bilanci degli enti comunali di assistenza. L’eca veniva applicata alle imposte, tasse e contributi comunali e provinciali riscuotibili per ruolo, sino a che gli enti comunali di assistenza non vennero soppressi e sino a che non venne abrogato il trasferimento alle province di questa addizionale. Un prelievo che non si era comunque perso, ma che era andato direttamente allo Stato sino al 1996, quando con una nuova legge lo girò ai comuni. L’artificio pensato dalla senatrice Anna Cinzia Bonfrisco (Pdl) è allora quello di maggiorare la Tia del 10% come addizionale exEca, escludendola dall’assoggettamento ad Iva (della stessa quota) ottenendo così una compensazione automatica tra i due tributi: quindi gli enti gestori non dovranno procedere al rimborso dell’Iva eventualmente richiesta dagli utenti privati o con un regime di detraibilità dell’Iva parziale. Un artificio che sembrerebbe avere quindi un valore retroattivo e toglierebbe le castagne dal fuoco al problema dei rimborsi. Artificio, però, che non convince Aduc che la definisce «una foglia di fico che, se approvata, farebbe della Costituzione carta straccia, con un ulteriore paradosso, che penalizza gli utenti non professionali, per i quali l’Iva è un costo, a differenza delle aziende che invece la scaricano». Con questo emendamento – secondo Aduc- si individuano quindi «i contribuenti di serie A (aziende) e quelli di serie B (famiglie/consumatori)» perché «le famiglie/consumatori si pagano questo 10% anche per gli ultimi cinque anni e le aziende no». http://www.greenreport.it

PER MALAGROTTA ALTRI TRE ANNI DI VITA

NELLA DISCARICA DISPONIBILI ANCORA SPAZI PER SMALTIRE SENZA ALCUN AMPLIAMENTO

Tre milioni di metri cubi disponibili.Pari a tre anni di smaltimento. Fino al 2012.
Senza alcun ampliamento del sito. E’ “l’aspettativa di vita” dei tecnici della Regione
sulla discarica di Malagrotta, ancora uno dei cardini del piano rifiuti (elaborato dall’ex commissario Marrazzo prima del ritorno alla gestione ordinaria a giugno 2008) fino all’individuazione di un sito alternativo da parte del Comune di Roma.
Basti pensare che nel primo semestre di quest’anno è stato smaltito a Malagrotta
ancora il 94% delle 709 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati raccolti dall’Ama, rispetto a una previsione 2009 del 51% (il resto va trattato per produrre il combustibile Cdr da bruciare). Un gap dovuto all’indisponibilità dell’impianto di Colleferro, sequestrato per vari mesi dalla magistratura in un’indagine sullo smaltimento illecito di materassi, pneumatici e residui metallici.
Le cifre aggiornate su Malagrotta sono contenute nel documento consegnato lo scorso 16 settembre (e ribadite nella riunione tecnica dell’altro ieri) al capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, per dimostrare che al Lazio bastano i quattro termovalorizzatori previsti, e che a partire dal 2013 tutti i rifiuti indifferenziati saranno trattati negli impianti, sia nel caso di raccolta differenziata al 50% nel 2011 (obiettivo della Regione) che in quello pessimista di quota 35% a inizio 2013. Cifre contestate dall’Ama che giustifica la necessità di un quinto termovalorizzatore nell’area romana, ipotizzando una quantità complessiva di rifiuti prodotti maggiore di quella prevista dalla Regione. I tecnici della protezione civile si sono presi un mese per analizzare i documenti. I numeri, comunque dicono che a Malagrotta c’è ancora spazio, grazie all’assestamento dei rifiuti depositati in passato. Un processo consentito dall’estrazione del biogas e del percolato generati dalla decomposizione dei residui organici. I 3.1 milioni di metri cubi disponibili, pertanto, “sono da ritenersi sottostimati” si legge nel documento regionale. Dietro l’angolo, perciò, c’è l’ennesima proroga per Malagrotta. La discarica doveva chiudere sin dal 2007 quando la normativa UE ha vietato di usare la discarica per i rifiuti allo stato grezzo. Ma ha goduto di vari rinvii. L’ultimo, da parte del Presidente della Regione Marrazzo, fino al dicembre 2009. tutto lascia pensare che resterà in funzione almeno fino al 2010, visto che il mancato accordo tra Regione e Comune sul sito alternativo. Malgrado tutti, a parole, spingano a trovare presto un’altra soluzione.
Il sindaco di Roma Alemanno, nel dicembre 2008 aveva chiesto all’Ama di localizzare, realizzare e fare entrare in esercizio una nuova discarica. In un’area pubblica. Per togliere a Manlio Cerroni, proprietario di Malagrotta, il monopolio dello smaltimento dei rifiuti della città. L’Ama ha tirato fuori un vecchio studio preparato per l’ex commissario regionale Marco Verzaschi (giunta Storace), che
individua 7 luoghi adatti a ospitare termovalorizzatori. Scartati i siti ubicati nel Comune di Roma, perchè ritenuti non idonei a una discarica, l’Ama si è concentrata sull’ipotesi di Allumiere, fuori dai confini della capitale, per un’area di smaltimento ed eventuale termovalorizzatore. La Regione punta invece su una soluzione all’interno dell’Urbe. “Magari – dice Enrico Fontana, capogruppo di Sinistra e Libertà – avviando un’indagine a tappeto tra le zone industriali abbandonate”. Tra i corridoi della Pisana, del resto, più di qualcuno sospetta che il nodo discarica non si scioglierà prima delle elezioni regionali della primavera del 2010, perchè il Campidoglio punterebbe a una vittoria del centrodestra nel Lazio, per gestire la questione senza il fardello della coabitazione con Marrazzo.
Intanto a Malagrotta sono partiti i lavori di chiusura (“capping”) degli invasi esauriti della discarica. “L’operazione riguarda 10 dei 170 ettari complessivi e si concluderà nel giro di 5 anni – spiega Francesco Rando, responsabile della EGiovi, società del gruppo Colari che gestisce il sito – con un costo di circa 200 milioni”. Soldi a carico dell’Ama, compresi nella voce “oneri post dismissione” nella tariffa di circa 72 euro a tonnellate pagate per lo smaltimento dei rifiuti romani.
di Andrea Gagliardi
Il Sole 24 ore mercoledì 7 ottobre

NON SARA’ BERTOLASO A DECIDERE

INTERVISTA ALL’ASSESSORE REGIONALE GIUSEPPE PARRONCINI
“Siamo usciti dall’emergenza rifiuti a giugno 2008, dopo una fase commissariale
durata nove anni. Il ruolo di Bertolaso (il capo della Protezione Civile chiamato a valutare il piano rifiuti della Regione ndr) sarà solo di mediazione in una partita che si gioca tra Regione e Campidoglio”. Giuseppe Parroncini, neo assessore regionale con delega ai rifiuti, non ha dubbi. E aggiunge: “L’ipotesi di un quinto termovalorizzatore nel Lazio, caldeggiata dal Comune e dall’AMA, non sta in piedi. Entro inizio 2013 avremo impianti sufficienti per smaltire tutti i rifiuti non differenziati. E si manderanno in discarica solo gli scarti della lavorazione del Cdr
(combustibile da rifiuti)”. Non sarà a suo avviso Bertolaso a decidere il destino dei rifiuti laziali? “Le decisioni non competono al governo, a meno di pensare ad un nuovo commissariamento della Regione. L’impiantistica prevista è sufficiente. Manca solo una discarica alternativa a Malagrotta. Il Campidoglio deve individuare il sito. La Regione deve autorizzarlo. L’ipotesi di Allumiere avanzata dall’AMA? Eè impraticabile. Sarebbe scellerato piazzare una discarica nella zona dei Monti della Tolfa, in un’area ambientalmente importante, distante 80 Km da Roma, e già gravata dalla presenza della centrale a carbone di Civitavecchia e da quella termoelettrica di Montalto. Quale via d’uscita allora? Il Campidoglio deve trovare un sito all’interno del territorio romano. Smaltire i rifiuti in casa propria non è solo una questione etica, ma anche politica. E’ in discussione in consiglio regionale una delibera che ridisegna gli Ato (ambiti territoriali ottimali), all’interno dei quali va assicurata l’autosufficienza. Roma sarà scorporata dal resto della provincia e inclusa con Fiumicino e Ciampino in un Ato a se stante.
L’Ama non esclude nuovi impianti che separano a valle i rifiuti, senza necessità di fare a monte la raccolta differenziata. Che ne pensa? Il piano regionale si basa sul trattamento dei rifiuti indifferenziati negli impianti per la produzione di cdr e sull’aumento della raccolta differenziata. Tanto più che i finanziamenti comunitari sono tutti legati al potenziamento di quest’ultima. Non ci si può muovere in ordine sparso. Ritiene plausibile che il Campidoglio temporeggi sul nodo discarica fino alle regionali del 2010, sperando in una vittoria del centrodestra? Sarebbe miope e pericoloso. Non è più tempo di scaricabarile, questa logica ci porterebbe verso l’emergenza.

Il Sole 24 ore mercoledì 7 ottobre

Apologia dello scarabeo che ricicla i rifiuti

Nel gran discorrere che si è fatto di recente a proposito dei rifiuti di Napoli e della Campania, è emersa spesso la raccomandazione di procedere alla “raccolta differenziata”. Con questo termine si intendono delle azioni dirette a separare, dai rifiuti misti, quelle componenti suscettibili di essere sottoposte a riciclo, cioè alla trasformazione di nuovo in merci utilizzabili, una operazione del resto indicata come obbligatoria dalla legge europea e italiana sul trattamento dei rifiuti. Tale legge impone al primo punto l’obbligo di diminuire la massa dei rifiuti e al secondo punto l’obbligo di recuperare i materiali presenti nei rifiuti. I rifiuti — per il momento mi riferisco ai rifiuti solidi urbani, la cui massa ammonta, in Italia, a circa 40.000 milioni di chilogrammi all’anno, il che significa che ogni persona, in media, produce ogni anno una massa di rifiuti corrispondente a oltre sei volte il proprio peso — sono miscele molto variabili di merci usate: dagli imballaggi di plastica, vetro, alluminio, ferro, ai residui di alimenti, ai giornali e alla carta e cartoni usati, a indumenti usati, e innumerevoli altre cose, come è facile osservare guardando il flusso quotidiano di sacchetti che arrivano ai cassonetti (dove ci sono). Almeno la metà di questi oggetti potrebbe essere trattata per recuperare la materia che essi contengono, col che si avrebbero molti vantaggi: si dovrebbe estrarre e usare meno petrolio, metalli, prodotti agricoli e forestali, tutti beni naturali scarsi, si diminuirebbe l’inquinamento delle acque e del suolo e dell’aria, si darebbe lavoro a migliaia di persone. Il recupero dei materiali dai rifiuti presuppone la raccolta separata delle varie frazioni di materiali presenti nei rifiuti — carta tutta insieme, vetro tutto insieme, plastica tutta insieme, eccetera — e l’avvio dei materiali omogenei ad apposite industrie che trasformano le varie frazioni in nuovi materiali.

Il successo dei processi di riciclo dipende innanzitutto dalla conoscenza della natura e composizione dei materiali di partenza. Mentre esiste una (abbastanza accurata) merceologia della carta, della plastica, dei metalli, si sa molto poco della composizione delle innumerevoli sostanze presenti nelle merci usate. Per esempio: la carta dei giornali è costituita in gran parte da cellulosa, ma contiene anche molte altre sostanze, collanti, additivi e, soprattutto inchiostro al quale è affidata l’informazione che il giornale distribuisce. Se esistesse una macchina magica capace di separare la cellulosa dagli additivi e dagli inchiostri, sarebbe facile recuperare cellulosa adatta per nuovi fogli di carta; senza tale macchina, per il recupero della cellulosa riutilizzabile bisognerebbe avere informazioni chimiche precise sui diversissimi additivi e inchiostri presenti nei molti milioni di tonnellate di carta da giornali che vengono usati ogni anno in Italia. Attualmente dal riciclo di un chilo di carta da giornali si recupera molto meno di un chilo di cellulosa adatta per nuova carta, e si formano alcune centinaia di grammi di fanghi in cui sono concentrate le sostanze estranee alla cellulosa. Il riciclo diventa più difficile se fra la carta straccia finiscono imballaggi contenenti sostanze cerose o plastiche.

Prendiamo il vetro: le innumerevoli bottiglie di vetro in circolazione contengono gli ingredienti di base del vetro, dei silicati di calcio e di sodio, ma anche sostanze coloranti; da un chilo di rottami di vetro bianco si ottiene, per fusione e riciclo, quasi un chilo di vetro bianco, ma dai rottami di vetro misto colorati non solo non si recupera più vetro bianco, ma si ottengono vetri colorati di minore valore merceologico. Bisogna inoltre stare attenti che fra i rottami di vetro da riciclare non finiscano dei rottami di vetro delle lampade fluorescenti o dei video dei televisori che contengono sostanze tossiche. E ancora: se si avessero dei rifiuti di plastica costituiti da una sola materia — polietilene, pvc (cloruro di polivinile), PET (poletilen-tereftalato), eccetera — sarebbe possibile rifonderli e ottenere nuovi oggetti della stessa materia, ma quando siamo in presenza di miscele di varie materie plastiche è possibile al più ottenere oggetti di plastica di limitato valore, come piastrelle da pavimenti o paletti.

La salvezza dalla crisi dei rifiuti va quindi cercata nel rispetto della legge; nella progettazione di oggetti adatti per essere riciclati e nello sviluppo di tecniche e processi per separare e ritrattare con successo le varie frazioni di materie presenti nei rifiuti. A tal fine è centrale il ruolo della chimica e della merceologia, a cominciare dalla analisi degli oggetti in commercio e di quelli che finiscono nei rifiuti. Nel 1970 scrissi un articolo in cui sostenevo che un capitolo della mia materia, la Merceologia, avrebbe dovuto occuparsi di “rifiutologia”; tutti mi presero in giro, ma forse proprio ad una scienza, chimica, merceologia e tecnologia dei rifiuti bisogna rivolgersi se si vuole uscire dalle attuali trappole. I costi, i dolori, i conflitti che stiamo sperimentando da anni, il ridicolo che cade sull’Italia, possono essere alleviati soltanto con innovazione, ricerca e tecnica, e con l’informazione e conoscenza degli oggetti, a cominciare dalla scuola dove la rinata “Tecnologia”, obbligatoria nei tre anni della secondaria inferiore, ben si presta ad una educazione merceologica e … rifiutologica.

Magari guardando a quanto avviene in natura dove le operazioni di riciclo delle scorie permettono di conservare la vita dei campi e degli animali. Propongo anzi alle aziende dei rifiuti di adottare come simbolo il paziente scarabeo: non so se lo avete mai visto al lavoro: non è bello e sembra sempre alle prese con qualcosa da fare; non appena trova dei rifiuti organici se ne impossessa e comincia a farli rotolare fino a quando non hanno raggiunto la forma di palline da ping-pong, e intanto si nutre di una parte delle molecole che essi contengono e alla fine trasporta queste palline, ormai ridotte a cellulosa e lignina, nella sua tana per poter finire di mangiarle con calma. Lo scarabeo vive, insomma, alleviando il lavoro e i costi delle aziende di raccolta e trattamento dei rifiuti e, nel suo piccolo, lo fa bene, senza discariche, senza CDR e senza inceneritori.
Giorgio Nebbia
La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 13 gennaio 2008

WWF – OPERAZIONE TRASPARENZA SU NAVI DEI VELENI

“ULTIMA CHIAMATA PER NON INSABBIARE I VELENI ANCORA UNA VOLTA”

FONDI E UN COMMISSARIO DELEGATO PER DISINNESCARE LA BOMBA ECOLOGICA

A Pecorella, Pisanu e Rutelli, presidenti delle commissioni parlamentari competenti, consegnato oggi il lavoro di indagine e ricerca svolto dall’Associazione in 15 annie una nota di 8 richieste per affrontare la piaga del traffico internazionale di rifiuti tossici Problema di portata internazionale: l’Alto Commissariato ONU sui Diritti Umanichiede documentazione al WWF Occorre un’azione del Governo straordinaria e lo stanziamento immediato di fondi per il recupero della nave Cunsky, l’ultimo relitto dei veleni inabissato, secondo le rivelazioni del pentito Fonti, dalla ‘ndrangheta a largo delle coste di Cetraro (Calabria) e per la bonifica della discarica di Serra d’Aiello dove si è rilevato inquinamento radioattivo. Esistono tecnologia e mezzi, mancano però – e nessuno ne fa cenno – i fondi necessari per sventare il pericolo di una bomba a orologeria che minaccia la salute di cittadini e ambiente, oltre a compromettere e a mettere in ginocchio le già fragili economie di questi territori. Considerando la gravità e l’estensione degli inquinamenti provocati dalle “navi dei veleni” nel corso di molti anni, come richiesto in una lettera inviata oggi dal presidente del WWF Italia Stefano Leoni al Presidente Silvio Berlusconi il più adeguato e rapido strumento appare un provvedimento urgente di Protezione Civile a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, che nomini un Commissario delegato alla individuazione, messa in sicurezza, e la bonifica, laddove possibile, dei relitti delle “navi a perdere” con il relativo primo stanziamento di fondi per le ricerche, Negli ultimi anni si è fatto ricorso a queste ordinanze per diverse occasioni: non solo per fronteggiare eventi eccezionali (alluvioni, terremoti, incendi, etc.), ma anche per manifestazioni sportive o eventi religiosi (Mondiali di nuoto a Roma, decesso di Papa Giovanni Paolo II). A sostegno della futura e auspicata azione di governo il WWF Italia ha consegnato oggi all’On. Gaetano Pecorella, (Presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti), all’On. Giuseppe Pisanu (Presidente Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere), e all’On. Francesco Rutelli (Presidente Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) 6 dossier prodotti dall’Associazione in questi 12 anni ed i carteggi più importanti con le Istituzioni , con una nota in cui si avanzano 8 richieste (v.scheda allegata) che diano il segnale concreto di una rottura di continuità rispetto ai segnali troppo deboli e solo episodici forniti sinora dalle Istituzioni. Tutta la documentazione (ad eccezione di quella a suo tempo “secretata”) è da oggi disponibile anche sul sito web del WWF Italia: http://www.wwf.it “Siamo convinti che lo Stato debba lanciare un segnale forte e determinante sui traffici illeciti internazionali dei rifiuti pericolosi e radioattivi via mare, tornati d’attualità a seguito anche delle dichiarazioni rese dal collaboratore di Giustizia Francesco Fonti. – dichiara Stefano Leoni, Presidente del WWF Italia in occasione della conferenza stampa che si è svolta questa mattina a Roma – Il WWF ha spesso criticato il ricorso eccessivo a provvedimenti emergenziali, ma oggi l’urgenza è reale e serve un provvedimento immediato per garantire la sicurezza delle persone e dell’ambiente” . Alla conferenza stampa del WWF erano presenti anche l’Assessore all’Ambiente Calabria, Silvio Greco e in collegamento il PM di Reggio Calabria, Francesco Neri. Le situazioni emerse con le vicende legate agli affondamenti delle navi dei veleni, in particolare lungo le coste della Calabria ed in alcune aree dell’entroterra cosentino – dove si sono già trovate tracce di inquinanti altamente tossici, come diossine, mercurio e addirittura di radioattività – giustificano a pieno il ricorso a questo tipo di provvedimento. Ricordiamo che nel 2003 il Governo Berlusconi emanò un provvedimento che dichiarava lo “Stato d’emergenza per le attività di smaltimento dei rifiuti radioattivi dislocati nelle centrali nucleari di Lazio, Campania, Romagna, Basilicata e Piemonte” e nominava un “commissario delegato” per la messa in sicurezza dei materiali nucleari. Infine, la portata globale del problema, visto che si sospettano inabissamenti anche in acque straniere come le coste dell’Africa e il coinvolgimento di faccendieri internazionali, è sottolineata dal fatto che in questi giorni al WWF è arrivata una richiesta di documentazione storica da parte dell’Alto Commissariato ONU sui Diritti Umani.

Roma, 1 ottobre 2009WWF Italia – Ufficio stampa 06.84497377 – 265 – 213 – 463

RIFIUTI : Porfidia, Presentata interrogazione parlamentare su stato bonifiche in Campania

mercoledì, settembre 30, 2009

Roma, 29 settembre – “Presentata un’interrogazione parlamentare alla Presidenza del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in merito all’opera di bonifica dei territori campani” l’annuncia in una nota l’on. Americo Porfidia “Negli ultimi anni – aggiunge il deputato campano – la regione Campania è stata colpita da una serie ininterrotta di offese ambientali e il suo territorio è a tutt’oggi tra i più martoriati del paese, tuttavia seppur pienamente consci della gravità della situazione ancora non si conosce con esattezza l’effettiva entità dei danni apportati dalle pratiche di smaltimento illecito dei rifiuti all’ambiente e sulle persone. Nell’interrogazione presentata chiediamo ai Ministri competenti com’è organizzato attualmente il lavoro di bonifica nella regione Campania e come è stato ripartito il lavoro tra gli enti e le società coinvolte, e con particolare riguardo dell’Astir S.p.A., qual è il piano industriale e se sono previsti l’acquisto di mezzi e strumenti atti alla bonifica e la riqualificazione del personale impiegato; come sono stati utilizzati i fondi stanziati per l’opera generale di bonifica, quali i siti interessati e quali gli obiettivi futuri; chiediamo al Governo se non ritenga opportuno istituire una Commissione medica per lo studio e il monitoraggio del livello di vivibilità ambientale in Campania, e se abbia tenuto conto di stilare una mappatura dei siti da bonificare compresi corsi di fiumi, falde acquifere e litorali marini; se il Governo non intenda assumere iniziative normative volte a rafforzare la tutela della salute per le popolazioni che attualmente risiedono vicino ai territori che risultino fortemente inquinati; se non intenda assumere iniziative normative volte a rafforzare i controlli di qualità sulle produzioni agricole provenienti da terreni che risultino fortemente inquinati e se non ritenga necessario prendere iniziative specifiche di carattere culturale volte ad illustrare tra la popolazione e in particolar modo nelle scuole i danni che l’inquinamento reca all’ambiente e alle popolazioni. Mi auguro – conclude l’on. Porfidia – che il Governo risponda ai quesiti e inauguri una nuova stagione dell’opera di bonifica della Campania per il bene di tutti e per una nuova primavera del nostro territorio”

Caos rifiuti a Napoli: l’emergenza è tornata

martedì, settembre 29, 2009

(da Terra)

Pneumatici bruciati, di auto e di tir, lavatrici, scorie di varia foggia colore e puzza. Sono sullo svincolo di via Giliberti in via Galileo Ferraris, zona Napoli est, a pochi chilometri dalla stazione centrale e dal Centro direzionale, l’avveniristico quartiere degli affari che avrebbe dovuto simboleggiare, negli anni 90, la rinascita di una città, Napoli, schizofrenicamente oscillante tra brevi e illusori rinascimenti e lunghi e bui medioevi. È la dolorosa cartolina che Terra ha voluto descrivere per i suoi lettori. Il viaggio parte dall’inizio dell’Asse Mediano -grande bretella fra Napoli e i comuni dell’area nord e flegrea – a metà fra le zone della Toscanella e di Chiaiano, da una parte, e Scampia, dall’altra. La superstrada si arrampica fra grigi palazzoni e brandelli di campi, che ci raccontano di quando Chiaiano era nota solo per una pregiata produzione di ciliegie. Un’intera piazzola dell’Asse Mediano, davanti a Scampia, è occupata da rifiuti. Sotto, prima dei palazzoni dell’edilizia 167 (il numero della legge sull’edilizia popolare) che si stagliano all’orizzonte, alcuni campi, percorsi da strade rustiche, anch’esse cosparse di immondizia, per le quali si aggirano rumeni o sinti intenti a pizzicare qualcosa da riciclare. E, nel caso specifico, a invitare in malo modo i cronisti ad allontanarsi immediatamente da quel luogo dimenticato da tutti, come è capitato a chi scrive. Percorrendo la superstrada sbucai in un altro luogo, oramai noto in questa geografia dell’anima che alla sirena Partenope ha sostituito boss e monnezza, sangue e cemento: Acerra. Nei pressi del centro commerciale Le porte di Napoli, altra immondizia lungo la strada, fra campi e periferie, ritaglia una maleodorante intimità per le prostitute che qui si appartano con i loro clienti:: questi maschi solitari, poco avvezzi alle ville delle escort e ignairi della comodità del “lettone di Putin”, si devono accontentare di prive di carpak. Il tour prosegue verso il capoluogo: Napoli est, dove qualche urbanista sogna la città del futuro. Anche qui monnezza, degrado: dietro al Centro direzionale, la zona del macello, via Argine. In via Domenico De Roberto, la discarica avanza fino nei pressi di un parco giochi per bambini, inghiottendolo. Vicino a via Marina, affianco al ‘moderno parcheggio di via Brin„ un rudere che ha resistito alle lottizzazioni è stato riempito di rifiuti. A piazza Duca degli Abruzzi, all’angolo con via Ponte della Maddalena, presso forse un cantiere, riposano abbandonati dei tubi bruciati di materiale plastica. Sullo sfondo, le maioliche colorate della barocca guglia di Santa Maria del Carmine a piazza Mercato. Di fronte, a pochi metri, l’Agenzia delle entrate e, più in là, il Provveditorato. Nella “città dolente” – come venne chiamata Napoli da Axel Muntile durante l’epidemia di colera – ciò a cui si assiste, oggi, non è il superamento dell’emergenza rifiuti, così come la si è vista scoppiare l’anno scorso nella forma più virulenta; ma la normalizzazione di uno stato patologico, esso stesso emergenziale, di livello più lieve – comunque intollerabile per una qualsiasi altra città d’Europa – per il quale sembra che i napoletani si abituino, loro malgrado, a una certa quota di rifiuti presenti sulle strade. Diciamo che alle montagne di monnezza si sono sostituite le colline. Magra consolazione. E a far da sfondo a questo declino, le dichiarazioni di Bertolaso, raccolte dai colleghi del Mattino: «Gli sversamenti illegali di rifiuti affondano le radici in un problema culturale. È sulla coscienza e sulle abitudini dei napoletani che bisogna continuare a lavorare (…). Diciamolo francamente: in certe regioni italiane persiste l’abitudine a considerare il bene pubblico come bene di nessuno». Si fa strada, quindi, la tentazione a considerare il Sud come un’alterità irriducibile e, in ultima istanza, irredimibile. D’altronde, nella maggioranza, c’è chi non è semplicemente tentato dalle teorie razziste, ma se ne fa chiaro interprete e teoreta. Il dibattito sembra tornato indietro di un secolo, quando Niceforo e Lombroso discutevano della innata tendenza al crimine dei meridionali. Ma l’etnicizzazione dei problemi di Napoli appare a molti come un alibi, se non un’idea inaccettabile. E, soprattutto, è autoassoIntona e bipartisan. Salva le amministrazioni locali che non fanno il loro dovere in tema di raccolta differenziata e il ministero dell’Interno che fallisce nel controllo del territorio, consentendo gli sversamenti abusivi, non nelle recondite campanile avvelenate dei Casalesi, ma nei centri urbani. Le altre foto che oggi pubblichiamo mostrano discariche lungo superstrade, strade statali, arterie cittadine: chi garantisce il controllo del territorio? Parlare di problemi culturali, come fa Bertolaso è innanzitutto fuorviante, visto che Salerno, città da 140mila abitanti, è arrivata al 70 per cento di raccolta differenziata e Mercato Sanseverino, non lontana, al 90. Ma il mito del “premier operaio-premier ingegnere”, descritto nelle mitiche agiografie di Minzolini per La Stampa, non ammette dubbi: e per sostenere questa mistica, ben vengano le ramanzine sulle ataviche tare dei napoletani.
«L’emergenza non è mai finita. Solo che stavolta non se ne parla più. Ma gli abusivi sono tornati. E lo sfascio continua, eccome». A parlare è Raffaele Del Giudice, combattivo direttore generale di Legambiente Campania. Del Giudice è una specie di spina nel fianco del commissariato all’Emergenza rifiuti guidato da Guido Bertolaso. Tra i consulenti sul campo degli autori del film documentario Biutiful cauntri, denunciò la persistenza di un lago di percolato nella discarica di Villaricca proprio sotto gli occhi di Bertolaso, semplicemente lanciando un sasso nell’invaso. Si levarono orridi schizzi di un liquido nauseabondo: la discarica era colma fino all’orlo. Un lago di veleni, sulla cui gestione emersero particolari inquietanti dalle intercettazioni della magistratura. E proprio ieri la Procura di Napoli ha avanzato una richiesta di rinvio a giudizio per gestione abusiva dei rifiuti nei confronti del sottosegretario Guido Bertolaso, nell’ambito dell’inchiesta stralcio “Rompiballe”. Intanto, fuori dalle aule giudiziarie, il dramma continua a consumarsi sulle strade, nelle piazze, nei campi, persino vicino ai parchi gioco dei bambini. In silenzio. Senza che, per il momento, se ne intraveda una fine definitiva. I Verdi non sono più al governo, Pecoraro Scanio non è più ministro. Ma ì roghi di rifiuti continuano. I cumuli, specie di ingombranti, crescono e la città e il suo hinterland sono sempre più invase. «Bertolaso ha levato i rifiuti e li ha buttati tutti nelle discariche: militarizzate. Gettando nel buco il “tal quale”, il rifiuto indifferenziato. Che, secondo il decreto Ronchi, dovrebbe essere proibito», attacca l’ex presidente della Provincia di Napoli, il sociologo Amato Lamberti, in carica dal 1995 al 2004. «Proprio nel 1995 – ricorda -capitanai una spedizione a Roma per chiedere al ministro Ronchi di eliminare il commissariamento. Chiesi di poter partire dalla differenziata e di verificare l’utilità dei termovalorizzatori. Ero e sono convinto che, puntando molto sul riciclo, basterebbe un solo biodigestore. Poi sappiamo tutti com’è andata a finire. Questo disastro è colpa dell’incapacità della politica». Il commissariato per l’Emergenza dura da quindici anni. Un ossimoro ormai mummificato. Un’analisi condivisa dal direttore regionale di Legambiente. «Bertolaso – dice Del Giudice – non ha sciolto i Comuni che non hanno fatto la differenziata, non è partito un solo impianto di compostaggio, non sono stati rimodernati gli Stir, gli impianti ex Cdr, e l’inceneritore di Acerra è fermo. Nell’impianto, infatti, entra un quantitativo minimo di rifiuti perché il termovalorizzatore si blocca in continuazione». Altro che panacea di tutti i mali. «E i roghi di rifiuti pericolosi continuano ‘ad appestare tutta la regione. La discarica di Ferrandelle, sottoposta alla vigilanza dei militari, venti giorni fa è persino andata a fuoco». A Chiaiano l’invaso si sta riempiendo velocemente e la megadiscarica di SantArcangelo Trimonte, nel Sannio, tra tre mesi sarà satura. E ora ci si è messa anche una sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato le due ordinanze del 2001 con le quali sono stati assunti i dipendenti degli ex consorzi di bacino. Proteste, caos, e conferimenti rallentati un po’ ovunque. Segnali inquietanti. E così rispuntano i depositi improvvisati d’immondizia. Certamente opera d’incivili. Ma non solo. «Questi cumuli sono fatti ad arte – sospetta Lamberti -. Così qualcuno, un giorno, dirà che bisogna levarli. E così scattano gli appalti». Non sempre specchiati. «L’emergenza rifiuti ha generato un livello di corruzione spaventoso, anche all’interno delle pubbliche amministrazioni. Un veleno che ha intossicato uomini, pratiche, procedure. Tutto». Illegalità, incuria, superficialità. E un convitato di pietra: la raccolta differenziata. Se nella regione i dati migliorano, la città di Napoli è inchiodata a un misero 18 per cento. E così si spendono 240 euro a tonnellata per mandare l’umido in Sicilia. Un girone infernale, un sistema che «deve continuare a produrre balle per poter avere il finanziamento dei Cip6. Ma così si stravolge il mercato», accusa Del Giudice. Il capoluogo, dunque, è la palla al piede della regione. La conferma viene dall’assessore regionale all’Ambiente Walter Ganapini: «L’Asia, l’azienda di igiene ambientale cittadina, è un problema terribile: ha 90 milioni di euro di crediti dal Comune, che però non è in grado di pagare. Ha 1.500 dipendenti in più e tante richieste di lavoro notturno. Per poter fare il doppio lavoro. Molti suoi dipendenti, infatti, sono in preda agli usurai. E il 40 per cento dei camion di Asia non potrebbe nemmeno circolare». Ma certo la crisi più che decennale non è colpa di Asia. «La verità è che quest’emergenza è stata eterodiretta». Da chi? «Il caos è stato voluto e alimentato dalla generale insipienza di chi, via via, se ne è occupato. Nel tempo sarà molto interessante, sia da un punto di vista storiografico che da quello della magistratura, fare i conti con 15 anni dì emergenza». Parole dure. Ma ora, colpe a parte, si deve guardare al futuro. La nuova crisi si chiama silenzio. Dei media e delle istituzioni. Nessuno sa dove e come si stoccano í rifiuti, cosa accade nelle discariche. «Ho chiesto accesso agli atti del progetto del termovalorizzatore – rivela sconsolato Del Giudice -. Nulla. Non ci è stato permesso di visitare la cava di Chiaiano. Dal commissariato arriva un silenzio tombale. Perché?». Già. Perché?

Su ↑