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Claudio Meloni

Mese

luglio 2009

Comunicato dell’Associazione Rifiuti Zero Trapani‏

Comunicato del 28.07.09

Analisi positiva sull’andamento della raccolta differenziata con il sistema “porta a porta”.

A soli due mesi dall’inizio del servizio, raggiunto il 45,59 per cento di raccolta differenziata grazie al progetto pilota promosso dal Comune di Paceco. Sottratti alla discarica 25,66 tonnellate di rifiuti organici.

Il progetto pilota di raccolta differenziata domiciliare voluto dall’amministrazione comunale è partito lo scorso maggio e ha visto interessati circa 3.800 cittadini, un terzo della popolazione dell’intero comune. Grazie all’impegno di tutta la comunità, dell’amministrazione, dell’ufficio tecnico, dei cittadini e dei lavoratori della ditta che espleta il servizio, in soli due mesi si è passati dal 4 per cento al 45,59 per cento di raccolta differenziata nella zona interessata. La ditta Meco, con esperienza nel settore della raccolta “porta a porta” in 25 comuni del Trentino, ha raccolto in soli due mesi circa 8,1 tonnellate di carta e cartone, 1,7 tonnellate di plastica, 1,43 tonnellate di metallo oltre a 25,66 tonnellate di rifiuti organici. “E’ un grande risultato – ha ribadito l’Assessore all’Ecologia Sebastiano Accardi – è la prova che se un’amministrazione adopera scelte concrete i cittadini rispondono con impegno. La raccolta differenziata è segno di civiltà. La prova è la sorprendente percentuale raggiunta in così poco tempo.” Il progetto è stato supportato da una capillare campagna di sensibilizzazione alla raccolta differenziata condotta dall’Ass. Rifiuti Zero Trapani.

Associazione Rifiuti Zero Trapani

Via Garibaldi, 34-91100 Trapani
Tel +39 339 3104845
CF 93056100816
http://rifiutizerotrapani.blogspot.com/
rifiuti.zerotp@libero.it

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Catricalà bacchetta Marrazzo sui rifiuti

Rifiuti Il piano Marrazzo non convince l’Authority: «Limita la concorrenza»

21 Luglio 2009 – Postato in News romane

L’ACCUSA Secondo l’Autorità le decisioni commissariali sarebbero distorsive REAZIONI Robilotta: «Anche nel campo ambientale ennesimo fallimento»

Marrazzo scivola sui rifiuti. Il Governatore della Regione Lazio, infatti, almeno secondo quanto afferma L’Autorità garante della concorrenza e del mercato non sarebbe immune da pecche gestionali. L’Autorità, infatti, il 1 luglio scorso ha esaminato «alcune segnalazioni nelle quali si prospettavano distorsioni della concorrenza attribuibili ad alcune determinazioni del Regione Lazio. In particolare – si legge ancora nel bollettino dell’Autorità – le doglianze fanno riferimento a quelle previsioni attraverso le quali il commissario straordinario è intervenuto a definire la capacità di trattamento di rifiuti da riconoscere ad alcuni soggetti attivi nel mercato del recupero dei rifiuti nella Regione». In sostanza la tanto sbandierata libertà di mercato e concorrenza (cavallo di battaglia dello stesso Marrazzo anche quando era il giornalista d’assalto nella trasmissione che fu «Mi manda Raitre») è risultata frenata, se non addirittura limitata proprio da alcuni provvedimenti del commissario straordinario. «Nelle more dell’emanazione del Piano regionale di gestione dei rifiuti – scrive ancora l’Autorità -, coglie l’occasione per evidenziare la necessità di superare gli effetti restrittivi della concorrenza prodotti dalle determinazioni commissariali in base alle quali non solo veniva individuato il numero di impianti di recupero presenti sul territorio, ma anche stabiliti i quantitativi di Rsu da conferire agli impianti stessi. Tali variabili devono essere affidate al confronto competitivo tra gli operatori liberamente e legittimamente presenti sul mercato». L’autorità, infine, auspica che i «principi concorrenziali possano essere tenuti in considerazione in occasione dell’elaborazione del nuovo piano regionale di gestione dei rifiuti». «Anche qui Marrazzo ha fallito», ha commentato il consigliere regionale PdL Donato Robilotta, mentre l’altro esponente regionale del PdL Massimiliano Maselli ha parlato di «conferma che anche la gestione commissariale di Marrazzo sui rifiuti, dopo quella sanitaria, è una brutta pagina di storia da cancellare». Dal canto suo, in una nota ufficiale, Marrazzo precisa che in merito «al recupero dei rifiuti, cui la nota dell’Autorità fa riferimento, non ci sono atti limitativi da parte dell’amministrazione regionale della libera attività imprenditoriale né della concorrenza. Neanche durante la fase più acuta della c.d. “emergenza rifiuti” sono stati presi provvedimenti, dispositivi, atti autorizzativi che hanno limitato nella sostanza un panorama di società, piccole e grandi in libera concorrenza tra di loro».

Fonte Il Giornale

OSSERVAZIONI SULLE LINEE GUIDA DEL NUOVO CONTRATTO DI SERVIZIO AMA – COMUNE DI ROMA

1) Il Comitato Malagrotta ha preso visione delle linee guida del nuovo Contratto di Servizio AMA e ribadisce quanto espresso in Commissione circa la profonda delusione che tali linee guida hanno suscitato con riferimento,
in particolare, alla mancata definizione di obiettivi e tempi precisi per la riduzione, il riuso ed il riciclo dei rifiuti.

2) Ma è soprattutto nell’ assenza di una chiara visione del modello di gestione che l’ AMA vorrebbe implementare a Roma, e nella clamorosa assenza della volontà di estendere vigorosamente e al massimo la raccolta differenziata porta a porta (a questo proposito, dov’è finito l’obiettivo
di far passare al porta a porta 800.000 cittadini romani entro il 2011, è soprattutto su questo specifico punto – cioè su questa marginalità ambigua in cui si vuole di fatto confinare il nuovo sistema che si concentra la critica del nostro Comitato.

3) Il porta a porta nei quartieri romani in cui è stato realizzato ha dato risultati eccezionali, con la raccolta differenziata che subito è arrivata al 60 per cento – e si è mantenuta a tale livello. Mentre la raccolta differenziata stradale, da anni e anni, non riesce invece a superare neanche un modestissimo 20 per cento. Ma allora – si chiede – perché non compiere una scelta coraggiosa e puntare addirittura direttamente sull’ estensione del porta a porta all’ intera città ?

4) La questione dei costi di un’ operazione di questo tipo non è un argomento convincente e credibile. Quanto costa, infatti, il sistema attuale dell’ interramento dei rifiuti a Malagrotta ? Oltre 100 milioni di Euro l’ anno, questo è il costo. E quanto costerà il gassificatore (sempre a Malagrotta) ? Diverse centinaia di milioni di Euro (nessuno sembra saperlo esattamente …) fra costi di investimento e sovvenzioni statali, senza le quali il conto economico dell’ impianto semplicemente non starebbe in piedi (cioè i finanziamenti massicci dei CIP 6 – Certificati Verdi, tratti fraudolentemente dalle bollette ENEL , mentre invece avrebbero dovuto servire ad incentivare le energie rinnovabili – il nostro essendo l’unico paese dell’ Unione Europea che pratica sistematicamente e scandalosamente questo “escamotage” …).

5) Quindi non è per i “costi” che non si vuole ampliare in maniera seria il porta a porta a Roma (neanche ampliarlo da Massimina agli altri centri della Valle Galeria, intorno alla megadiscarica …!). Non lo si vuole fare perché l’ obiettivo reale – la ” chiusura del ciclo”, o “la ciccia”, come disse con espressione molto più vernacolare qualche anno l’ex Presidente AMA Massimo Tabacchiera – è invece l’incenerimento/gassificazione che, grazie appunto alle sovvenzioni statali CIP 6, “consente di produrre elettricità e venderla all’ENEL a tre volte il prezzo di mercato”, come disse appunto quell’ ex Presidente AMA. Alla faccia… della protezione dell’ ambiente e della tutela dei consumatori….
E l’ obiettivo strettamente connesso è ovviamente la produzione di combustibile da rifiuti ( CDR) dagli impianti cosiddetti TMB (trattamento meccanico biologico), che però sono in realtà finalizzati alla produzione di CDR per alimentare gli inceneritori/gassificatori.

6) Se queste premesse saranno mantenute è praticamente certo che la discarica di Malagrotta, dove ancora vengono ammassati l’ 80 per cento dei rifiuti della Capitale (4.500 tonnellate al giorno) NON CHIUDERA’

MAI. Per due fondamentali motivi. Primo, perché i tempi di realizzazione ed entrata in esercizio degli
impianti di combustione dei rifiuti sono lunghissimi. Il gassificatore di Malagrotta, ad esempio, dopo sei anni dall’ approvazione del progetto ancora non funziona e forse non funzionerà mai a causa della sua localizzazione
sciagurata, contestata fin dal 2003 dallo stesso Comune di Roma – X° Dipartimento – Servizio V.I.A., oltre che dalla popolazione, sempre più allarmata. Secondo, perché con una capacità di trattamento di 500 tonnellate di CDR al giorno (circa 1500 tonnellate di rifiuto tal quale) non può assolutamente “smaltire” la massa di 4.500 tonnellate di rifiuti tal quali che entrano ogni giorno a Malagrotta. E d’altra parte, la costruzione dell’ altro grande impianto di gassificazione (anch’ esso drammaticamente contestato dalla popolazione , ad Albano, non è neppure ancora iniziata e forse non lo sarà mai.

7) Completamente diversa sarebbe invece la situazione e completamente diverse le prospettive qualora fosse spinta a fondo la raccolta differenziata porta a porta , con i conseguenti impianti di valorizzazione a valle – di rapida realizzazione – in particolare con riferimento gli impianti di compostaggio e di lavorazione della frazione secca, nelle
diverse tipologie (in primo luogo gli impianti di riciclo totale tipo Vedelago, in provincia di Treviso). Un’ eventuale evoluzione con queste caratteristiche, che metterebbe Roma in linea con le esperienze più avanzate nel mondo, necessiterebbe. oltre che di un mutamento radicale nel modello di gestione, anche e in primo luogo di una modifica –
assolutamente non costosa e di pronta realizzazione – degli attuali quattro grandi inpianti TMB esistenti a Roma, in modo da disattivarne la sezione di produzione CDR.

8) In ogni caso, e quale che sia l’ orientamento definitivo che assumerà il sistema romano di gestione dei rifiuti, la decisione di chiudere Malagrotta alla fine dell’ anno dovrà essere mantenuta a tutti i costi. E’ in gioco la credibilità residuale delle istituzioni, dopo decenni di ondeggiamenti, rinvii, subordinazione di fatto alla protervia del privato, che ha sempre imposto le sue scelte, fino a creare un vero e proprio “mostro” ecologico a livello europeo, e di conseguenza una “Caienna dei rifiuti” alla quale è stata condannata una parte della popolazione romana. La decisione di chiusura dovrà necessariamente appoggiarsi su un sito di discarica alternativo, provvisorio, e di dimensioni ridotte, e comunque a gestione pubblica e in assoluta conformità e rigida aderenza alla Direttiva comunitaria sulle discariche (1999/31/CE) ed alla legge italiana che l’ ha recepita (Dlgs n. 36 del 2003). La normativa europea sulle discariche
prevede fra l’ altro, come principio fondamentale, che il rifiuto non possa essere collocato in discarica senza previo trattamento, mentre a Malagrotta, nel corso dei decenni sono stati “smaltiti” e si “smaltiscono” tuttora milioni e milioni di tonnellate di rifiuti tal quali – da 50 a 60 milioni di tonnellate dagli anni ’60 secondo quanto dichiarato dallo stesso proprietario e da altri responsabili.

9) Se per Malagrotta ancora una volta la soluzione sarà invece l’eterna proroga in chiave subalterna all’ interesse privato dominante, e quindi la continuazione della “Caienna dei rifiuti” per la popolazione – con in più il gassificatore ! – una tale decisione sarà un atto con un chiaro risvolto criminale. Il 2 febbraio 2010 inizierà infatti un nuovo processo
contro la gestione della discarica – e questa volta i capi d’ accusa delineano il profilo del disastro ambientale.

10) Va infine ricordato e sottolineato il fatto che la chiusura di Malagrotta – se e quando finalmente avverrà – sarà necessariamente un evento di portata epocale, che segnerà una svolta radicale fra il vecchio
e il nuovo sistema di gestione dei rifiuti a Roma , e dovrà per forza di cose dare un impulso fortissimo alla raccolta differenziata spinta e all’impiantistica del riuso, del riciclo e del compostaggio – di pronta realizzazione.

Inceneritori laziali: sottostimata l’incidenza dei tumori

Lo studio voluto dalla Regione limita l’impatto solo a 9.698 abitanti nel raggio dei 3 km, anziché ai 102mila entro i 7,5 KM: La situazione ambientale dei Castelli
Genzano, Velletri, Ariccia, Ciampino, Castel Gandolfo, Lanuvio hanno arsenico e fluoro nell’acqua oltre i limiti di legge (Lariano eccede “solo” per arsenico). Nel mese di giugno il Presidente del Consiglio Berlusconi ha firmato la proroga dello stato di emergenza idrica per i Comuni serviti dall’acquedotto del Simbrivio. Dunque anche per alcuni dei Castelli Romani. È l’ennesima proroga dopo le richieste del Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, con ben quattro lettere. Una volta c’erano le fontane che davano vino, simbolo della fecondità dei Castelli Romani. Oggi dalle fontane spesso non esce nulla… oppure esce acqua con alte concentrazioni di arsenico e altri metalli pesanti.
In tale contesto di grave emergenza idrica, la Asl RmH ha detto di no all’inceneritore che Ama-Acea e gruppo Cerroni vogliono fare a Roncigliano, Comune di Albano, al confine con Ardea e Pomezia, in quanto incompatibile con il territorio. Marrazzo, invece di ascoltare i sanitari della Asl RmH, che da anni seguono e studiano la situazione in quest’area, ha riunito il 22 dicembre 2008 la sua Giunta e ha deliberato di incaricare il Prof Carlo Perucci, della Asl Rm-E, per una valutazione ambientale sull’inceneritore di Albano. Il Prof Perucci ha velocemente predisposto una relazione che ha indirizzato a Conferenza dei Servizi (Regione, Provincia e Comuni) del 20 aprile 2009 verso il parere positivo all’impianto. Il documento cita 51 studi internazionali che hanno analizzato la relazione tra i tumori e la vicinanza agli inceneritori o alle discariche.
Va detto che Marrazzo si muove per consentire anche l’ampliamento della mega-discarica, sempre lì a Roncigliano, attraverso l’abbassamento dei limiti delle distanze tra case e discariche a 200 metri. Tra i 51 studi citati, il Prof Perucci sceglie a riferimento per elaborare i suoi calcoli quello del Prof Elliot che, insieme ad altri studiosi, ha analizzato l’incidenza dei tumori in prossimità di 72 inceneritori di rifiuti solidi urbani della Gran Bretagna. Dallo studio di Elliot emerge un significativo aumento di tumori nella popolazione che vive nel raggio di 7,5 km dagli impianti di incenerimento. Intorno a questi forni, insomma, il cancro colpisce significativamente di più.

Ma nei conteggi del Prof Perucci i casi di mortalità per tumori crollano: stima infatti in 0,7 casi il numero di tumori in eccesso connesso alla presenza dell’inceneritore di Albano. Cioè nemmeno un tumore in più è prevedibile a causa dell’inceneritore. Com’è possibile? Ci sono due “sviste”. L’esperto chiamato dalla Regione sottostima due fattori fondamentali: considera molti meno abitanti e dimezza il periodo in cui la gente avrebbe accanto casa l’impianto in esercizio. Infatti, stima meno di 10.000 abitanti interessati dall’inceneritore, anziché le 102.659 persone censite dall’Istat nel 2001. Questo perché ha considerato solo chi abita entro i 3 chilometri dall’inceneritore di Roncigliano (Albano), mentre lo studio va esteso a chi abita entro i 7 kilometri e mezzo, come fanno i colleghi Elliot ed altri nello studio preso a riferimento dallo stess Perucci.

E così, allora, il numero di persone coinvolte sale a 102.659. Seconda “svista”: lo studio che dà l’ok all’inceneritore di Albano considera la metà del tempo di esposizione, cioè anziché fare riferimento a 40 anni – il reale tempo minimo per ripagare il costo di un inceneritore – parla di 20 anni. A ciò si aggiunge un altro “miracolo” coi numeri: il Prof Perucci riduce di 50 volte il rischio di ammalarsi vicino al mega-forno, rispetto allostudio preso in considerazione.

Questo perché «si suppone che l’impianto in studio abbia un impatto molto minore sull’inquinamento ambientale e sulla salute dei cittadini». Supposizione di fronte alla quale parlano i fatti storici: due inceneritori gemelli e con stessa tecnologia diquello di Albano (Fondotoce in Piemontee Karlsruhe in Germania) sono stati chiusi dalla magistratura per inquinamento ambientale.

In sintesi, gli effetti sanitari dell’inceneritore di Albano nella relazione di Perucci risultano ridotti di circa 10volte rispetto al numero di abitanti, di 2 volte in relazione agli anni di esposizione e di 50 volte in termini di rischio sanitario. Complessivamente i risultati risultano abbattuti di 1.000 volte (10×2×50=1.000). Concludiamo con il pensiero del Prof Perucci:

«Nell’epidemiologia, come in tutta la ricerca scientifica, non esistono “verità” definitive e immutabili, solo prove, provvisorie e inevitabilmente falsificabili». È per questo, chissà, che applicando lo studio di Elliot con datinon parziali, l’aumento dei tumori nei quartieri e Comuni intorno all’inceneritore“promosso” è stimabile in centinaia di casi, invece di 0,7. Ecco dove colpisce

DISTANZE DALL’INCENERITORE DI ALBANO

Villaggio Ardeatino 0,5 km

Massimetta 0,5 km

Mantiglia di Ardea 1,0 km

Pantanelle 1,0 km

Cancelliera 1,3 km

Tor di Bruno 2,2 km

Cecchina 2,2 km

Palazzo Morgana 2,6 km

Santa Palomba 3,0 km

Fontana di Papa 2,8 km

Monte di Giove 3,3 km

Pavona 3,4 km

Stazione di Pomezia 3,8 km

Sughereto 4,7 km

Campoleone 5,2 km

Albano 4,8 km

Santa Procula 5,7 km

Genzano 5,3 km

Ariccia 5,6 km

Lanuvio 6,2 km

Castel Gandolfo 6,3 km

Pomezia 7,8 km

Nemi 8,7 km

Falcognana 8,9 km

Aprilia 9,1 km

Marino 9,5 km
(Danilo Ballanti, energiapulita.wordpress.com)

COMUNICATO STAMPA DEL 22 LUGLIO 2009

Benzene e altri solventi organici cancerogeni e/o tossici, fenoli, piombo, cromo, nichel, rame: micidiale il mix di sostanze emesse secondo l’ARTA nell’incendio della SEAB, molte delle quali respirate da decine di migliaia di persone.

L’approssimazione e/o l’inazione contraddistingue il lavoro degli enti. Mancano mezzi e strumenti usati in tutto il mondo.

Solventi organici cancerogeni e/o tossici come benzene, toluene, etilbenzene, xilene, stirene; Idrocarburi alifatici; aldeidi; fenoli; Idrocarburi Policiclici Aromatici come il temibilissimo Benzo – a – pirene; metalli pesanti quali nichel, rame, piombo, cromo: le prime analisi dell’ARTA confermano la presenza di un micidiale mix di inquinanti emessi nell’incendio della SEAB di Chieti Scalo.

Un dato è quindi incontrovertibile: decine di migliaia di persone a Chieti e nei comuni limitrofi hanno respirato sostanze estremente pericolose senza essere stati avvertiti del pericolo dagli enti pubblici deputati alla tutela della loro salute.

Le analisi sono state effettuate dall’ARTA di Chieti che, nonostante in Abruzzo non sia incredibilmente prevista la reperibilità nel fine-settimana, con abnegazione e spirito di servizio ha comunque raccolto diversi campioni che ora hanno permesso di stabilire almeno la portata generale dell’evento.
Su questo aspetto, però, emergono fatti incredibili se non risultassero veri facendo il confronto con i sistemi di monitoraggio adottati in altre regioni nelle emergenze causate da incendi simili. Molti dati dell’ARTA riguardano le acque di spegnimento mentre per l’aria, pur confermandosi anche qui la presenza di solventi cancerogeni, mancano le analisi per alcune classi importanti di sostanze. Dalle informazioni in nostro possesso risulta che il campionamento dell’aria sarebbe avvenuto attraverso un sistema adibito ad altri usi “adattato alla circostanzaâ€�, in assenza della strumentazione di raccolta usata in tutte le altre regioni (uso di canister). Questo “sistemaâ€� sarebbe stato “sperimentatoâ€� una prima volta nell’incendio dell’Ecoadriatica e poi anche in quello della Seab. Questa tecnica adottata “in emergenzaâ€� non permette di cercare una serie di inquinanti e, soprattutto, di valutarne la concentrazione. Inoltre, nelle altre regioni il sistema di monitor!
aggio assicura un diverso campionamento nell’aria per ognuno dei vari gruppi di sostanze pericolose (campionatori ad alto volume per le diossine, ad esempio; radielli; filtri per polveri ecc.). Pertanto l’elenco completo di cosa hanno respirato durante l’incendio decine di migliaia di persone e in che quantità per ognuna delle sostanze potenzialmente emesse nell’incendio della SEAB sarà difficile stabilirlo in quanto l’ARTA Abruzzo non è messa in grado di lavorare all’altezza delle emergenze che deve affrontare e può dare indicazioni (peraltro già sufficientemente preoccupanti) solo parziali. Inoltre emerge la totale assenza di dati raccolti in continuo per la mancanza delle centraline fisse di monitoraggio previste dalla legge e utilissime per capire i valori di fondo “normaliâ€� nelle aree interessate dalle ricadute e per monitorare gli andamenti prima, durante e dopo l’incendio. In merito alla questione dell’approccio usato in Abruzzo e quello usato in altre regio!
ni italiane alleghiamo le due brevi relazioni di ARPA Veneto e!
ARPA Pu
glia su due incendi avvenuti negli scorsi anni che fanno comprendere molto bene il diverso livello di tutela dei cittadini assicurato in quelle regioni.
In questa situazione, l’atteggiamento degli enti preposti alla tutela dell’incolumità e salute dei cittadini è stato del tutto inappropriato. Non capiamo perchè, davanti ad un incendio che interessava un’azienda sottoposta ad indagine dalla Magistratura pochi mesi prima e che comunque coinvolgeva materiali (plastiche ecc.) che nella combustione possono produrre sostanze pericolose e cancerogene come il benzene, non siano state almeno avvisate le categorie deboli come gestanti e bambini molto piccoli affinchè si allontanassero dalle aree di ricaduta mentre invece ci si sia affrettati a dare indicazioni tranquillizzanti.
Inoltre è incredibile che non sia stata attivata una sala operativa a livello provinciale e sovraprovinciale per stabilire il da farsi e per coordinare le azioni dei sindaci dei comuni interessati, sia nel versante chietino sia nel versante pescarese (sono a tal proposito inoppugnabili le immagini della nube in ricaduta sul pescarese quando a metà giornata di domenica la direzione del vento è cambiata). Su questo aspetto le associazioni intendono risalire alle varie responsabilità per segnalare agli enti competenti sovraordinati e nazionali il comportamento adottato nell’affrontare tale emergenza rispetto a quanto previsto dalle normative in materia di protezione civile.
Rispetto al da farsi il WWF e l’Abruzzo Social Forum chiedono di:
-effettuare analisi sul sangue su campioni di cittadini per capire l’esposizione ai diversi inquinanti (diossine; PCB; benzene ecc.), attraverso un piano di monitoraggio che tenga conto del differente grado di esposizione alle ricadute (campionando cittadini a diversa distanza ecc.);
-procedere all’individuazione delle aree di ricaduta non solo attraverso modelli matematici, comunque utili, ma anche attraverso l’uso delle foto satellitari disponibili durante l’evento (il WWF ha messo in contatto l’ARTA con enti esperti in tal senso):
-analizzare la presenza nel terreno e sui vegetali dei diversi inquinanti a varie distanze dal sito e nelle diverse direzioni, anche per valutare il “fondo� già presente dei diversi inquinanti;
-verificare le autorizzazioni in possesso della SEAB e degli altri impianti presenti a Chieti Scalo, attivando eventualmente anche procedure di revoca per via amministrativa in caso di inadempienze;
-verificare lo stato di attuazione dell’Ordinanza Comunale del 2008 che perimetra tutta l’area di Chieti Scalo quale area a rischio ambientale in cui dovevano essere effettuate tutta una serie di iniziative volte alla caratterizzazione e alla tutela dei cittadini, con divieti e prescrizioni per l’uso dell’ambiente;
-attivare immediatamente un sistema di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria in Val Pescara;
-disporre l’immediata reperibilità per i tecnici dell’ARTA;
-dotare l’ARTA di tutta la strumentazione necessaria per intervenire secondo le procedure standard internazionali in caso di incidente nonchè della strumentazione per l’analisi delle diossine affinchè non ci si debba rivolgere più a laboratori esterni (l’università di Siena è stata segnalata dal WWF l’anno scorso a tal proposito);
-attivare procedure amministrative per capire le responsabilità di singoli funzionari dei vari enti per la la mancata attivazione di quanto previsto dalle normative in materia di protezione civile procedendo alla loro sostituzione.

Le organizzazioni si aspettano dalle indagini chiarezza su quanto accaduto, sulle ragioni che hanno determinato l’incendio e, più in generale, che venga approfondita la situazione delle attività di recupero, trasporto e smaltimento dei rifiuti in tutta l’area.

Rifiuti, 5 richieste di rinvio a giudizio: c’è anche quella per il governatore Bassolino

Le richieste del pm Giancarlo Novelli

Richiesta di processo anche per Vanoli, Facchi, Soprano e Carta Mantiglia. I legali di Bassolino: comportamento trasparente

NAPOLI — Cinque richieste di rinvio a giudizio, tra cui quella per Antonio Bassolino, sono state formulate dalla Procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulle consulenze del commissariato straordinario per i rifiuti. Oltre al governatore, le richieste del pm Giancarlo Novelli riguardano l’ex vicecommissario Raffaele Vanoli, l’avvocato Enrico Soprano, l’ex subcommissario Giulio Facchi ed il consulente Michele Carta Mantiglia. I reati ipotizzati sono peculato e falso: i vertici del commissariato avrebbero erogato indebitamente somme di denaro a Soprano (79.534 euro) e a Carta Mantiglia (72.914 euro) facendo risultare nel primo caso che le consulenze erano retribuite in modo conforme alle tariffe professionali vigenti, nel secondo che al consulente potevano essere applicate le tariffe previste per i ragionieri mentre Carta Mantiglia, pur avendo conseguito il diploma, non è iscritto all’albo dei ragionieri. Michele Carta Mantiglia è amico di Giulio Facchi oltre che bergamasco come lui. Venne nominato da Bassolino consulente nel 2002 per curare i rapporti del Commissariato con gli impianti di smaltimento dei rifiuti in Lombardia, ai quali la Campania si rivolgeva per smaltire le migliaia di tonnellate di spazzatura giacenti in strada. Si era già occupato di rifiuti: era stato infatti amministratore delegato e detentore di una parte del capitale di Ecolservice Italia srl, compagine costituita nell’ottobre 1986. Oggetto sociale: raccolta, trasporto anche per conto terzi, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti. La parte restante del capitale di Ecolservice — 87,17% — era di Ecoltecnica Italiana spa, sino al luglio 1998 controllata da Giorgio e Salvatore Di Francia e da Domenico La Marca, i quali hanno gestito, tra l’altro, la discarica di Pianura per decenni.

A proposito di Ecolservice Italia, rilevava nel 2000 la commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti: «Sino a novembre 1996 aveva come presidente del consiglio di amministrazione Giancarlo Motta, arrestato a ottobre 1996 per associazione per delinquere nell’ambito del procedimento giudiziario relativo alla gestione della discarica di Pitelli, a La Spezia». Dal Commissariato, Carta Mantiglia percepiva 413 euro al giorno: la tariffa professionale prevista per i ragionieri nel caso in cui, per svolgere il mandato loro affidato, siano costretti ad allontanarsi per tutta la giornata dal proprio studio. Per il pm, però, «Tali tariffe non erano applicabili all’indagato, il quale non era iscritto all’albo dei ragionieri e non poteva svolgere alcuna attività professionale di ragioniere». Quanto a Soprano, gli sarebbero state liquidate parcelle superiori a quelle previste dalle tariffe professionali per consulenze sui contratti stipulati dal Commissariato; eppure, la struttura aveva a disposizione cinque laureati in legge.

«La richiesta di rinvio a giudizio del presidente Bassolino riguarda la liquidazione di due fatture che i pm ritengono sia avvenuta in violazione della tariffa professionale». Così gli avvocati del presidente della Regione Campania Giuseppe Fusco e Massimo Krogh. «Il commissario – sottolineano – firma i mandati di pagamento sulla base di un lavoro istruttorio degli uffici tecnici che accertano la regolarità formale e sostanziale delle prestazioni e delle fatture emesse. Come sempre abbiamo fiducia che nell’iter del procedimento verrà chiarito il trasparente comportamento del presidente Bassolino, così come la sua estraneità ai fatti» concludono i legali.

Titti Beneduce
20 luglio 2009

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it

La protezione civile di Guido Bertolaso

L’era Bertolaso inizia il 7 settembre 2001. Quel giorno il secondo governo Berlusconi, in carica da pochi mesi, trasforma la Protezione Civile in un dipartimento della Presidenza del Consiglio, e ne nomina l’attuale dirigente, Guido Bertolaso.
Quella che fino ad allora era stata un’agenzia indipendente, che comprendeva i Vigili del fuoco e il Servizio sismico nazionale e si era occupata di emergenze territoriali, come terremoti e inondazioni, diventa -per effetto del decreto legge numero 343 del 2001- un organo il cui potere di ordinanza si estende anche ai cosiddetti “grandi eventi”.
Tradotto, questo vuol dire che la Protezione Civile da quel giorno si occupa anche di vertici internazionali, raduni religiosi e gare sportive, come il G8 2009 in Italia o i Mondiali di nuoto di Roma. E se aumenta il numero degli eventi di cui occuparsi, si moltiplicano le emissioni di denaro pubblico a favore della Protezione Civile e le gare d’appalto indette dalla stessa.
A far sì che poi tutto funzioni subito e al meglio c’è lui, Guido Bertolaso, il factotum di palazzo Chigi. Quando si presenta un’“emergenza” o un “grande evento” (come l’esposizione delle spoglie di S.Giuseppe da Copertino, noto santo pugliese), interviene il commissario delegato Guido Bertolaso: con una firma affida poteri straordinari al sindaco, che ha carta bianca e decide cosa e come fare.
A Varese, per esempio, in occasione di un altro “grande evento”, i Mondiali di ciclismo 2008, è bastata l’ordinanza n. 3565, varata dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 16 febbraio 2007, per stanziare sette milioni di euro per la nuova tangenziale fra la Ss 342 “Briantea” e la Ss 233 “Varesina”, con interconnessione alla Ss 344 di “Porto Ceresio”. Scavalcati sindaci ed enti locali. In una parola, i processi democratici.
Il meccanismo emergenza-Bertolaso-firma-appalto sembra poter funzionare anche per l’ultimo progetto del governo Berlusconi: il ritorno al nucleare.
Per dare avvio alla nuova corsa all’atomo di Palazzo Chigi, Terna spa, la società che gestisce la elettrica, per il 29,9% di proprietà statale, ha stanziato investimenti per 3,4 miliardi di euro, fino al 2013. Ma i lavori procedono a rilento, a causa di quei “freni autorizzativi”, come spiega la stessa Terna, posti soprattutto dagli enti locali.
La soluzione, veloce quanto antidemocratica, risiederebbe nelle mani di Bertolaso: il commissario straordinario sarebbe in grado di rendere tutto “più facile”, bypassando con una firma consigli comunali e comitati di cittadini. Infatti il decreto legge “anticrisi”, varato dal Consiglio dei Ministri il 26 giugno 2009, aggiunge ai compiti della Protezione Civile anche “la gestione di interventi sulla trasmissione e distribuzione dell’energia”: è sufficiente la nomina di un “commissario delegato” per poter utilizzare “mezzi e poteri straordinari in deroga alle competenze delle altre amministrazioni locali”.
La Protezione Civile, quindi, non è solo un organo di prevenzione, ma uno strumento nelle mani dell’esecutivo. Uno strumento libero da qualsiasi controllo. Soprattutto finanziario. Non solo la Corte Costituzionale non può intervenire sulle ordinanze emesse dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma la Corte dei Conti non può monitorare l’ammontare e l’utilizzo degli stanziamenti che ne conseguono.
Le cifre che sfuggono al controllo non sono irrilevanti. Tra il 3 dicembre del 2001 e il 30 gennaio del 2006 sono state emesse dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri 330 ordinanze: esaminando un campione di 75 di queste, sappiamo che hanno richiesto l’utilizzo di 1.486.675.921,73 euro. In base a questo dato statistico è possibile stimare che in otto anni e mezzo, dal 2001 al 2009, le 537 ordinanze emesse abbiano richiesto ben 10.6 miliardi di euro: una cifra esorbitante, su cui la Corte dei Conti non ha alcun controllo.
Il bilancio 2009 della Protezione Civile ammonta a 1.486.574.961 euro.
9.135.000 euro serviranno per pagare personale interno e distaccato, ma anche i gettoni di presenza e gli stipendi e gli assegni del personale “privato”, assunto con le numerose ordinanze per gestire i “grandi eventi”.
158 milioni sono invece destinati all’“acquisto, manutenzione, riparazione, leasing, noleggio ed esercizio dei mezzi aerei”, ovvero i Canadair antincendio, che sono stati appaltati alla Sorem, una società fondata nel 1959 ed acquisita nel 1992 dall’attuale proprietario, l’ing. Giuseppe Spadaccini.
La voce più consistente del bilancio della protezione civile consiste in 1,1 miliardi di euro per l’ammortamento dei mutui contratti dalle Regioni, che si sono indebitate per far fronte alle calamità, ma anche per mettere in moto la macchina dei “grandi eventi”.
Poco o nulla, invece, sotto la voce “previsione e prevenzione”: gli stanziamenti sono passati da 157.123.000 di euro nel 2008 a 98.744.961 di euro nel 2009. E le riduzioni di budget continueranno di anno in anno, fino ad arrivare a soli 50 milioni nel 2011. Tutto quello che non finirà nelle casse della Protezione Civile verrà usato per ripianare i debiti che le regioni hanno contratto per fronteggiare evenienze di vario tipo: dalla ristrutturazione delle città colpite dalle calamità all’organizzazione di grandi eventi, come manifestazioni sportive o raduni religiosi. In questo modo i fondi regionali di protezione civile sono stati azzerati. Per fortuna, a rimpinguare le casse della protezione civile, ci pensano ogni anno le donazioni che i privati cittadini fanno sui conti correnti dell’ente, che poi li suddivide tra le Regioni, in base alla necessità.
D’altronde, è molto meglio curare che prevenire. La prevenzione, del resto, non procura nuovi appalti.

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Come funziona la Protezione Civile
La Protezione Civile è coordinata direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ne fanno parte le Regioni, le Province, i Comuni ma anche i cittadini e i gruppi associati di volontariato: i Vigili del Fuoco, i gruppi cinofili, gli speleologi e il Soccorso Alpino in caso di emergenza infatti si uniscono ai membri della Protezione Civile. Le organizzazioni di volontariato iscritte nell’elenco nazionale della Protezione Civile sono circa 2.500, per un totale di 1.300.000 volontari.
Tra i compiti, al primo posto ci sono le attività di previsione e prevenzione. La prima consiste nel raccogliere e rielaborare i dati che arrivano ogni giorno dai centri nazionali di ricerca scientifica, per capire quali rischi corre ciascuna zona. L’attività di prevenzione, invece, si occupa di segnalare alle autorità competenti gli interventi utili per ridurre la soglia di tali rischi, e la probabilità che si verifichino eventi disastrosi.
Per rendere l’intervento più mirato e aderente alle specifiche necessità del territorio, si è dato avvio ad una riforma, che introduce una struttura a più livelli, secondo il “Metodo Augustus”, per dare maggiore competenza agli enti locali. Questo metodo prevede che in caso di emergenza locale (di tipo A) il primo responsabile sia il C.O.C. (Centro Operativo Comunale), presieduto dal Sindaco, che utilizza i mezzi a sua disposizione per poter risolvere l’emergenza. Nel caso in cui le risorse non siano sufficienti o il Comune non sia dotato direttamente di una sede della Protezione Civile, la responsabilità passa dal Sindaco al Prefetto e la gestione si sposta a livello provinciale: intervengono il C.C.S. (Centro di Coordinamento Soccorsi) e i C.O.M. (Centri Operativi Misti) più vicini al luogo dell’emergenza.
Quando l’emergenza cresce e coinvolge zone più vaste, interviene il C.O.R. (Centro Operativo Regionale), oppure, in caso di grandi calamità, le decisioni vengono prese direttamente a livello nazionale dalla Di.Com.C. (Direzione di Comando e Controllo).
L’attività di prevenzione è uniforme su tutto il territorio e segue le direttive delle leggi nazionali, ma l’ammontare dei fondi a disposizione cambia di regione in regione: ogni consiglio regionale infatti gestisce autonomamente un proprio fondo per la Protezione Civile. La Regione Toscana, per esempio, ha messo a disposizione 2,5 milioni di euro: 2 milioni per le emergenze ed i restanti per potenziare i servizi del sistema. Anche la Regione Piemonte in caso di bisogno, oltre a fornire i mezzi materiali, può erogare contributi extra agli enti locali.

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La Protezione Civile e il terremoto d’Abruzzo
La ricostruzione dopo il terremoto del 6 aprile è “cosa” della Protezione Civile, che il 3 giugno 2009 ha assegnato l’appalto per la costruzione di 150 edifici. Per il progetto verranno usati fondi della Protezione Civile, per circa 500 milioni di euro.
Al bando hanno partecipato 44 ditte edili di tutt’Italia: la scelta delle aziende vincitrici è avvenuta in base al miglior rapporto qualità-prezzo per il numero di lotti che l’azienda si offriva di costruire.
Ad avere la parte più corposa degli appalti è stata l’ Associazione Temporanea d’imprese Maltauro-Taddei Spa, nata dall’unione di due ditte: la Maltauro, di Vicenza, e la Taddei, fondata a Poggio Picenze (in provincia dell’ Aquila).
La prima, di proprietà di Giuseppe Maltauro, comprende società finanziarie ed industriali ed oggi è tra le prime trenta imprese generali di costruzione di maggior rilievo per fatturato, numero di operai e portafoglio ordini, che arrivano dall’Italia e dall’estero.
L’altra società appartiene al Gruppo Edimo, ed in soli tre anni di attività ha già raggiunto 40 milioni di commesse all’ anno. La Taddei (più di 400 operai) può vantare numerosi lavori prestigiosi. Oltre ad aver preso parte alla costruzione degli edifici che avrebbero ospitato le Olimpiadi invernali Torino2006, e quella dello stabilimento della Thyssen Krupp a Terni, il suo business principale è stato quello degli aeroporti. Si è aggiudicata infatti l’appalto per l’ampliamento di Linate, Fiumicino e ha vinto la gara per Malpensa, superando le offerte migliori, ritenute “sospette” dalla Sea, la ditta che aveva effettuato il bando. Recentemente ha inoltre ottenuto l’appalto per l’ampliamento dell’aeroporto di Bergamo, il cui valore supera i 15 milioni di euro.
Inoltre ha seguito in questi anni molti altri lavori anche nel Sud Italia.
A L’Aquila, l’associazione Maltauro-Taddei si è aggiudicata la gara con un’offerta del 5,32% in ribasso: insieme le due società sono riuscite a fare l’offerta più bassa, che ha consentito di guadagnare circa 50 milioni di euro.
Oltre alla Taddei, un’altra ditta abruzzese, la Di Marco Srl Corsoli, si è aggiudicata gli appalti per la costruzione delle piattaforme di cemento di Bazzano (dove sorgerà uno dei nuovi quartieri di casette antisismiche). Il titolare ha vinto il 6,5% della gara d’appalto: una percentuale che frutterà 128 mila euro. Una fetta modesta, rispetto a quella della Maltauro- Taddei, ma che ha suscitato grandi polemiche fra gli Aquilani.
Di Marco, infatti, è stato socio di tre fra gli indagati del caso “Alba d’Oro”: Nino Zanchetti (già assessore comunale ai Lavori pubblici del Comune di Tagliacozzo) e i fratelli Achille e Augusto Ricci. I tre sono stati accusati di riciclaggio di denaro proveniente dalle casse del boss Vito Ciancimino e sono tutt’ora sotto processo.

http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=2046&fromHP=1

Autore: Laura Bellucci, Ilenia Cerri, Federica Florio

Latina, fusti tossici in discarica?

Riceviamo da tempo immemore segnalazioni preoccupate dai territori circostanti la discarica e, nonostante queste abbiano avuto anche qualche risalto, come sempre infine tutto tace. Si dice che anni fa alcuni – o forse molti – bidoni di rifiuti tossici siano stati seppelliti nella discarica di B.go Montello al costo di £.500.000 cadauno. Ora non sappiamo quanto questa preoccupazione sia fondata e non siamo certo inclini a diffondere allarmismi a vuoto, certo è però che se così davvero fosse oggi ci troveremmo di fronte ad un pericolo gravissimo per i nostri territori, per la nostra economia agricola, per le nostre coste balneabili o pseudo tali (la discarica dista in fondo solo pochi chilometri dal mare), per il cibo che mangiamo, per il vino che beviamo e nessuno – in provincia ed oltre – potrebbe perciò considerarsi al sicuro. Ora sappiamo che sono stati fatti dei sondaggi a 6 (sei) metri di profondità ed allora ci vengono da fare due considerazioni: la prima è che forse una risposta a queste voci preoccupate va data e noi di questo ne siamo certi; la seconda è che c’è una bella differenza tra il dare risposte e prendere per il … naso la gente. Scavare a 6 metri è una presa in giro intollerabile, serve solo ad accrescere il legittimo dubbio che effettivamente c’è del marcio … non in Danimarca … ma proprio sotto i nostri piedi.
Se poi aggiungiamo a ciò che alcuni acquisti di terreno fatti a ridosso della discarica portano il nome di soggetti …. come dire … quantomeno inquietanti, se è vero come è vero che le pressioni fatte sui proprietari affinché vendessero i loro terreni “preziosi” sono state un tantino insistenti e non proprio ortodosse, allora ci sentiamo in dovere di far nostro il grido di allarme di chi voce non ne ha, e non ha mai avuta, di chi lavora giorno dopo giorno il proprio terreno circondato da cumuli di immondizia e vorrebbe conoscere OGGI – e non domani – di cosa si compone, cosa sta producendo, cosa diavolo sta succedendo e soprattutto perché c’è una strana domanda di mercato per quei terreni che “normalmente” dovrebbero essere considerati poco appetibili o forse per niente.
Chiediamo alle istituzioni di verificare in concreto quanto siano fondate le preoccupazioni dei cittadini di cui oggi ci facciamo portavoce, ma vorremmo che le verifiche, quelle vere, venissero fatte con scrupolo e professionalità in profondità (nella più larga accezione del termine); vorremmo che venissero fatti dei sondaggi seri in discarica; vorremmo che venissero fatte anche delle indagini a campione sui terreni agricoli dei borghi dell’ovest per testarne la composizione e la radioattività; vorremmo che si aprisse un’indagine sulle acquisizioni dei terreni in zona B.go Montello degli ultimi anni e che si desse una lettura ed un senso a queste anomale interferenze. Vorremmo che una volta tanto non si debba dire “ormai è troppo tardi” … “noi non ne sapevamo nulla” … solo dopo che sono partiti i primi mandati dalle procure.
Ecco da questo momento tutti sappiano che c’è un allarme, c’è un legittimo dubbio e questo va fugato subito. Chi ha da fare qualcosa lo faccia !!!
Renato Malinconico,Sinistra e Liberta – Provincia di Latina (provincialatina.tv)

Ferrandelle chiude i battenti

Santa Maria la Fossa: dopo 14 mesi il sito dichiarato saturo, a maggio il via allo svuotamento. Proseguono i lavori per l’allestimento della mega-discarica di San Tammaro

Ormai non c’è più spazio. Dopo 14 mesi di «onorato servizio» va in pensione il sito di Ferrandelle a Santa Maria la Fossa, attivato nel febbraio dello scorso anno, nel pieno dell’emergenza rifiuti, su input del commissario straordinario di governo Gianni De Gennaro. Capienza 450 mila tonnellate (in origine ne erano state preventivate 350 mila), per oltre un anno ha ingoiato l’immondizia della provincia di Caserta (prevalentemente) ma ha consentito di tamponare situazioni critiche anche in altre parti della regione, napoletano in primis. Ora i conferimenti sono sospesi: resta attivata soltanto una piazzola di servizio. Fra un mese, nei piani della struttura del sottosegretario all’emergenza rifiuti Guido Bertolaso e del suo vice, generale Franco Giannini, dovrebbero avere inizio lo svuotamento dell’invaso e le operazioni di messa in sicurezza. L’intero volume di Ferrandelle verrà infatti convogliato nella costruenda discarica di San Tammaro che, secondo il cronoprogramma, dovrebbe essere operativa entro metà-fine maggio.
La storia.
Le prime ruspe arrivarono a Ferrandelle il 22 gennaio del 2008. Dei sessanta ettari su cui si estende l’area, 40 fanno parte del demanio militare ed è lì che le indicazioni dell’allora commissario di governo Gianni De Gennaro, d’intesa con la Difesa, definirono i confini dell’impianto. I restanti 20 ettari – dopo la confisca, nel ’96, del bene appartenuto alla famiglia del boss Schiavone e acquisito al patrimonio dello Stato – per anni erano rimasti spazio di nessuno finché il Comune di Santa Maria la Fossa non decise di siglare un accordo con il ministero dell’Interno per favorire l’insediamento di una fattoria sociale. Costo dell’operazione, circa 510 mila euro. I sondaggi sul terreno e le operazioni di allestimento furono eseguiti a tempo di record dal Genio dell’Esercito. Affidata ai militari anche la sorveglianza dell’area, definita per decreto «di interesse strategico nazionale», e quindi posta sotto tutela. Tra il 20 e il 30 gennaio l’escalation nella tensione con le popolazioni locali: duecento persone in strada a ostacolare l’arrivo dei camion, cortei di protesta, presidi fissi per rallentare le attività di messa in opera. Con il passare delle ore il clima diventa sempre più rovente, esacerbato da alcuni contatti fra polizia e manifestanti. Poi il via libera ai tir.
Lo scenario.
Il futuro è a poche decine di metri da Ferrandelle. Siamo a San Tammaro dove la struttura del sottosegretario all’emergenza rifiuti sta seguendo passo passo la realizzazione di uno dei più grandi complessi in Campania per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti: un investimento iniziale di circa 30 milioni di euro, un budget complessivo di 57 milioni per un invaso di un milione e 600 mila metri cubi che dovrà assorbire anche l’intera capienza della discarica di Ferrandelle. Per ora il mega-sito di San Tammaro funziona ma molto al di sotto delle potenzialità: attivate tre aree per le ecoballe e una zona destinata allo stoccaggio dei rifiuti. Il funzionamento a pieno regime avverrà soltanto con l’entrata in attività della discarica. Per il momento va però avanti la realizzazione delle opere infrastrutturali (strade di accesso e di servizio, piazzole) funzionali tra l’altro alla prossima cantierizzazione di un impianto per il trattamento del percolato annesso a un’area dedicata al compostaggio. A San Tammaro infatti nei piani di Bertolaso e Giannini dovrebbe configurarsi il primo sistema di trattamento ciclico integrato dei rifiuti in grado di interagire con il termovalorizzatore di Acerra e, in futuro, con quello da realizzare a Santa Maria la Fossa. (Lorenzo Calò, Il Mattino – Caserta, tratto dalla rassegna stampa di PeaceLink Campania)

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