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Claudio Meloni

Mese

giugno 2009

Bertolaso denuncia Tommaso Sodano

Il sottosegretario all’emergenza rifiuta denuncia l’ex senatore di Rifondazione a seguito dell’esposto che chiedeva la chiusura dell’inceneritore e della discarica di Chiaiano. Il commento di Sodano: “Così sarò ascoltato subito in Procura”.

Lo scontro tra l’ex senatore Tommaso Sodano e il sottesegretariato all’emergenza rifiuti sulla gestione del termavalorizzatore di Acerra e della discarica di Chiaiano finisce in Procura. La struttura del sottosegretariato ha presentato una denuncia contro il politico di Rifondazione Comunista, che e’ stato candidato alla presidenza della Provincia di Napoli, attualmente consigliere provinciale.
Oggetto dello scontro e’ un articolo pubblicato, nelle scorse settimane, sul sito internet di Tommaso Sodano, che riprendeva un esposto presentato in Procura dallo stesso politico, col quale si chiedeva il sequestro del termovalorizzatore di Acerra, segnalando poi rischi per la salute dei cittadini. Nella denuncia contro Sodano si afferma che le obiezioni mosse sul funzionamento del termovalorizzatore di Acerra sono destituite di fondamento e che nello stesso impianto non si bruciava ”tal quale”. Inoltre viene contestato anche il dato sull’emissioni delle polveri sottili.
Per quanto riguarda la discarica di Chiaiano nell’esposto del sottosegretariato si afferma che la denuncia di un presunto inquinamento delle falde e dell’aria non è suffragato da alcun dato tecnico. ”Sono contento che il sottosegretariato abbia presentato una querela nei miei confronti. Chiedero’ alla Procura di Napoli di essere ascoltato al piu’ presto, in modo da fare chiarezza sulle questioni da me segnalate”. Così l’ex presidente della Commissione ambiente alla Camera dei Deputati, Tommaso Sodano, commenta la notizia della querela presentata nei suoi confronti.
Non è questa la sede per replicare alle contestazioni mosse, ci sono le sedi opportune per farlo”, dice ancora Sodano. (IlMediano.it)

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Rifiuti speciali verso la Cina, arresti e sequestri in Veneto

Dalle prime ore di oggi 24 giugno i Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Venezia, con il supporto dell’Arma territoriale, a conclusione di attivita’ di indagine denominata ”Serenissima”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova, hanno dato esecuzione a due ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni locali a carico del titolare e dei dipendenti di un’azienda dedita alla gestione di rifiuti, operante nelle province di Padova e Rovigo.
L’attivita’ scaturita da un controllo ispettivo eseguito presso l’area doganale del Porto Commerciale di Venezia, a Porto-Marghera, ha accertato un traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi destinati all’esportazione transfrontaliera verso la Repubblica Popolare Cinese. I citati rifiuti, anche di natura pericolosa, attraverso il solo passaggio negli impianti dell’azienda investigata, venivano trasformati in merce e/o rifiuti recuperati, senza che fosse stata effettuata alcuna operazione di recupero, attestando inoltre falsamente in atti pubblici, destinati a comprovare la qualita’ e la genuinita’ di quanto esportato verso la Repubblica Popolare Cinese, la loro regolarita’ in caso di controlli da parte delle Forze dell’Ordine.
Il valore dei beni sequestrati ammonta a 60.000.000,00 (sessanta/milioni) di euro mentre l’illecito volume d’affari e’ stimato in circa 6.000.000,00 (sei/milioni) di euro.

Taranto, sequestrate sette tonnellate di rifiuti speciali

La Guardia di finanza di Martina Franca nel Tarantino, ha sequestrato a Crispiano un’area di 7.500 mq, utilizzata come discarica abusiva, sulla quale erano state stoccate oltre sette tonnellate di rifiuti speciali pericolosi come eternit, pneumatici, catrame derivante da sbancamento di sedi stradali. Una persona è stata denunciata all’autorità giudiziaria. Dall’inizio dell’anno, le Fiamme gialle del Comando regionale Puglia della Guardia di finanza, hanno sequestrato 74 aree destinate a discariche abusive, oltre a 182.600 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. In totale in questi sei mesi 206 persone sono state denunciate. (Apcom)

24.6.09

Il TAR del Lazio accoglie il ricorso di Chiaiano

Questa mattina, presso la sede romana del  T.A.R. Lazio, si è tenuta l’udienza pubblica del procedimento di ricorso promosso prima dal comune di Marano, e portato avanti ora dal Comitato civico Rosa dei Venti e da un folto gruppo di cittadini, contro l’apertura della discarica di Chiaiano.

Alcuni dei punti salienti del ricorso sono: la mancanza di opportune e documentate valutazioni dell’impatto ambientale della discarica in un luogo tanto popolato e geologicamente sensibile, l’operato dei commissari e del governo caratterizzato da una fretta che ha spesso travalicato il rispetto delle leggi con un abuso di procedimenti di deroga, e la situazione di militarizzazione dell’area, in nome dell’ “interesse strategico nazionale”, che impedisce il verificarsi dei necessari controlli.

Alla fine dell’udienza, l’avvocato Violante ci ha detto: << siamo fortemente coperti dalla normativa comunitaria, e ringrazio il cielo che l’Italia faccia parte dell’ Unione europea >>.
Infatti sono proprio le leggi europee, che l’Italia ha l’obbligo di applicare, a rendere illecito il processo che ha portato all’apertura della discarica.

Purtroppo, con il fatto che i rifiuti più pericolosi sono stati destinati a Terzigno, una nuovo sito aperto il 13 Giugno, in fretta e nel silenzio della notte, uno dei punti di maggior forza del ricorso, è stato sottratto alle argomentazioni degli avvocati.

Infatti Terzigno, oltre ai rifiuti indifferenziati della provincia di Napoli, accoglierà anche le ceneri di inceneritore e dei continui incendi dolosi.

Gli atti sono stati acquisiti ed ascoltati. La corte non ha dato risposta alle questioni sollevate oggi, bisognerà aspettare qualche giorno o addirittura qualche mese. Nel frattempo i camion continueranno a scaricare, i danni all’ambiente e alla salute si accumuleranno e i cittadini potranno solo continuare ad applicare la loro pazienza, e la loro lotta, esemplare.

(Giulio Rubino e Cecilia Anesi, chiaiaNOdiscarica.it

Gassificatore di Albano: 26 volte NO

Il documento presentato dal coordinamento al presidente Marrazzo. Le proposte, le osservazioni, i dubbi avanzati e messi in luce dai No Inc

1 L’impianto di gassificazione/incenerimento proposto dal Coema Brucia Cdr (combustibile da rifiuto) che è costituito essenzialmente da carta e plastica, riciclabili al 100%.

2 Ha bisogno di utilizzare significative quantità di Coke (10 mila tonnellate all’anno) per raggiungere le temperature di esercizio.

3 La combustione comporta il rilascio di inquinanti di natura diversa: lave, ceneri, scorie contenenti metalli pesanti e tossici; fumi con tonnellate di ossidi di azoto, carbonio, zolfo; centinaia di milligrammi di diossine e furani, nano particelle cancerogene connesse a tutti gli impianti ad alta temperatura e, nel caso delle diossine, essendo sostanze biocumulabili, non valgono soglie

4 Consuma quantità d’acqua comunque non compatibili con la condizione di autentico dissesto idrogeologico che vive il territorio: abbassamento delle falde, progressiva sparizione dei laghi, regime di proroga ormai quasi decennale per sostanze varie come l’arsenico, il fluoro, il vanadio etc.

5 Ha bisogno di luoghi di stoccaggio (discariche) aggiuntive per Cdr, tossici, filtri, Coke, calcare; e in ogni caso lascio aperto lo stoccaggio in discarica del 70% dei rifiuti (la parte non cdr) e la necessità di ulteriori discariche speciali per i rifiuti altamente tossici della combustione.

6 Utilizza il brevetto thermoselect, in Europa sperimentato in due impianti entrambi chiusi dalla magistratura.

7 Il rilascio degli inquinanti compromette i marchi doc e il dop locali con danno economico irreparabile.

8 La dinamica dei venti prevalenti investe la corona dei paesi a monte del sito, comunque nel raggio di 7/8 chilometri: l’impatto riguarda 250 mila persone.

9 Sorge a ridosso di insediamenti abitativi diffusi, esterni ai centri storici in più casi a meno di 200 metri dal sito, a non più di 600 metri da un plesso che comprende asilo nido, scuola materna ed elementare.

10 L’impianto verrebbe costruito a breve distanza dal policlinico dei Castelli, il cui progetto è stato messo a gara in questi giorni dalla Regione.

11 Contraddice le indicazioni dei Prg e delle relative varianti generali del comune di competenza ribadite nel 2008 e quelle della Regione stessa che nei piani paesistici territoriali prevede per il sito una zona agricola di particolare pregio.

12 Lavorando a temperature che arrivano a 2000 gradi, l’impianto si definisce come pericoloso di prima categoria.

13 Nella sua ultima definizione l’impianto brucerebbe 160 mila tonnellate di cdr/anno, esattamente il doppio di quanto prodotto dai nove comuni dell’ambito territoriale.

14 Produce una quantità irrisoria di energia elettrica non necessaria al territorio, ma funzionale esclusivamente alla riscossione dei Cip 6 e dei certificati verdi.

15 Non è stato il risultato di una scelta di piano degli organi di governo, ma il frutto dell’offerta di un privato interessato a ricavare profitti dall’affare rifiuti.

16 Né progetto né impianto è stato sottoposto a gara d’appalto.

17 è stato forzato il procedimento autorizzativo con sospensione dell’efficacia della Valutazione d’impatto ambientale, in più di un caso fuori dei termini, mentre la conferenza dei servizi ha pretestuosamente non tenuto conto delle posizioni degli enti locali e della Asl.

18 Incombe su una discarica che ha provocato e provoca gravi problemi alla popolazione limitrofa.

19 La gestione della medesima è già stata sanzionata nel recente passato dall’intervento della magistratura per provato inquinamento delle falde.

20 La documentazione attuale fornita dall’Arpa sulle falde non è affatto tranquillizzante e fornisce dati non coerenti.

21 Le modifiche proposte in corsa peggiorano la situazione, il raffreddamento ad aria proposto non ha nessun riscontro nella letteratura scientifica né giustificazione tecnica plausibile.

22  è stato violato ogni corretto rapporto con le popolazioni inteso come partecipazione e codeterminazione.

23 Compromette la vocazione turistica del territorio.

24 Raccoglie l’unanime ostilità della popolazione, degli enti comunali, della Asl e di diverse categorie produttive.

25 è in palese contrasto con la normativa regionale.

26 è una proposta che graverà pesantemente sulle tasche dei cittadini.
(castellinews.it)

Operazione Appennino: scoperto maxi traffico rifiuti

Scoperto traffico illecito di rifiuti speciali. Il cuore dell’organizzazione a Camerino. Operazione del Noe di Ancona. I prodotti venivano occultati nei terreni di una famiglia titolare di un’azienda di compostaggio, di un’impresa agricola e di un pastificio, o trasformati in pascolo per bovini grazie anche a un contributo Ue

Si chiama ‘Operazione Appennino‘ l’inchiesta dei carabinieri del Noe di Ancona, in collaborazione con l’Arma di Macerata, che ha permesso di scoprire un maxi traffico illegale di rifiuti provenienti da industrie agroalimentari e casearie di Marche, Campania, Lazio, Abruzzo, Toscana ed Emilia Romagna, che venivano occultati da una famiglia titolare a Camerino di un’azienda di compostaggio, di un’impresa agricola e di un pastificio. I prodotti venivano nascosti nei propri terreni, al ritmo di due-tre autocarri al giorno. In tutto sono stati scoperti sedicimila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi smaltiti illegalmente o addirittura trasformati in pascolo per i bovini, con la distrazione di un contributo di 20mila euro ottenuto dalla Ue per allevare bestiame. Tutto è partito grazie alla segnalazione di alcuni residenti della frazione Camerte di Tuseggia che si sono rivolti ai carabinieri segnalando odori nauseabondi e uno strano andirivieni di camion.
I militari hanno accertato così che ogni giorno arrivavano partite di rifiuti (scarti di pomodoro, ortaggi, formaggi e miscele varie) che in teoria avrebbero dovuto essere trasformati in compost con procedimenti della durata standard di nove mesi, per poi essere utilizzati come fertilizzanti. L’organizzazione criminale invece (11 le denunce, a carico dei tre titolari delle aziende e di loro dipendenti e intermediari) smaltiva gli scarti direttamente su un terreno di 50 ettari annesso all’impresa agricola. Lo stesso dove poi mandava a pascolare i 60 bovini di proprietà, allevati per la macellazione.
In due anni, questo sistema avrebbe fruttato agli organizzatori almeno un milione di euro, e gli affari andavano così bene che i titolari delle due imprese avevano avviato le pratiche per acquistare un altro appezzamento di 30 ettari, nella medesima zona. I rifiuti che arrivavano a Tuseggia sotto forma di fanghi, nei quali navigavano frutta marcia e prodotti alimentari in putrefazione, non erano pericolosi per la salute, ma in qualche caso sono state riscontrate tracce di idrocarburi.
Noe e Arpam inoltre stanno conducendo altre analisi per capire se lo sversamento diretto al suolo (o l’interramento parziale) abbiano inquinato le falde acquifere. Le due aziende e i 50 ettari di terreno sono stati posti sotto sequestro su ordine del gip di Camerino. Gli indagati dovranno rispondere di traffico illecito di rifiuti, discarica abusiva, malversazione a danno dello Stato, allevamento con modalità illecite e getto pericoloso di cose. I particolari dell’indagine sono stati illustrati a Macerata dal comandante del Noe di Ancona Giuseppe Di Venere, da quello della Compagnia carabinieri maceratese Tullio Palumbo e da funzionari dell’Arpam. (Il Resto del Carlino – Macerata)

Caso Latina Ambiente, responsabilità dei controllori

Il silenzio della politica
sui rinvii a giudizione per
diversi ex dirigenti di Latina
Ambiente? «A volte il
silenzio è un atto di prudenza,
ma spesso cela imbarazzo
», è il commento
dell’esponente del Pd Giuseppe
Pannone, che prosegue:
«Non spetta alla politica
dare giudizi ed attendiamo
gli esiti delle indagini, ma l’ipotesi di reato getta un’ombra inquietante
su colui che dovr bbe garant ire
la correttezza formale e
gi ur idica delle attività
dell’a m m in istrazione,
e si è trovato nell’a nomal a
co ndiz ione di controllore
e controllato. Ma è
l’intera storia che ruota attorno
alla gestione del sistema
rifiuti ad essere ambigua
e preoccupante. La
creazione di una società
partecipata a maggioranza
pubblica e vantaggi privati,
il sistema di raccolta differenziata
partito con inammissibile
ritardo, la congestione
delle discariche nelle
quali si è conferito di
tutto, la presenza di rifiuti
nocivi e pericolosi a borgo
Montello con inquinamento
delle falde e danni alla
salute dei cittadini.

Latina Oggi 27.6.07

Via libera all’impianto

Il sindaco Zaccheo: ora Marrazzo garantisca l’autonomia

Accettata dalla Regione la proposta di
Ecoambiente

La conferenza dei servizi ha
dato il via libera alla richiesta di
Ecoambiente per la realizzazione
di un impianto di trattamento
dei rifiuti. Così la società di cui
Latina Ambiente detiene la
maggioranza delle azioni potrà
relizzare il primo impianto di
trattamento per la trasformazione
dei rifiuti in combustibile.
Soddisfatto il sindaco di Latina
Vincenzo Zaccheo, il quale si
augura che questo sia «il primo
passo verso la gestione autonoma
in provincia di Latina del
ciclo dei rifiuti».
Dunque la Regione Lazio ha
dato il proprio via libera alla
realizzazione di un impianto di
trattamento, recupero e valorizzazione
di rifiuti non pericolosi
a Borgo Montello, così come
richiesto dalla società Ecoambiente,
la cui maggioranza delle
azioni è in mano a Latina Ambiente.
L’impianto in questione
tratta il rifiuto indifferenziato,
trasformandolo nelle cosiddette
ecoballe che poi vanno bruciate
nel termovalorizzatore. La legge
regionale sui rifiuti non è
stata ancora approvata, ma prevede
per l’area nord di Latina la
possibilità di bruciare le ecoballe
al termovalorizzatore di Colleferro,
mentre per l’area sud c’è
l’inceneritore di San Vittore. La
Provincia di Latina invece chiede
a gran voce l’istituzione di un
Ato dei rifiuti e un termovalorizzatore
proprio a Montello.
Il sindaco di Latina Vincenzo
Zaccheo, nel commentare la decisione
della Regione Lazio che
ha autorizzato l’impianto, non
perde l’occasione per ricordare
all’ente i ritardi nel settore rifiuti.
«Ho più volte richiesto e sollecitato
al Presidente Marrazzo –
afferma Zaccheo – la necessità
di avviare un percorso concreto
al fine di individuare di concerto
con gli Enti territoriali interessati
le soluzioni dirette al superamento
dell’emergenza nel settore
della gestione dei rifiuti.
Purtroppo si è continuato a privilegiare
il sistema delle discariche
in luogo della soluzione impiantistica
integrata ed autosufficiente
con la chiusura del
ciclo. Abbiamo con insistenza
chiesto a Marrazzo di bloccare
gli ampliamenti delle discariche
e di individuare gli Ato, di determinare
un polo impiantistico integrato
e autosufficiente con la
chiusura del ciclo e di mettere in
sicurezza e bonificare la discarica.
Per tutta risposta –
accusa Zaccheo – la Regione
Lazio non ha aggiornato
il Piano, non
ha delimitato gli ambiti
né ha adottato i provvedimenti
per la costituzione
degli stessi. Ad
oggi devo registrare
che nonostante le iniziative
ed i provvedimenti
che ho assunto, i
tentativi reiterati di trovare
una soluzione
condivisa e concertata
tra tutti le istituzioni
coinvolte, permane la
situazione di emergenza
che desta serie
preoccupazioni e richiede
quindi scelte diverse
da quelle finora
operate. In assenza di
alternative – conclude il
sindaco – non si può
che prendere atto dell’iniziativa
della Regione
Lazio di concludere il
procedimento Aia, relativo
alla costruzione
dell’impianto di trattamento,
recupero e valorizzazione
dei rifiuti proposto dalla Ecoambiente,
auspicando che questo rappresenti l’avvio di un percorso che
porti alla realizzazione
di un sistema integrato
autonomo ed autosufficiente per
la chiusura del ciclo dei rifiuti in
Provincia di Latina». Per la cronaca,
la Provincia non ha messo
a verbale ieri la propria contrarietà
al progetto di Ecoambiente.
Forse un passo indietro rispetto
alle precedenti posizioni.
Tonj Ortoleva
Latina Oggi 25.06.09

Sanità, appalti, business rifiuti mazzette in aumento del 30%

ECONOMIA

DOSSIER. Si travestono da consulenze o rimborsi viaggio
Sanità, appalti, business rifiuti
mazzette in aumento del 30%
Non c’è più la busta di soldi, si passa attraverso società “cartiere”
Sanità, appalti, business rifiuti mazzette in aumento del 30%

di LUISA GRION
ROMA – Non aspettatevi la mazzetta consegnata a mano o la busta di soldi nascosta fra gli incartamenti: la corruzione negli uffici pubblici ha fatto passi avanti e ora usa sistemi più elaborati. Il denaro passa alla persona “giusta” attraverso la sovrafatturazione di operazioni commerciali, l’utilizzo di società “cartiere” (quelle che emettono fatture inesistenti), il pagamento di presunte consulenze, il rimborso di spese elettorali o di falsate spese di viaggio e di rappresentanza. Nuove forme per esercitare vecchi vizi: corruzione (quando si chiede un pagamento per effettuare il “favore”), concussione (quando si utilizza il proprio ruolo dominante per costringere il privato a pagare o altro), abuso d’ufficio. Pratiche piuttosto diffuse nella pubblica amministrazione che il tornado di Mani Pulite ha colpito, ma certo non distrutto.

La Corte dei Conti ne traccia i confini, avverte che nel 2008 questa “tassa occulta e immorale” ha pesato “sulle tasche dei cittadini” per 60 miliardi e che il fenomeno, in tempi di crisi come quello attuale “è gravido di conseguenze”. Perché sia chiaro – avvertono i magistrati contabili – ogni euro di mazzetta versato si ripercuote sui conti pubblici o come aumento di spesa o – per via delle operazioni illegali in “nero” – come mancato versamento di entrate fiscali.

L’Italia delle tangenti, con i suoi perversi legami con l’evasione, è dunque viva e gode di buona salute: il business delle mazzette, avverte la Corte, risulta in crescita del 30 per cento. Nel 2008 sono stati registrati 3.197 delitti, denunciate più di 10 mila persone, 182 sono state arrestate o fermate per istigazione alla corruzione. Sicilia e Campania, Puglia, Calabria e Lombardia stanno in testa alle classifica; Val d’Aosta, Liguria, Friuli. Trentino Alto Adige e Molise risultano le regioni più virtuose. Il Lazio, sede delle amministrazioni centrali, sta più o meno a metà strada.

Il guaio, precisa la Corte dei Conti, è che di fronte allo sforzo richiesto alle forze in campo, il risultato – dal punto di vista delle condanne e dei risarcimenti – è ancora risibile. Nel 2008 le sentenze riguardo tali delitti sono state 110 (di cui 98 condanne). I danni patrimoniali e all’immagine che ne sono conseguiti sono stati valutati per 117 milioni di euro (ma se nella top ten delle denunce sta in vetta Sud, quanto a sentenze e risarcimenti il Nord rimonta). Un buon risultato, se si considera che nel 2007 la quota si fermava a 18,8 milioni, ma certo poca cosa di fronte all’intensità del fenomeno.

Bisogna fare di più, avverte la Corte dei Conti, e soprattutto bisogna prevenire. “L’azione repressiva è insufficiente” si legge nel rendiconto, è un “mero deterrente contro la corruzione scoperta”, ma per far sì che il fenomeno non esploda bisogna agire “su comportamenti, procedure, trasparenza”.

Perché si corrompe? Ai vecchi obiettivi se ne sono aggiunti di nuovi: la Guardia di Finanza e i Carabinieri segnalano che nella pubblica amministrazione i settori più colpiti restano la sanità, le assunzioni del personale, la concessioni di finanziamenti e di appalti pubblici. Ma il malaffare sta crescendo anche nell’edilizia privata, nelle università, fra le consulenze e lo smaltimento rifiuti.

E’ “una tassa immorale e occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini” avvertono i magistrati contabili. Il delitto, precisano, ha “un costo non monetizzabile” perché “rischia di ostacolare gli investimenti esteri, di distruggere la fiducia nelle istituzioni e di togliere la speranza nel futuro”. Un quadro che fa a pugni con la rincorsa alla ripresa e che invece sviluppa una relazione pericolosa con l’evasione fiscale e l’economia sommersa, l’altra ferita aperta nell’economia italiana. I suo valore aggiunto, per la Corte di Conti ” è quasi pari al 18% del Pil: in termini di gettito almeno 100 miliardi di euro l’anno. Un tesoro che deve essere recuperato”.
(26 giugno 2009)
http://www.repubblica.it

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